News per Miccia corta

24 - 01 - 2006

Album di famiglia di camerati in lutto.Cuori neri recensito da Colombo



(da "il manifesto", 24 Gennaio 2006)

Album di famiglia per camerati in lutto

«Cuori neri» di Luca Telese. Ritratto dei morti di estrema destra negli anni `70. Un libro che racconta solo una parte della veritá  dando ampio spazio a come i neofascisti si autorappresentavano, una comunitá  politica perseguitata

ANDREA COLOMBO

Nell`arco di una quindicina di anni, tra il 1969 e i primi `80, alcune decine di giovani militanti di sinistra e di destra furono uccisi dai nemici politici o dalle forze di polizia. Luca Telese, giornalista e redattore de Il Giornale, ha ricapitolato le storie dei 21 neofascisti uccisi tra il 1970 e il 1983. La stragrande maggioranza di questi erano militanti di base: coinvolti, come decine di migliaia di persone a destra e sinistra, nella lotta politica spesso violenta dell`epoca. A volte erano a tutti gli effetti combattenti di strada: ce n`erano dall`una e dall`altra parte, avrebbero potuto uccidere come essere uccisi. In alcuni casi, le vittime non erano neppure implicate nelle vicende politiche: ammazzate per caso, magari perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, come l`«apolitico» Stefano Cecchetti, fulminato nel corso di un assalto armato contro un bar abitualmente frequentato dai fascisti. Stefano Mattei, aveva otto anni: fu ucciso nel delitto piú atroce ed efferato di tutti, il rogo di Primavalle, nel 1973. Il libro di Telese, Cuori neri (Sperling & Kupfer, pp. 797, € 18.00) è frutto di una ricerca molto meticolosa durata anni. Montando con taglio veloce e molto televisivo i risultati del minuzioso lavoro d`archivio e di una vasta quantitá  d`interviste, l`autore restituisce per intero il clima di un`epoca per come lo vivevano i militanti di base d`estrema destra, i neofascisti soprattutto, ma non solo, del Msi.

Operazione a rischio
E` un`operazione tanto necessaria quanto pericolosa. Intorno a questi morti, soprattutto dopo le rivelazioni dal Brasile di Achille Lollo, uno dei responsabili del rogo di Primavalle, è stata costruita nell`ultimo anno una campagna politica che poco ha a che vedere con la ricerca della veritá  storica e moltissimo, invece, con le esigenze di una attualissima propaganda. Il ricordo di quei morti è stato impugnato dai loro antichi compagni di lotta, oggi ministri o riveriti leader di partito, per imporre una rivisitazione della storia che fa dei neofascisti le vittime incolpevoli di una feroce persecuzione, e di polizia e magistratura complici compiacenti.

Cuori neri, forse anche per la fascinazione che inevitabilmente l`oggetto di una lunga e partecipata ricerca esercita sul ricercatore, minaccia di inscriversi in questa sciagurata manovra. Rischia di avallare una rilettura della storia che fa dei neofascisti nei `70 l`oggetto di una strenua persecuzione, alla quale gli stessi reagiscono certo con esagerata violenza, ma colpevoli tutt`alpiú di un eccesso di legittima difesa.

Non è cosí. La violenza fascista negli anni `70 era, come quella rossa, a volte reattiva, piú spesso offensiva. In queste faccende è sempre opportuno pesare ogni parola. Tuttavia ricordare che nei frequenti episodi di violenza che costellarono quel decennio le vittime rosse furono moltissime non significa cedere alla tentazione di macabri conteggi, ma solo segnalare quanto inconsistente sia l`uso cinico che di quella memoria cerca di fare la moderna destra italiana. La feroce e stupida attitudine significata dallo slogan «Uccidere un fascista non è un reato» era identica a quella che agitava l`altra parte, solo a sostituire il termine fascista con quello «comunista».

Quanto all`atteggiamento della magistratura e delle forze dell`ordine nei confronti degli estremisti neri, non era di persecuzione, ma casomai di complicitá  o, nella migliore delle ipotesi, di sospetta sottovalutazione. Francesca Mambro ha ricordato che proprio la reazione a questa complicitá  fu una delle motivazioni che la spinsero a costituire i Nar.

Cuori neri è un libro utile e forse prezioso. Ma solo a patto di non scambiare gli umori che lo percorrono per realtá  storica, e individuarli invece per quello che sono: una registrazione fedele di come i neofascisti italiani degli anni `70 si vedevano. Una comunitá  assediata e perseguitata, i cui frequentissimi scoppi di violenza altro non erano che comprensibili reazioni.

