News per Miccia corta

03 - 07 - 2009

1969: l'operaio si ribella. ``Vogliamo tutto``. Quarant'anni fa gli storici scontri a Mirafiori

 

(la Repubblica, venerdí 3 luglio 2009)

 



Lo sciopero contro gli sfratti e gli affitti d'oro nella cittá  del boom e dei quartieri dormitorio scatenó la protesta

Caroselli e lacrimogeni barricate e sassaiole scene di guerriglia Alla fine 160 fermi e una settantina di feriti

 

SALVATORE TROPEA

 

 

Da sempre era stato prevalentemente un modo di dire col quale, nel lessico meteorologico, si descrive una stagione fuori dal normale, piú esattamente quella innaturale e illusoria coda dell'estate che gli americani chiamano «indian summer». Poi la definizione «autunno caldo» fece irruzione nel vocabolario di politici, sindacalisti, saggisti, giornali e televisioni per indicare un periodo di tensioni sociali particolarmente acute. Vi rimase, prese piede e continua ad essere usata e abusata spesso impropriamente come sovente accade in un paese che inclina all'aforisma, al luogo comune, ai tormentoni linguistici di cui si innamora a tal punto da svuotare di significato le parole, disperdendole nei meandri e negli eccessi del «linguaggio parlato».

Tutto comincia a Torino intorno alla Mirafiori. ሠil 3 luglio di quarant'anni fa. I fatti di Corso Traiano fanno da prologo all'unico e storico «autunno caldo». I sindacati hanno organizzato uno sciopero generale per protestare contro gli aumenti degli affitti e il massiccio ricorso agli sfratti. Un problema che parte dalla fabbrica come luogo che lo ha creato, richiamando a Torino migliaia di immigrati, e che adesso lo subisce, saldandolo alle richieste di una diversa e piú accettabile organizzazione del lavoro. La scelta della Fiat di costruire a Rivalta un'altra Mirafiori, ostinandosi a voler concentrare su Torino e dintorni la produzione automobilistica, ha accentuato le conseguenze della cronica mancanza di abitazioni. Gli immigrati meridionali e di un Nord Est ancora lontano dal suo boom economico affollano i quartieri dormitorio. Ci sono zone della cittá  nelle quali questi rappresentano il 70 per cento degli abitanti.

A Mirafiori oltre la metá  dei dipendenti è costituita da immigrati arrivati dal Mezzogiorno negli ultimi dieci anni. E poiché nelle previsioni della Fiat è indicata una crescita del mercato dell'automobile in Italia e in Europa, che poi si rivelerá  sbagliata per eccesso, i treni in arrivo dal Sud scaricano ogni giorno a Porta Nuova altri immigrati. Il 2 luglio c'è stato un incontro durante il quale Giovanni Agnelli ha presentato all'allora sindaco democristiano, Andrea Guglielminetti, un piano casa che prevede la realizzazione di 3 mila posti letto per i nuovi assunti e 1.500 alloggi in aggiunta ai 1.780 appena ultimati. Non a caso la Gazzetta del Popolo, commentando gli scontri di Corso Traiano, osserva in un titolo di prima pagina che «Non basta il lavoro se poi manca la casa».

Fabbriche bloccate dallo sciopero, tram e autobus fermi, treni in ritardo. La memoria dei non piú giovani e le cronache dei giornali ci rimandano dopo molti anni l'immagine di una cittá  praticamente paralizzata in quel torrido pomeriggio d'estate.

Nella mattinata di quel 3 luglio i primi disordini si segnalano davanti ai magazzini Standa di via Nizza: un gruppo di manifestanti tenta di impedire l'ingresso alle commesse e prende di mira con lancio di sassi alcuni autobus dell'Atm. Verso le 14 il teatro degli scontri si trasferisce in corso Traiano.

