News per Miccia corta

25 - 01 - 2006

Settembre nero. Il film di Spielberg riapre il dibattito su Monaco `72



(da "La Repubblica", 25 gennaio 2006)

Il film di Spielberg riapre un caso che ha segnato la storia
Nei raid successivi morirono 10-15 persone per ogni atleta ucciso


Qui giorni di Monaco `72
spirale di sangue senza fine


di SANDRO VIOLA

POCHE vicende dell`ultimo mezzo secolo mi stanno tanto ancorate nella memoria, inamovibili, come quella raccontata in ``Munich``, il film di Steven Spielberg che arriva venerdí nei cinema italiani, preceduto dal fragore delle polemiche che ha suscitato nei Paesi dov`era giá  apparso. Discussioni e controversie che non riguardano la qualitá  e riuscita del film (visto che esso ha riscosso il plauso d`una grande maggioranza della critica), bensí il suo contenuto. La storia della rappresaglia condotta dai servizi segreti israeliani contro i presunti organizzatori dell`attentato che ``Settembre nero``, un gruppo terroristico palestinese, compí nel villaggio olimpico di Monaco all`alba del 5 settembre 1972.

Riassumo rapidamente la vicenda. Il commando palestinese penetró negli alloggi degli atleti israeliani, ne uccise due e ne sequestró nove. Seguí una trattativa con le autoritá  tedesche. Al termine della trattativa gli uomini di ``Settembre nero`` ottennero d`essere condotti, con i loro ostaggi, in un aeroporto militare, da dove intendevano partire per il Cairo. Lí giunti (e se nel frattempo gli israeliani avessero liberato circa 200 prigionieri palestinesi), s`impegnavano a rilasciare gli ostaggi. Ma all`aeroporto, attorno alla mezzanotte, gli eventi precipitarono. I tiratori scelti della polizia tedesca presero a sparare contro i terroristi, e questi - subito ai primi spari - fecero esplodere i due elicotteri dove si trovavano gli atleti israeliani, uccidendoli tutti.

Nel film, la sequenza di Monaco è breve e serve ad introdurre il vero racconto. Vale a dire la caccia all`uomo che il Mossad intraprese nei giorni successivi alla strage, eliminando uno dopo l`altro, fallendo un solo bersaglio, i rappresentanti di Arafat in Europa che gli israeliani presumevano coinvolti nella preparazione dell`attentato. Ora, da dove nascono le polemiche che stanno accompagnando l`uscita del film? Riassumo anche qui.


Alcuni (israeliani, organizzazioni ebraiche della diaspora, ma anche osservatori imparziali) sostengono che ``Munich`` descriva l`accanimento e la spietatezza di quella caccia all`uomo senza dare il giusto peso alla necessitá  politica - e al diritto morale - che Israele aveva di reagire alla strage dei suoi atleti. Altri hanno visto una propensione del regista a comprendere meglio, ``di piú``, le motivazioni della lotta armata palestinese che non le esigenze di sicurezza israeliane. E non c`è dubbio che la discussione s`accenderá  nei prossimi giorni anche da noi.

A chi è insorto contro lo spirito del film, Spielberg ha risposto che egli lo ha girato avendo in mente un`idea, per lui stesso almeno, molto chiara. Dimostrare che le rappresaglie servono quasi soltanto a partorire altre rappresaglie, a versare altro sangue, a desolare comunitá  e famiglie, a incancrenire gli odi, rendendo cosí sempre piú difficile, sempre piú lontano, il solo modo di risolvere un conflitto come quello israelo-palestinese: il dialogo. Sedersi a parlare, e restarvi sino a quando - per usare le parole di Spielberg - ``i sederi degli uni e degli altri non abbiano preso la forma d`una sedia``.

Non entro, per ora, nella discussione. Intendo solo fornire una testimonianza su quanto vidi in Israele (e poi in Libano) nelle ore e giorni successivi all`attentato di Monaco.

Giunsi a Tel Aviv, infatti, nel pomeriggio del 6 settembre, all`indomani della strage all`aeroporto. Trovai la cittá  attonita, come folgorata. Il colpo sferrato da Settembre nero aveva avuto, inutile dirlo, un effetto psicologico terribile. D`un tratto, il sentimento di sicurezza che la propria potenza militare aveva dato agli israeliani, nel `67, con la strepitosa vittoria nella guerra dei Sei giorni, sembrava dissolto.
Le bare degli atleti erano giunte poche ore prima, accolte da migliaia di persone dai volti impietriti, all`aeroporto di Tel Aviv. Essendo morta quello stesso giorno una sua sorella, il primo ministro Golda Meir non c`era. Ma c`erano Dayan, Allon, Peres, Eban, Eizman, Begin e tutti gli altri esponenti politici del paese. Non venne organizzato un funerale collettivo. Dopo una breve, sobria cerimonia, ciascuna famiglia prese la sua bara e partí per il cimitero della propria cittá .

