News per Miccia corta

27 - 01 - 2006

900. La ragazza del secolo scorso. Il libro di Rossanda



(da il manifesto, 27 Gennaio 2006)

La «ragazza» con il libro torna nella sua Milano

em>«La ragazza del secolo scorso», Rossana Rossanda, alla Casa della cultura di Milano, affollata nonostante la neve. Un`altra sala gremita l`accoglie per l`incontro all`Auditorium di Radio Popolare

L`incontro con Rossana Rossanda a Radio Popolare si puó ascoltare sul sito: www.ilmanifesto.it

MANUELA CARTOSIO

MILANO
«Sará  emozionata a tornare a casa sua?», domanda una signora alla vicina. La Casa è quella della Cultura di Milano. Strapiena, con un`ora d`anticipo e nonostante la neve, per Rossana Rossanda venuta a presentare il suo libro La ragazza del secolo scorso. Scelta del luogo obbligata, perché Rossana la Casa della cultura l`ha fondata e diretta nei suoi anni milanesi. Narra la leggenda che, allora, i suoi adoratori raccoglievano le cicche che lei schiacciava nel posacenere. Sublime feticismo. Milano è tanto cambiata, e in peggio. Ma un affetto particolare tra Rossana e Milano restano. Testimoniato, mercoledí sera, da un`altra sala gremita, quella dell`Auditorium di Radio Popolare dove Rossana ha conversato del libro e dell`universo mondo con gli ascoltatori dell`emittente milanese. Ieri, alla Casa della Cultura, Rossana ha conversato con il suo quasi conterraneo Claudio Magris. Cosí prodigo di lodi da doversi giustificare per il troppo parlare: «Il libro mi ha conquistato, sono qui per parlarne, non per stare zitto». Rossana, non sapendo scegliere tra l`imbarazzo e la ruota del pavone, si è rifugiata in una battuta: «Devo proprio leggerlo questo libro». E Magris: «Te lo consiglio».

Il titolo, che Mario Tronti trova sbagliato (vedi il manifesto di ieri), a Magris piace. Nei «trattati» sull`universo femminile, compilati sui banchi del liceo triestino, la parola «ragazza» connotava «l`essere in divenire, l`albero che cresce». Rossana Rossanda è una signora, «peró continua a crescere, vedremo cosa fará  da grande». Lei, piú tardi, dirá  che si sente «in uscita». Nel tempo che le resta continuerá  a fare «la giornalista in un piccolo giornale spelacchiato». Il «secolo scorso» del titolo, racconta, viene da una riunione di redazione in via Tomacelli. «Una cara amica, una delle piú care, un giorno mi ha investito con una raffica di le vostre categorie sono finite, avete chiuso, siete una cosa del secolo scorso». Brusii in sala nell`apprendere che in via Tomacelli si dicano simili cosacce. Certo, conviene Rossana, il Novecento «non possiamo prolungarlo, c`è una cesura». E peró non possiamo buttarcelo alle spalle come secolo maledetto, una sequela solo di lutti e tragedie.

Magris elogia il «testo letterario bellissimo», il romanzo di formazione che coglie «gli odori di un`infanzia ai confini orientali», la vigilanza sulla memoria «reumatica e imbrogliona», l`asciutta autocritica che non scade nel narcisismo. Poi passa alla «magna pars» del libro, il comunismo. Stringe il tutto in una domanda sul Pci: qual è stata la sua «inadeguatezza intrinseca»? La risposta di Rossana è nota: sconfitto il nazifascismo, il Pci non ha saputo interpretare e affrontare la modernitá  del capitalismo. Un limite culturale, il suo, prima ancora che politico, «non imposto da Mosca». Ha continuato a pensare a se stesso come «raccoglitore delle bandiere lasciate cadere nel fango dalle borghesia» persino quando negli anni Sessanta era chiarissima la spinta in avanti del capitale. «E sfido che il `68 abbia colto impreparato, sordo e miope il Pci».