Per chi allora militava a sinistra è facile ribattere che la realtá  era tutt`altra, che la violenza di sinistra era vissuta quasi sempre, e soprattutto all`inizio del ciclo in questione, come necessitá  di autodifesa. E tuttavia capire quel punto di vista opposto, quasi una realtá  alternativa e inconciliabile, è importante. Serve a sgombrare il campo dallo stupido paradigma amico/nemico e dal suo corollario, l`«inumanitá » del nemico, che affliggevano e ancora oggi inquinano il conflitto politico, senza che ció comporti l`abbraccio di alcun relativismo politico. Non c`è bisogno di far propria la teoria degli opposti estremismi per affermare che è quel paradigma a motivare pagine vergognose come la persecuzione squadristica ai danni del sedicenne Sergio Ramelli, l`aggressione a colpi di chiavi inglesi commissionata ad altri, tanto per crearsi un alibi, l`incredibile applauso con cui il consiglio comunale di Milano salutó la notizia della sua morte, dopo una lunga agonia.

Su un punto tuttavia il «vittimismo» degli ex neofascisti è indiscutibilmente fondato. Negare che l`establishment culturale dell`epoca fosse pronto ad assolvere sempre e comunque la sinistra è in effetti impossibile. Se brucia la casa del segretario di una sezione missina, e sulle scale si ritrova un cartello di rivendicazione indiscutibilmente di sinistra, è difficile non dubitare che a innescare l`incendio siano stati effettivamente gruppi di sinistra. Il dubbio non sfioró invece un numero ragguardevole di intellettuali e padri della patria, che non esitarono un attimo ad abbracciare la tesi della faida tra fascisti. Se due neofascisti vengono trovati uccisi (Padova, 1974) con tanto di colpo di grazia, e sul luogo del delitto non vengono rintracciate armi, è arduo ipotizzare che si siano vicendevolmente assassinati. Cionostante, il manifesto titoló allora: «C`è il sospetto che si siano ammazzati tra loro». Quando, dopo tre giorni di scontri come quelli che accompagnarono nel `75 l`inizio del processo per il rogo di Primavalle, un neofascista viene ammazzato a rivoltellate, non è che ci sia molto da riflettere per capire come il fattaccio sia potuto avvenire. La sinistra tutta non esitó invece a ipotizzare che Mikis Mantakas, il neofascista ucciso, fosse stato folgorato dai servizi segreti greci, per ripristinare in patria il regime dei colonnelli.

Obiettivo fallito
Inutile proseguire nella lista, tanto interminabile quanto imbarazzante. Il punto critico e rilevante, in questi casi, non è la malafede delle autorevolissime personalitá  che, contro ogni evidenza, prendevano sempre e comunque le difese dell`estrema sinistra. E`, al contrario, la loro buonafede, la facilitá  con la quale si convincevano, anche a costo di violentare il loro buon senso, dell`innocenza dei militanti di sinistra. Si tratta di un punto cruciale perché rimanda al vero elemento inconfessato e inconfessabile nella storia degli anni `70, forse quello che ancora oggi impedisce di consegnarli alla storia e alla memoria: il rapporto di stretta continuitá  che c`è tra quell`epoca e la guerra civile italiana del 1943-45. E` quella continuitá  a spiegare la resistenza degli «anziani» antifascisti ad ammettere che la violenza potesse essere adoperata anche dai giovani «antifascisti» ancorché questi non facessero alcun mistero della loro (e in questo caso si dica pure «nostra») fede nella violenza stessa. Dopo la deriva terrorista, quella continuitá  tra la guerra civile italiana e la guerra a bassa intensitá  che si combattè nei `70 è per la sinistra un tabú inviolabile, probabilmente quello che ostacola e impedisce ogni tentativo di ricostruire storicamente la vicenda di quel decennio, e di consegnarla al passato.

Di sfuggita, questa lunga inchiesta retrospettiva, porta anche ad alcune scoperte, come il progetto dei Nar di uccidere l`allora presidente del consiglio Cossiga, nel 1980, saltato all`ultimo momento per una questione di armi difettose e mai piú ripreso in seguito all`arresto di Valerio Fioravanti. Oggi Francesca Mambro dichiara: «Meno male che c`è uno come Cossiga, meno male che abbiamo avuto un nemico cosí. Meno male che nell`80 abbiamo fallito il nostro obiettivo». I tempi cambiano, e non sempre in peggio. Non manca nemmeno qualche particolare di elevata comicitá . Nel l987, al processo contro un gruppo di sinistra (del quale facevano parte anche alcuni degli assassini di Ramelli) accusato di aver assaltato, dieci anni prima un bar, l`avvocato della difesa sostenne che l`aggressione non era punibile, perché «legittima applicazione di un principio costituzionale», quello sul divieto di ricostituzione del partito fascista. L`avvocato di parte civile la prese malissima. A pronunciare l`infuocata arringa era Gaetano Pecorella, oggi capogruppo di Forza Italia in commissione giustizia. La controparte era Ignazio La Russa, oggi presidente dei deputati di An. I tempi cambiano.
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