Benché in tutti i discorsi che s`ascoltavano fosse chiaro che la gente aspettava di vedere quando e come Israele avrebbe reagito, per quasi due giorni non accadde nulla. Ma il terzo giorno, quando giá  mi preparavo a rientrare in Italia, il governo Meir dette inizio alla rappresaglia. Raid aerei su Siria e Libano contro i campi profughi e le basi delle formazioni armate palestinesi, incursioni di mezzi corazzati oltre il confine libanese sino al fiume Litani, la zona da cui i fedayn di Arafat lanciavano le loro azioni contro Israele ed era perció chiamata Fatahland. L`8 settembre l`aviazione bombardó in Siria i sobborghi di Damasco e Latakia, e in Libano la regione tra Tiro e Nabatyeh. Ci furono molti morti, e giá  nei tre o quattro giorni successivi - i bombardamenti continuavano senza interruzioni - calcolammo che le vittime della rappresaglia israeliana dovevano ormai essere 10-15 almeno per ognuno degli atleti uccisi a Monaco.

In quei primi giorni, se bisogna credere alla ricostruzione di Spielberg, l`azione d`un commando del Mossad contro i rappresentanti dell`Olp in Europa non era ancora stata decisa.

Il film mostra infatti una riunione cui partecipano ministri e comandanti militari, durante la quale Golda Meir annuncia che il Mossad avvierá  una serie d`esecuzioni mirate contro i probabili organizzatori dell`impresa terroristica di Settembre nero. E lí un alto ufficiale interviene a mezza voce, perplesso: chiede se la risposta militare in Siria e Libano, che ha giá  provocato tanti morti, non possa considerarsi sufficiente. Obbiezione cui la Meir, se ricordo bene, non risponde. La cosa certa è che il 14 settembre, dopo quasi una settimana di bombardamenti, il primo ministro annunció alla Knesseth che Israele avrebbe reagito all`eccidio dei suoi atleti ``con misure mai prese`` sin allora.

Fu quindi attorno alla metá  di settembre che gli agenti del Mossad incaricati della caccia all`uomo descritta nel film, arrivarono in Europa. Di questa missione dei servizi segreti circoló subito, a Tel Aviv, qualche vaga voce. Un giornalista israeliano mi raccontó che a capo della missione poteva esserci l`ex generale Sharon, un nome che fuori d`Israele era a quel tempo pressoché sconosciuto. L`ex generale aveva comandato a suo tempo l`unitá  101, una formazione semi-regolare che negli anni Cinquanta era stata famosa per le rappresaglie condotte in vari villaggi palestinesi, alcune tanto sanguinose da provocare lo sdegno dello stesso primo ministro d`allora, David Ben-Gurion.

Il 101, continuó il giornalista, figurava da anni come formalmente disciolto, ma era ben possibile che fosse stato rimesso sui binari per eseguire la ritorsione annunciata dalla Meir. Dal bar del Dan dov`eravamo, telefonai allora a questo signor Sharon nella sua fattoria del Negev. Il generale mi rispose con cortesia. Mi consiglió di non credere alle leggende che correvano attorno all`unitá  101, col quale lui, comunque, disse di non aver piú a che fare. E quanto alla possibilitá  di ricevermi, gli dispiaceva molto ma gliene mancava assolutamente il tempo.

Poiché era soprattutto il Libano l`obbiettivo delle rappresaglie, noi giornalisti che nella prima settimana avevamo seguito da Tel Aviv la risposta militare del governo Meir, ci trasferimmo - via Cipro - a Beirut. Vi ero appena arrivato, il tempo di poggiare la valigia nella mia stanza al Saint George, quando sentii alla radio che le quattro colonne corazzate israeliane entrate nel Sud Libano nei giorni precedenti, avevano cominciato a ritirarsi. Con due colleghi italiani ci precipitammo allora verso Tiro e oltre, tra il Litani e Nabatyeh. Le prime devastazioni le incontrammo a Juaya. I campi stavano bruciando, bruciava la macchia tra le colline e il mare, sulle case annerite dagli incendi s`alzavano ancora densi pennacchi di fumo.