Torniamo alla serata a Radio popolare. Complice la domanda finale di David Bidussa - «Cosa salveresti di questa storia?» - l`ora e mezza di filo diretto precipita nella risposta di Rossana: «Salverei la voglia, l`ambizione, la superbia di cambiare il mondo». Sintesi fulminate e imperiosa tanto del libro che della conversazione con gli ascoltatori. Equamente divisi tra chi guarda al passato (la Rivoluzione d`ottobre andava fatta, viste le conseguenze?; l`esperienza consiliare dice ancora qualcosa?) e chi guarda al presente (il movimento no global e quello zapatista sono abbagli, illusioni o concrete alternative?), tutti vogliono essere «rassicurati». Cosa che Rossanda puntualmente non fa.

E` stata «una consiliarista di ferro», ma una classe operaia frantumata, messa con le spalle al muro, corporativizzata non è piú quella che «liberando se stessa, libera tutti». L`ottobre? «Certo, avrei preferito che fosse successo in un paese avanzato...». Complimenti al sub comandante Marcos, «peró non ho mai creduto che le esperienze dei paesi terzi siano esportabili nell`occidente ricco». Lo sono ancor meno oggi, in epoca di «capitalismo trionfante e seducente. Per noi». La generositá  dei movimenti no global e pacifisti «tiene in piedi una soggettivitá  non omologata, non ci rende tutti spettatori di Bruno Vespa e delle torte in faccia, anima grandi e belle manifestazioni, vorrei fossero il triplo... peró la guerra non l`abbiamo impedita».

Perchè la storia e la memoria si interrompono con la radiazione dal Pci? Da quando il libro è uscito, la domanda insegue Rossana. Mercoledí a Radiopop ha risposto cosí: «Sugli anni del Pci mi sento sicura, sul dopo `68 sono in difficoltá , le idee sono ancora molto divise». Interpellata da Bruno Cartosio sulla diversitá  tra il Pci milanese (fabbriche, Politecnico, sociologia e un tocco di centroeuropa) e quello romano (popolo, plebi meridionali, Hegel-Labriola-Croce e Gramsci «usato» contro Marx) Rossana aggiunge qualche particolare al tema dipanato in tante pagine del libro. «A Botteghe Oscure io ero la compagna di Milano, sottintendendo che ero quella che aveva torto». Di Marx, comunque, anche nel Pci milanese ce n`era pochino. Segue rivendicazione: «Io sono una nipotina di Marx. Ha persino piú ragione adesso che nel 1848).

Del quarto di secolo vissuto in un partito che l`ha cacciata - «Berlinguer ebbe un certo stile, non ci trattó da infami e venduti che avvelenavano i pozzi» - Rossana non butta via niente: «Ricomincerei. Nel Pci si puó stare male, fuori poco si combina». Usa il verbo al presente per un partito che non c`è piú da un pezzo, «l`avessero traghettato verso una vera socialdemocrazia, sarei meno risentita con i dirigenti da Occhetto in qua».

Dopo il Pci, dice Rossana, l`unica cosa che «mi ha spostato la testa» è stato il movimento delle donne, il femminismo mi ha «interpellato duramente». Senza quello, il libro non l`avrebbe scritto, o l`avrebbe scritto in modo tutto diverso. «Il femminismo è l`unica contraddizione che non è stata triturata in questi anni». E` un largo riconoscimento per Lea Melandri che «appartiene alla storia che comincia quando il libro finisce». Scritto per molti, Lea pensa che le «interlocutrici privilegiate» della ragazza del secolo scorso siano le femministe, che non appaiono piú a Rossana con lo sguardo minaccioso del «con te faremo i conti». I conti Rossana li ha fatti con se stessa, «non ho mai desiderato d`essere un uomo, peró avevo rimosso la differenza tra i sessi e il groviglio che ne consegue». Sembra un flautato duetto tra amiche d`accordo su tutto. E invece no. Lea insiste molto sul ponte gettato da Rossana, narrando di sé, tra ragione e sentimenti, tra scena pubblica e «giardino privato», tra politica e interioritá . Ma io divisa non lo sono mai stata, si ribella Rossana. La politica è una passione e i sentimenti spesso e volentieri sono segnati da una razionalitá  sedimentata in stereotipi. Quanto al giardino privato, il suo era la storia dell`arte. «L`avessi coltivato adesso sarei un professore universitario, per di piú in pensione. Capirai che guadagno... Fuori dal giardino ho fatto errori, sono stata sconfitta, ma mi è andata anche bene».
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