News per Miccia corta

11 - 06 - 2009

``Dopo di lui è finito il movimento rock in Italia``

 

(la Repubblica, giovedí, 11 giugno 2009)

 

 

 

 

 

    

 

 

 

 

GINO CASTALDO

 

 

 

 

Erano le ore 20 del 14 giugno del 1979, all'Arena civica di Milano. Una enorme folla la riempí per quello che doveva essere il piú grande sforzo di solidarietá  in favore di un musicista, Demetrio Stratos, simbolo della piú splendente creativitá  musicale di quel periodo, da alcuni mesi gravemente ammalato, ricoverato al Memorial Hospital di New York. Bisognava mettere insieme dei soldi per aiutarlo a sostenere le costose cure a cui era sottoposto. Ma non si fece in tempo. Il 13 arrivó l'annuncio che Demetrio non ce l'aveva fatta e il concerto si trasformó in un commosso tributo alla sua imparagonabile statura d'artista. Da trent'anni il suo nome aleggia sulla musica italiana come il segno di una grandezza perduta, e nel suo romanzo Foto di gruppo con chitarrista, Mauro Pagani, ha scelto proprio il concerto come finale della sua storia, autobiografica, ambientata tra musica e passioni politiche nel decennio cruciale che va dal 1969 al 1979.

 

Al momento del concerto si aveva giá  la sensazione che stesse finendo un'epoca?

 

«Allora non potevamo non viverla cosí, certo è stata una orrenda coincidenza, la morte non guarda in faccia nessuno, neanche un uomo di 34 anni nel pieno della sua vitalitá , ma di fatto a pensarci era giá  da un anno che le cose stavano cambiando, almeno dal rapimento Moro. Anche la musica stava cambiando, da un paio d'anni io ero uscito dalla Pfm e Demetrio dagli Area. Nel libro racconto un fatto vero. C'è un personaggio, chiamato il professorino, che disse: andiamo incontro a vent'anni di reazione. Io risposi: che menagramo! Invece aveva ragione, e per difetto».

 

Ma il concerto fu comunque un evento straordinario?

 

«Sí, ma anche lí qualche segno strano ci fu. La gente in fondo voleva la sfilata dei cantanti, un festivalone, tant'è che quando si esibí il pianista Giancarlo Cardini fu fischiato. Nemmeno al funerale di Demetrio si tollerava piú una musica di pura sperimentazione. Nel frattempo era arrivata la disco, la febbre del sabato sera. Ce l'avevamo davanti agli occhi i militanti che ballavano col ditino alzato, gli stessi che due anni prima ci dicevano borghesi solo perché usavamo la chitarra elettrica. Improvvisamente ci siamo sentiti soli. Non c'era piú un riferimento, quel brodo primordiale che era stato il movimento, eppure c'era ancora un sentire democratico. Poi solo le macerie. Come scrivo nel libro, lo spettacolo orrendo che il movimento ha dato di se stesso ha fatto sí che la gente dicesse: un due tre, tana liberi tutti».

 

Quando Demetrio si ammaló, stavate lavorando insieme?

 

«Sí, siamo andati insieme a Cuba, poi ci fu il mio primo disco da solista con tre brani interpretati da lui. Poi ancora l'esperienza di Carnascialia. Ma soprattutto stavamo provando a mettere insieme un gruppo rock. Oggi viene ricordato come Rock'n'roll exhibition, ma non era il vero nome, stavamo cercando una definizione piú precisa, era un bel sogno, un progetto ambizioso pieno di solletico intellettuale. Non volevamo un gruppo sperimentale, volevamo un gruppo vero di rock, il nome venne fuori dall'unico concerto che riuscimmo a fare, e che fu registrato per puro caso. Poi fu pubblicato su disco. Un giorno Demetrio non si presentó alle prove, disse che stava male. Andammo a casa sua e lo trovammo bianco come un lenzuolo, si toccava e rimaneva il bianco sulla pelle, il sangue non ritornava, diceva di sentire il sapore del sangue in gola. Fu ricoverato il giorno dopo, e non è mai piú uscito dall'ospedale. Per me fu un dramma tremendo, non m'era mai successo di vedere un amico spegnersi al mio fianco. In seguito mi resi conto che dovevo ripartire. Ma non fu facile. In fondo avevo fatto la rockstar con la Pfm, nell'unico periodo in cui non si facevano soldi. Ero senza una lira, intorno impazzava la dance, e ho passato due anni tristi a fare il turnista».

 

Qual è il modo migliore per ricordare oggi la figura di Demetrio?

 

«In modo propositivo. ሠche tutto oggi sembra scoraggiare i voli pindarici, c'è voglia di normalitá , non c'è tendenza a essere diversi. Ma da tutti questi talent show, dall'uso consumistico dell'essere artista, non puó emergere nulla. Non sono mai costruiti sulla creativitá , ma sulla ripetitivitá , i ragazzi vengono allevati a essere esecutori di cose magari scritte molti anni fa. Allora torniamo al punto principale: la musica è un linguaggio che ci deve aiutare ad esprimerci, va tolta da un ruolo esclusivamente consolatorio. Va bene anche la musica per ballare, ma solo se è una lingua per raccontare la mia parte piú irrazionale. La voglia che mi urla dentro è quella di fare un disco col titolo punto e a capo. Facciamo un po' di pulizia, noi siamo meglio di cosí, abbiamo dentro un mondo da esprimere, rabbie, desideri, delusioni, e dobbiamo ridistribuire mezzi critici per difenderci dai condizionamenti di massa. Demetrio era uno che aveva mezzi vocali portentosi, avrebbe potuto fare mainstream di qualitá , e di successo, e invece la sua idea è stata sempre quella di un laboratorio, anche quando si trattava di fare un gruppo rock». 

 

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