Nel piccolo paese, ci condussero a vedere i morti tra le macerie: un paio giá  infilati nei sacchi di plastica, un paio appena lavati e composti, e un vecchio ancora nel suo letto, rigido in posizione seduta e cosparso dai calcinacci del tetto sfondato a colpi di cannone, morto probabilmente d`infarto. Ma fu all`uscita da Juaya, tornando verso Beirut, che ci aspettava l`immagine piú sconvolgente. Un taxi schiacciato dai cingoli d`uno o due carri armati pesanti, ridotto a un ammasso di lamiera come quelle sculture dette ``compatte``, e tra le lamiere i corpi straziati di varie persone, forse un`intera famiglia che stava fuggendo verso nord. Un tragico errore di manovra, ci sforzammo di pensare, da parte dei carristi. Tutta l`area era comunque devastata. All`ingresso di Tiro una scuola era stata interamente demolita, a Nabatyeh l`ospedaletto palestinese era mezzo diroccato, a Bent Jibail contammo una quindicina di case semidistrutte.

Certo, in quegli stessi luoghi avrei visto dieci anni esatti dopo, quando l`esercito israeliano invase il Libano al comando di Ariel Sharon ministro della Difesa, anche piú morti e maggiori distruzioni. Eppure il ricordo che conservo di quel settembre `72, degli effetti che otto o nove giorni di bombardamenti israeliani avevano provocato nei piccoli villaggi e cittadine del Sud Libano, è piú nitido, piú penoso. Quel che allora non sapevo, tuttavia, è che s`era trattato soltanto d`un prologo. D`una specie di ``ouverture funebre``. Perché intanto gli uomini del Mossad stavano per iniziare in Europa la parte piú significativa della rappresaglia.

Cominciando da Roma, dove esattamente un mese dopo avrebbero ucciso con quattordici colpi di rivoltella il nostro amico Wael Zwaiter, un intellettuale amico anche di Moravia e Pasolini, che ancor oggi proprio non riesco a immaginare nei panni del terrorista. Il Mossad ne sapeva piú di noi? E` possibile: ma quando i suoi servizi segreti ammazzano qualcuno, il governo d`uno Stato democratico dovrebbe forse dire (e se non subito, dopo un certo tempo) due parole sulla necessitá  che aveva di crivellarlo a rivoltellate. Non a caso, quando nel film il capo dei giustizieri del Mossad comincia, dopo aver giá  eliminato vari esponenti palestinesi, a nutrire qualche dubbio sulle ragioni morali dell`operazione, dice piú o meno: ``Senza prove certe della loro colpevolezza, ucciderli è un puro e semplice assassinio``.

Sí, certo, la polemica s`accenderá  nei prossimi giorni anche in Italia. In parte essa ricalcherá  le stesse divisioni che esistono nella nostra opinione pubblica, ormai da decenni, tra pro-israeliani e pro-palestinesi. Divisioni che non si sono mai ricomposte perché né gli uni né gli altri hanno mai voluto riconoscere che nel conflitto tra i due nazionalismi di Palestina nessuno è completamente dalla parte del torto, e tutti hanno anzi le loro ragioni. Ma soprattutto verrá  discussa la ``tesi Spielberg``.

Vale a dire: hanno avuto un`utilitá  politica le rappresaglie, e le rappresaglie alle rappresaglie, e i kamikaze, i servizi segreti, gli omicidi mirati, insomma l`interminabile, terribile catena di violenze snodatasi nei trentatré anni trascorsi dal massacro di Monaco a oggi? O non hanno ammorbato ancor piú gravemente il contesto del conflitto israelo-palestinese? E` vero che rimanere inerti sotto i colpi dei terroristi non è possibile. Ma quando la spirale attentati-rappresaglie aveva ormai mostrato d`essere inarrestabile, col solo risultato d`annichilire ogni tentativo di dialogo tra le parti, non si sarebbe potuto, dovuto, mettere in discussione l`utilitá  e il fine di tante carneficine?

Perché la violenza - Spielberg ha ragione - distorce, ammala la mente degli individui. ``All`inizio``, dice nel film il capo dei giustizieri israeliani alludendo alle prime esecuzioni operate dalla squadra, ``era davvero molto duro. Ma adesso posso andare ad uccidere senza farmene un problema``.

(25 gennaio 2006)

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LA TESTIMONIANZA.

