News per Miccia corta

12 - 06 - 2009

La deriva autoritaria delle democrazie

 

(la Repubblica, venerdí, 12 giugno 2009)

 

 

 

 

  "Bisogna porre sotto controllo le oligarchie economiche, garantire la libertá  dell'informazione e la voce delle minoranze, tutelare i diritti sociali dei piú deboli" 

 

 

Esce in questi giorni "Democrazie senza democrazia" di (Laterza, pagg. 96, euro 14). Qui anticipiamo alcune pagine dell'Introduzione.

 

MASSIMO L. SALVADORI 

 

 

 

Quando oggi parliamo di democrazia, usiamo un termine che è sinonimo di liberaldemocrazia o democrazia liberale. Infatti la democrazia diretta dell'Atene del V secolo a. C. e quella a cui in tempi moderni si è tentato di dar vita prima nell'effimera Comune di Parigi del 1871 e poi nella Russia bolscevica tra il 1918 e l'inizio degli anni "˜20 non sono modelli ed esperienze attivi nella nostra societá : l'una perché espressione di una realtá  troppo arcaica, l'altra non foss'altro perché soffocata dalle sue contraddizioni interne e da quelle stesse forze che, dopo averla proposta e agitata come modello universale, hanno rapidamente costruito una dittatura di partito sfociata nel totalitarismo.

La democrazia di cui parliamo e a cui facciamo riferimento è dunque il sistema politico e istituzionale che si è formato dal connubio con il liberalismo: un connubio non facile e segnato da molte tensioni, su cui mi sono soffermato analizzando tre tipi di regimi. Il primo è il sistema liberale a suffragio ristretto e basato sui partiti, sui parlamenti e sul governo dei notabili di matrice aristocratica e borghese. Il secondo - il primo regime liberaldemocratico - è caratterizzato dal suffragio allargato o universale, dall'avvento sulla scena pubblica dei partiti organizzati di massa, dal dispiegarsi di acuti conflitti sociali e ideologici tra le classi e le loro rappresentanze politiche e parlamentari.

Il terzo - il secondo regime liberaldemocratico - è segnato, nel quadro dell'indebolimento e per aspetti importanti dalla scomparsa della sovranitá  degli Stati, dallo strapotere di oligarchie dominanti della finanza e dell'industria a livello internazionale, dal venir meno delle precedenti antitesi di classe e ideologiche, dalla trasformazione dei grandi partiti di massa organizzati sul territorio in «partiti leggeri» che si mobilitano essenzialmente in vista delle tornate elettorali e non poggiano piú su quadri intermedi e gruppi di militanti sempre attivi e distribuiti capillarmente nel territorio, dalla formazione di una opinione pubblica inerte, forgiata prioritariamente dai mezzi di informazione di massa. Si tratta non giá  di un sistema in cui i cittadini costituiscono le primarie cellule viventi di regimi dotati di una sostanziale natura democratica, bensí di un sistema in cui i governi ricevono una sorta di passiva incoronazione dal basso, sono «governi a legittimazione popolare passiva».

Constatata la crisi strutturale della democrazia, chi scrive si è posto in conclusione l'interrogativo se sia dato o meno credere nella possibilitá  di un suo rilancio, diciamo pure di una sua rinascita all'altezza dei problemi di un mondo in continua trasformazione con ritmi che non fanno precedenti nella storia. Lo spero ma non m'azzardo a dare una risposta. Occorre nondimeno cercare di stabilire qualche punto fermo, qualche parametro.

Tre paiono i presupposti principali di questa rinascita: 1) la capacitá  delle autoritá  politiche dei singoli Stati e degli organismi internazionali di porre sotto controllo le oligarchie economiche, in modo da togliere loro il potere di agire pressoché indisturbate nel perseguire i propri interessi particolari e da impedire il ripetersi di crisi catastrofiche come quella scoppiata nell'autunno del 2008; 2) la sottrazione ai potentati della finanza e dell'industria di un dominio sui mass media che vanifica la possibilitá  stessa di una opinione pubblica informata in maniera veritiera e realmente pluralistica, e il conferimento del dovuto spazio anzitutto alle minoranze quotidianamente minacciate di essere ridotte al silenzio o all'irrilevanza; 3) un'energica azione volta a combattere l'eccesso di disuguaglianze economiche che rendono una parola vuota la solidarietá , minano la coesione sociale e pongono i non tutelati, i poveri, gli emarginati in una posizione che non è di cittadini ma, agli estremi, di veri e propri paria di nuova generazione. Il che vuol dire il ritorno alle politiche di protezione e potenziamento dei «diritti sociali» e delle istituzioni del welfare che nell'ultimo trentennio il neoconservatorismo liberistico ha frontalmente combattuto e il cui ambito e la cui incidenza sono stati fortemente ridotti. Insomma, una robusta combinazione di elementi tale da dare alla democrazia un volto insieme liberale e sociale. 

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori