News per Miccia corta

13 - 07 - 2009

``Mosca vuole cancellare Lenin`` battaglia sul nome della stazione

 

(la Repubblica, lunedí 14 luglio 2009)

 

 

 

 

 

 

LEONARDO COEN

 

 

 

MOSCA - Al tempo di Putin e Medvedev, continua ad essere tabú il nome di Lenin. Guai a tentare di eliminare qualsiasi simbolo o riferimento. Ogni volta, il governo è costretto ad ingaggiare furiosi combattimenti dialettici e politici per imporre la rimozione di certi simboli toponomastici. Spesso, a vuoto. Per capirci: a Mosca ci sono ancora oltre seicento tra lapidi, targhe e monumenti dedicati al padre della rivoluzione bolscevica.

Nessuno ha osato spostarli, dopo il crollo dell'Urss. Quando il Cremlino azzarda l'idea di rimuovere la mummia di Lenin dalla Piazza Rossa, e di seppellirlo, si scatena la furia del partito comunista e anche quella dei nostalgici di Soviet e dintorni; cosí il discorso viene rinviato, anche se ormai due russi su tre sono d'accordo nello smantellare il Mausoleo dove sono conservate le spoglie di Lenin. Dunque, Vladimir Jakunin, il potentissimo presidente delle Ferrovie, uomo vicinissimo a Putin e agli ex del Kgb, era ben conscio che cambiare il nome alla piú antica ed importante delle nove stazioni di Mosca, la bella e celebre Leningradskij - da lí partono i treni per San Pietroburgo - restituendole quello originale, ottocentesco ed imperiale di Nikolaevskij in onore dello zar Nicola I, avrebbe suscitato l'ira funesta dei comunisti: una tempesta che avrebbe dovuto placarsi senza problemi. E invece no. La tempesta è diventata uragano. E le proteste si sono trasformate in uno tsunami che ha costretto l'imbarazzato Jakunin a congelare il provvedimento.

Tutto è successo nei giorni del G8. Mercoledí 8 luglio, mentre Medvedev visitava con Berlusconi le macerie dell'Aquila, e Mosca commentava ancora la freschissima visita di Obama, Jakunin firmava l'ordine di servizio in cui si ripristinava il nome della stazione Nikolaevskij. Nemmeno il tempo di vedere la notizia sui dispacci delle agenzie che i comunisti avevano giá  gridato alla «profanazione» e alla «provocazione», mentre i comunisti piú comunisti - ossia quelli di Pietroburgo - minacciavano ritorsioni, boicottaggi, proteste.

In fondo chiamare di nuovo la stazione Nikolaevskij era una semplice operazione di filologia storica, obiettarono dalle Ferrovie russe, nell'ambito del quadro generale - giá  avviato da anni - di ridare i nomi originali alle stazioni e ai mezzi ferroviari, eliminando quelli imposti dalla propaganda del regime sovietico. Jakunin raccoglieva la solidarietá  delle ong come Memorial - quelle che premono sulle strutture governative perché continuino nella loro opera di «desovietizzazione», peró questo non bastava a fronteggiare l'odio feroce dei comunisti. Di fronte alla rivolta, Jakunin si è arreso. Ha bloccato l'iniziativa. Per motivi poco chiari. O meglio, chiari alla luce di un opportunismo meramente politico: evitare di fornire pretesti ai comunisti per criticare il governo, giá  sotto accusa perché la crisi economica ha fatto perdere lavoro e risorse a milioni di russi.

Eppure, la Storia è con Jakunin, non coi comunisti. La stazione Nikolaevskij fu infatti costruita nel 1849. Appena inaugurata, disponeva di due binari e relative piattaforme di pietra per i passeggeri. Sfoggiava magnifici parquet di rovere, il riscaldamento era garantito da stufe svedesi rivestite di marmi elegantissimi, le toilette avevano in dotazione camini speciali. Il primo treno di prova partí da San Pietroburgo il 3 agosto del 1851, il 19 agosto toccó allo zar Nicola, accompagnato da moglie e figli, dai grandi principi della Corte, da quattro principi tedeschi e da un nugolo di cortigiani. Dal primo novembre 1851 il traffico ferroviario tra Mosca e Pietroburgo divenne regolare. E fu nel 1855, dopo l'intronizzazione dello zar Alessandro II, che la ferrovia venne battezzata Nikolaevskaja e la rispettiva stazione di Mosca Nikolaevskij.

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