L`ex premier israeliano era nel commando dell`operazione a Beirut contro i mandanti di Monaco `72

Barak: ``Cosí, vestito da donna colpii i responsabili della strage``

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - Pensa ancora a quella notte in cui sbarcó a Beirut travestito da donna, Ehud Barak, per assassinare tre dirigenti palestinesi responsabili della strage di Monaco? ``Ci penso spesso. Non è qualcosa che si puó dimenticare, sa? E voglio confidarle una cosa: quando fui nominato capo di Stato Maggiore, una delle nostre donne-soldato, con i gradi di tenente, mi accolse nel mio nuovo ufficio per spiegarmi come funzionava. Le domandai come si chiamava e rispose: ``Romana``. Chiesi se per caso era parente dell`atleta israeliano dallo stesso nome trucidato dai terroristi alle Olimpiadi. ``Sono la figlia``, rispose. Erano ebrei di origine italiana, come suggeriva il nome. Avrei voluto abbracciarla, quel giorno, dirle cosa avevo fatto agli assassini di suo padre. Ma il mio ruolo era ancora coperto dal segreto di stato, e tacqui``.

Con una parrucca nera da donna in testa, le guance incipriate, due granate nascoste nel reggiseno e la pistola col silenziatore nella borsetta, Barak guidó l`unitá  che allora comandava, Sayeret Metkal, i leggendari commandos d`élite delle forze armate israeliane, nel cuore del territorio nemico, fino alla capitale del Libano.

I tre dirigenti palestinesi considerati da Israele i mandanti del massacro alle Olimpiadi furono eliminati. ``Con loro, purtroppo, dovemmo uccidere anche sette gendarmi libanesi e due donne che ci ritrovammo davanti``, ricorda al telefono da Tel Aviv l`ex-militare piú decorato al valore nella storia dello Stato ebraico e l`ex-primo ministro che nel 2000 andó piú vicino di chiunque altro a firmare la pace con Arafat.


Quella missione, ribattezzata ``Primavera di bellezza``, fu giudicata un successo pieno. Ma Munich, il film di Steven Spielberg sulla rappresaglia israeliana, si concentra sull`altra operazione, ``Vendetta di Dio``, in cui furono uccisi per errore anche dei palestinesi innocenti, che con la strage non c`entravano niente.

Il messaggio del regista americano sembra essere che la morale biblica, occhio per occhio, dente per dente, non paga; e che adottando i metodi dei nostri nemici, diventiamo come loro. Non è cosí? ``No, non è cosí, perché non siamo diventati come loro e perché quello che facemmo io e i miei compagni era esattamente l`opposto di ció che hanno fatto i terroristi palestinesi a Monaco``, risponde Barak. ``Sa cosa dicevo ad Arafat, quando mi chiedeva di rilasciare certi detenuti palestinesi? Dicevo che non potevamo liberare chi si è ``bagnato le mani di sangue``.

Arafat allora osservava che anch`io ho le mani bagnate di sangue, del sangue di palestinesi, e che è la stessa cosa. Ma non è la stessa cosa, cercavo di spiegarli e spiego oggi a chi traccia un simile parallelo. Noi agivamo su ordine di un governo democraticamente eletto, facendo tutto il possibile, nelle nostre azioni, per non causare danni ai civili, per non colpire degli innocenti: non sempre ci riuscivamo, ma l`intento era quello. I terroristi palestinesi invece agivano con l`intento opposto, causare piú danni possibili a chiunque si trovasse preso in mezzo, a Monaco `72 come in seguito. E non si possono equiparare, sul piano morale, due scelte cosí diverse``.

In Europa, osservo, non tutti la vedono cosí. ``E io invece credo che qualunque paese democratico, se potesse colpire i terroristi che l`hanno ferito sapendo di non poterli catturare e mettere sotto processo, farebbe quello che abbiamo fatto noi``. Ma perché la sua missione a Beirut filó liscia e quella in Europa assai meno? ``Perché sbarcare a Beirut era difficile per il Mossad e perció il compito fu affidato a noi militari, potrei rispondere. In realtá  queste operazioni sono come camminare su una corda sospesa nel vuoto: la differenza tra successo e fallimento, mi creda, è questione di un`inezia``.

(25 gennaio 2006)

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L`INTERVISTA.

