News per Miccia corta

18 - 06 - 2009

Sidran, la voce di Sarajevo ``Soffro di jugonostalgia``

 

(la Repubblica, giovedí, 18 giugno 2009, Pagina XXI – Milano)

 

 

 

Io e Kusturica. Ho scritto i suoi primi film, ma ho rotto con lui quando ha abbandonato la nostra cittá  assediata e bombardata dai serbi 

 

 

 

SIMONA SPAVENTA 

 

 

 

La sua è la voce piú alta di Sarajevo, la cittá  amatissima che non ha lasciato nemmeno sotto le bombe dell'assedio. Abdulah Sidran e il piú grande poeta e scrittore bosniaco, amato per le sceneggiature dei primi film di Kusturica - Ti ricordi di Dolly Bell?, Leone d'Oro a Venezia nel 1981, e Papá  è in viaggio d'affari, Palma d'Oro a Cannes nel 1985 - , testimone della tragedia della ex Jugoslavia che ha raccontato in versi e romanzi, drammi e sceneggiature, saggi e appunti che Piero Del Giudice ha appena raccolto nel volume Romanzo balcanico. Candidato al Nobel eppure quasi sconosciuto in Italia, Sidran è a Mantova dove oggi presenta il suo libro e domani apre il cartellone del Teatro Festival con la sua unica pièce per il teatro, A Zvornik ho lasciato il mio cuore, messa in scena da una compagnia multietnica di attori italiani e albanesi.

Che cosa racconta?

«áˆ un grottesco balcanico, in cui un bosniaco innocente e ingenuo è vittima inconsapevole, come migliaia d'altri, della ferocia dei nazionalismi serbo e croato che hanno tentato di spartirsi la Bosnia Erzegovina quando la Jugoslavia è collassata. Il personaggio centrale è Rudo, maestro di musica a Sarajevo. Tenterá  sino alla morte di scrivere una sinfonia sul fiume Drina, in un alberghetto sulle sue acque, alla periferia di Zvornik. Un'ossessione musicale che diventa una trappola. Rudo cadrá  nelle mani delle bande criminali nazionaliste serbe».

La Zvornik del titolo?

«áˆ una cittadina bosniaca sulla Drina, al confine con la Serbia, le stragi dei nazionalisti serbi lungo il suo corso sono storia. Nel 1951 mio padre, rilasciato dal lager di Goli Otok dove era stato imprigionato per "deviazionismo stalinista", venne mandato al confino a Zvornik. Ci ho vissuto dagli otto ai dieci anni: i piú importanti per la formazione del carattere e del sistema emotivo di una persona».

Lei è noto in Italia per le sue sceneggiatore dei primi film di Kusturica. Poi la rottura. Perché?

«Stavamo lavorando al progetto di un film sulla Jugoslavia quando è scoppiata la guerra civile ed è iniziato l'assedio di Sarajevo. Kusturica è uscito da Sarajevo lasciando la sua cittá , io ho pensato che non avrei piú scritto un verso, non avrei piú alzato lo sguardo sul mondo se avessi abbandonato la mia gente nel piú grande pericolo».

Com'era la Sarajevo di quegli anni e com'è quella di oggi?

«Allora era appena morto Tito, si vivevano anni di anarchia anche liberatoria. La Sarajevo pluriculturale occupava la scena, i miei film sono un esempio della multiculturalitá  che felicemente si viveva nella capitale bosniaca. L'insurrezione serba ha distrutto la societá  bosniaca tradizionale, la convivenza naturale».

Nei suoi versi ricorre il concetto di "jugonostalgia".

«Non è nostalgia del "socialismo reale", ma di quella pluralitá  culturale che con naturalezza viveva nella Jugoslavia titina e post titina, sino a quando non sono cominciati la propaganda razzista e il delirio etnico». 

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