News per Miccia corta

07 - 07 - 2009

Omicidio Aldrovandi poliziotti condannati a tre anni e sei mesi

 

(la Repubblica, martedí 7 luglio 2009)

 

 

 

 

 

Aveva 18 anni, era incensurato, un ragazzo normale Morí per i colpi durante l'arresto

 

 

MAURIZIO CROSETTI

 

 

 

FERRARA - C'è anche Federico in aula, mentre un giudice condanna i quattro poliziotti che l'hanno aiutato a morire. Ha gli occhi chiusi, il labbro spaccato, il naso insanguinato, la fronte livida. Il suo volto, lanciato a metá  mattina dentro un mazzo di volantini da quindici ragazzi anarchici, ora riposa sui tavoli di legno scuro. La sua mamma piange: «Adesso, quei poliziotti possiamo finalmente chiamarli assassini».

Federico aveva diciotto anni, era incensurato, era un ragazzo normale. Il 25 settembre 2005 tornava dalla discoteca, era l'alba, lui agitato per qualche pasticca, la gente che chiama la polizia, quattro agenti che arrivano e lo prendono a manganellate sulle gambe, in testa, dappertutto, e a calci, poi lo sbattono a terra e gli si sdraiano addosso per ammanettarlo. Ma gli scoppia il cuore, soffoca, muore come un cane. Due anni di indagini, tentativi di coperture e omertá  perché di mezzo c'è la polizia, infine altri due anni di processo, 32 udienze, 15 periti, 8 avvocati e qualche tonnellata di dolore. Il pubblico ministero Nicola Proto aveva chiesto tre anni e 8 mesi per eccesso colposo, che ha portato all'omicidio colposo, nei confronti degli agenti Luca Pollastri, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Monica Segatto; il giudice Francesco Caruso ha deciso per tre e 6 mesi. Il pubblico applaude. L'unico imputato presente (Enzo Pontani, il biondo) rimane impassibile, il padre di Federico - Lino Aldrovandi - dice: «Ora devono togliersi quella divisa e chiedere scusa. Mio figlio non torna, ma giustizia è fatta».

Ci sono dieci metri tra la mamma e il poliziotto che non si guardano mai. Lui cerca il pavimento, lei l'altro figlio Stefano, in aula. Questa donna sa che il blog che ha aperto nel 2006 per cercare la veritá  c'entra, nella sentenza, e che altrimenti forse sarebbe sceso il silenzio. «Volevo vederli in manette, pazienza, mi hanno spiegato che serve il terzo grado di giudizio. በgiusto cosí, ci abbiamo creduto tanto, abbiamo sofferto. Quei poliziotti hanno agito per pura ferocia, senza spiegarne mai le ragioni. Via quella divisa, la penso come mio marito».

L'ultimo giorno è stato il piú lungo. Aspettando la sentenza nei corridoi polverosi, illuminati da globi di luce gialla e gelida, in tanti volevano sapere se è vero che i «servitori dello Stato» a volte diventano picchiatori, belve che colpiscono un ragazzo disarmato, terrorizzato e confuso, in quattro contro uno. I testimoni hanno spiegato che Federico, a terra, implorava aiuto e diceva basta, ma i quattro neppure chiamarono l'ambulanza che arrivó tardi, invano. Si sono viste le fotografie di un cuore spaccato, e il sangue attorno al volto del ragazzo morto. «Lo abbiamo pestato di brutto per mezz'ora» disse uno dei quattro.

Due manganelli si spezzarono, addirittura, e si cercó di farli sparire. Si tentó di far passare Federico Aldrovandi per tossico anche se non lo era, e di condizionare alcune testimonianze dei vicini: il processo di Ferrara ha mostrato cosa puó accadere, quando di mezzo ci sono le forze dell'ordine. «In questo processo, alcune istituzioni del nostro paese hanno perso credibilitá » dice l'avvocato di parte civile, Riccardo Venturi. Su alcune magliette bianche, tra il pubblico, c'è scritto «veritá  e giustizia per Aldro». Carrelli di carte vanno e vengono, fino a sera.

«á‰ una degna sepoltura per il povero Federico» sussurra, dopo la sentenza, un suo amico con gli occhi lucidi. In tanti piangono e si abbracciano. «Nulla di tutto questo poteva essere perdonato» ripete la mamma, Patrizia Moretti. «Se avete figli, sapete com'è quel momento al risveglio, quando una casa si riempie di caos e di musica, di vita, di gioia. A noi, questo è stato tolto: da quattro anni ascoltiamo solo il silenzio». Lo dice distrutta e felice, nel pianto e nel sorriso, parlando accanto a un figlio vivo e alla fotografia di un figlio morto.

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