L`organizzatore dell`attacco rievoca quegli anni e afferma: ``Contro Fatah non una rappresaglia ma una guerra segreta``

Daoud: ``Non doveva finire cosí
ma lo rifarei anche oggi``


dal nostro inviato ALIX VAN BUREN

DAMASCO - Abu Daoud sibila: ``Monaco, lo rifarei daccapo``. Trentatré anni dopo il massacro, l`uomo che ideó e progettó l`operazione è un gigante con la chioma canuta, anziano guerrigliero errante tra le capitali arabe alla ricerca di un rifugio da un passato che lo incalza.

Abou Daoud, il mondo ha ancora negli occhi l`orrore di quel massacro. Perché architettarlo?
``L`idea è nata il mattino del 13 luglio a Roma. Sedevamo a un bar del Pantheon. Aspettavo Abu Iyad (ministro degli Interni di Fatah, ndr). Con Fakhri al Omari, il suo consigliere, sfogliamo i quotidiani arabi. Fakhri legge un trafiletto: il comitato olimpico respinge la domanda di partecipazione della Palestina. Avevamo spedito a Ginevra montagne di richieste, mai una risposta. Ed ora eccola, in quelle poche righe. Motivo del rifiuto: la Palestina non esiste. Bene, dico io, questa è l`occasione giusta``.

Giusta perché, secondo lei?
``Per imporci agli occhi del mondo. L`Occidente a quel tempo ignorava l`esistenza della Palestina. Noi l`avremmo imposta a 500 milioni di spettatori``.

E per questo lei ha scelto un teatro di sangue?
``No, le cose dovevano andare diversamente. Fatah condannava i dirottamenti perché colpivano i passeggeri. I nostri obiettivi dovevano essere militari``.

Allora gli atleti che cosa c`entravano?
``A Monaco eravamo tutti combattenti, di due fronti avversari. I nostri erano fedayin, mettevano in conto la morte. Quanto agli israeliani, erano militari prima che sportivi. Joseph Romano, il campione di pesi, partecipó alla guerra dei Sei giorni in Cisgiordania e Golan. Moshe Weinberg, l`allenatore, era anche lui dei commando speciali. Ma non doveva finire cosí. Noi confidavamo nel negoziato, per liberare i prigionieri palestinesi. Non avevamo previsto l`intransigenza di Golda Meir``.
Ma cosí inizió anche una nuova scia di sangue, la vendetta di Israele. Abu Daoud, com`è vissuto lei in questi trent`anni?
``Era difficile venire a prendermi fra i miei uomini, nelle basi militari. Gli israeliani per ritorsione colpirono gli obiettivi piú facili, i campi profughi palestinesi in Libano. A me spedirono un killer, ma molti anni dopo, a Praga. Peró, ascolti: per anni gli israeliani non hanno saputo chi fosse davvero dietro il sequestro di Monaco. Spielberg racconta soltanto una leggenda. La veritá  è un`altra``.

Qual è?
``Che fra noi si combatteva una guerra nell`ombra. Il Mossad tentava di infiltrare le nostre organizzazioni, di eliminare gli intellettuali e i moderati che davano voce alle ragioni palestinesi. E noi, di eliminare gli agenti avversari. Non è vero che la squadra di Golda Meir abbia sbagliato obiettivi. Era una guerra camuffata sotto il manto di Monaco: non uno dei palestinesi abbattuti ha partecipato a quell`operazione``.

Qualche esempio?
``Wael Zwaiter, il rappresentante dell`Olp a Roma. Un filosofo, un intellettuale, parlava cinque lingue, amico di Moravia, non aveva mai impugnato un`arma. Come Ghassan Khanafani, giornalista e scrittore, ucciso a Beirut alla vigilia di Monaco, e cosí pure Abu Yussef, Kamal Adwan e Kamal Nasser, assassinati sei mesi dopo a rue Verdun, dal commando di Ehud Barak. Ma con l`assassinio di Zwaiter a Roma, il conflitto venne esportato in Europa``.

Gli attentati in Italia, noi li ricordiamo bene: il terminale petrolifero in fiamme a Trieste, la bomba sull`aereo El Al decollato da Roma. E poi quali altre piazze d`Europa?
``Madrid, gennaio `73; con l`uccisione di Baruch Cohen, liquidammo l`intera rete del Mossad in Spagna e nelle maggiori capitali europee. In Italia, nel `74, concludemmo un accordo con il governo. Se l`Italia avesse impedito agli israeliani di colpirci, noi avremmo terminato ogni azione. Quell`anno Fatah liquidó anche Settembre Nero. Il nostro obiettivo era raggiunto. La causa palestinese era sull`agenda delle cancellerie occidentali``.

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