Un corteo non autorizzato di giovani, tra i quali si scoprirá  poi che ci sono molti dimostranti arrivati da Milano, Pisa, Roma, Trento, punta verso i cancelli di Mirafiori. Lo slogan piú scandito è «Vogliamo tutto» e non è difficile indovinare che questa protesta, non governata da Cigl, Cisl e Uil, è organizzata da Lotta Continua, Potere Operaio e da qualche altra frangia dell'estrema sinistra. Altri cartelli descrivono, anticipandolo, quello che diventerá  il fosso scavato tra il sindacato e partiti storici da una parte e la sinistra extraparlamentare dall'altra: «Sindacato e padroni, accordo bidone», «Tutto il potere agli operai», «Contro il padrone blocco della produzione», «Cosa vogliamo? Tutto».

I cancelli Fiat di corso Tazzoli e via Settembrini sono presidiati dalla polizia mentre nel cielo volteggia un elicottero dei carabinieri. Altre forze dell'ordine sono state fatte confluire nelle strade dei quartieri di Mirafiori. Un lancio di sassi da parte dei dimostranti provoca una prima risposta dura degli agenti. Segue una breve tregua. Un corteo di circa 4 mila persone sembra dirigersi verso il centro, ma cambia subito rotta e va verso corso Traiano: corre voce che la destinazione sia il Lingotto. La polizia lo blocca all'altezza di via Pio VII. Il questore Guida prova a dialogare con i dimostranti, invitandoli con un megafono a sciogliersi, ma è un vano tentativo: il vicequestore Voria e il commissario Bonsignore, nomi che entreranno nelle cronache degli scontri di quegli anni, indossano la fascia tricolore e ordinano la carica. In pochi minuti corso Traiano e le strade adiacenti, fino ai prati che si aprono dietro i cantieri delle nuove costruzioni, diventano un campo di battaglia.

L'aria è resa irrespirabile dai gas lacrimogeni, le auto delle forze dell'ordine eseguono caroselli a sirene spiegate. Si scatena una caccia all'uomo, mentre i dimostranti si riorganizzano in gruppi e impegnano gli agenti con lancio di sassi e in corpo a corpo. Dai piani alti di corso Traiano la gente guarda sgomenta gli incendi che punteggiano le strade. Da una finestra vengono lanciati alcuni vasi contro gli agenti. Arrivano le ambulanze perché ci sono parecchi feriti tra le forze dell'ordine e tra i manifestanti, che peró fanno di tutto per non finire tra i ricoverati negli ospedali. Verso le otto di sera i dimostranti sono ridotti a poche centinaia e tutti chiusi in corso Traiano. Ma gli scontri continuano e si moltiplicano gli incendi. Altre dimostrazioni vengono segnalate davanti alla sede di Architettura al Valentino, in via Maroncelli, in via Nizza, piazza Bengasi.

Il bilancio dei disordini di corso Traiano è pesante. I feriti sono 70, ma questo numero comprende soltanto i ricoverati. I fermati sono 160 e per 28 scatteranno gli arresti. Il giorno dopo, 4 luglio, le prime pagine dei giornali sono dedicate alla scissione socialista con la quale naufraga il sogno di Nenni e Saragat e agli scontri di corso Traiano. L'Avanti! e l'Unitá  riferiscono dei fatti di Torino mettendo l'accento sulla grande adesione allo sciopero indetto dai sindacati, ma lo inquadrano in uno scenario che preannuncia giá  il dissenso tra sinistra e frange extraparlamentari. La Stampa titola «Giornata di violenze a Torino». La Gazzetta del Popolo privilegia la denuncia dei sindacati nei confronti di quelle che individua come «responsabilitá  anarchiche».

Lo storico Valerio Castronovo scriverá : «Le agitazioni operaie esplose con una forza d'urto senza precedenti, oltre a scuotere definitivamente il sistema monocratico su cui s'era fondato per piú di vent'anni il mito di Valletta, misero in crisi l'organizzazione tayloristica del lavoro, la sincronia e l'elasticitá  della piú grande catena di montaggio europea».

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