News per Miccia corta

07 - 06 - 2009

``Io, rivoluzionario riluttante``

 

(la Repubblica, domenica, 07 giugno 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

Vent'anni fa, sulla scia del crollo del Muro e dei regimi comunisti europei, Praga conobbe la sua "Rivoluzione di velluto", senza spargimento di sangue. L'uomo che ne fu al centro, lo scrittore Vá¡clav Havel, che poi ricoprí per tre volte la carica di presidente, rievoca per noi i giorni cruciali in cui una folla disarmata scrisse la Storia 

 

Io non aspiravo a cariche politiche Mi sono sentito come in teatro quando sei un attor giovane e si scopre che non ci sono piú gli interpreti principali. E allora che fa l'attor giovane? Sale sul palcoscenico e dá  il meglio di sé 

 

 

 

NICOLA LOMBARDOZZI 

 

 

 

 

PRAGA

 

Birra gelata alle dieci del mattino. L'ideale per ripensare al passato, tirare qualche bilancio, scacciare qualche rimpianto. Vá¡clav Havel sorseggia piano, ritorna a una mattina di novembre di vent'anni fa. Faceva freddo. La Letna, la collina sulla Moldava di fronte al vecchio ghetto ebraico, era piena come nessuno l'aveva mai vista, «nemmeno nelle adunate di partito del Primo maggio». Dicono fossero in trecentomila, «ma a noi interessava di piú contare gli altri, i soldati, la polizia, quelle truppe speciali che ci avevano giá  ucciso un sogno ventun anni prima. Anche allora avrebbero potuto scatenare la violenza, chiudere la pratica con qualche carica, magari nel sangue. E poi spiegare tutto al mondo attraverso i giornali e la tv di regime cosí abili nel manipolare la veritá , la storia stessa. Certo, la gente era tanta e l'entusiasmo cresceva. Mai visti tanti giovani. Studenti, apprendisti operai, forse anche militari in licenza. Disarmati peró, e lo gridavamo forte: Má¡me holé ruce! Abbiamo le mani nude. Urlavamo contro i comunisti, contro il governo del segretario generale Gustá¡v Husá¡k, che sicuramente ci stava osservando lassú dal Castello. E quelle finestre che sembravano chiuse facevano paura. Era appena crollato il Muro a Berlino, erano successe cose epocali in Polonia, in Ungheria, ma dal Castello poteva ancora partire un ordine e la nostra speranza sarebbe stata spazzata via. Insomma lo spettro del "˜68 era ancora lí sopra di noi».

 

L'ordine non arrivó. L'entusiasmo della folla cresceva, gli agenti antisommossa rimanevano al loro posto indifferenti. Qualcuno sembrava perfino lanciare sguardi di solidarietá  a quei coetanei che si sbracciavano dalla parte opposta della barricata. «Forse era solo suggestione, vedevamo le cose come volevamo che fossero. Ma fu lí che ci rendemmo conto che era fatta. Improvvisamente, senza un comando, senza un perché, il nostro slogan cambió: Soudruzi, koncime! ሠfinita compagni! ሠfinita. Venne fuori spontaneo, dal cuore e non fu piú mai smentito. Il traguardo era raggiunto, e questa volta non saremmo piú tornati indietro».

 

Il resto è l'epopea della Rivoluzione di velluto, il corteo di fiaccole e cori che si sposta nella sera a piazza Venceslao - quella del sacrificio di Jan Palach - la folla che invoca Há¡vel. Lo scrittore dissidente, scarcerato qualche giorno prima, che prende la parola tra applausi e urla di gioia. Cita Palach, Dubcek, e poi gli amici arrestati con lui e prima di lui. La gente piange di gioia, canta e balla fino all'alba per le stesse strade dove i tank di Mosca avevano cancellato nel sangue la Primavera del "˜68. E la voce della folla comincia a lanciare un altro messaggio ma questa volta senza rabbia, con toni gioiosi da festa allo stadio: Há¡vel na Hrad! Havel al Castello. ሠdi fatto l'acclamazione popolare alla presidenza della Repubblica, che arriverá  ufficialmente solo qualche settimana dopo.

 

Ma l'autocelebrazione non fa parte del personaggio. Há¡vel se ne accorge, interrompe il racconto, riacquista l'aria da intellettuale timido e un po' svagato che è il suo marchio di fabbrica nelle apparizioni pubbliche. «Che dovevo fare? Io non aspiravo, non ho mai aspirato, a cariche politiche, non ho fondato partiti né tantomeno creato ideologie. Mi sono sentito come in teatro quando sei un attor giovane e si scopre che non ci sono piú gli interpreti principali. In quel momento cadeva un blocco di potere, finiva un'epoca. Sulla scena servivano politici democratici. E dove li trovavi i politici democratici nella Cecoslovacchia del 1989? Insomma era la classica situazione storica in cui i grandi cambiamenti politici possono essere fatti solo dai non politici. E allora che fa l'attor giovane? Sale sul palcoscenico e dá  il meglio di sé».

 

Su quella notte di gloria e di lacrime di commozione i retroscena si sprecano. Husá¡k, si disse, aveva chiesto il parere di Gorbaciov prima di lanciare l'ordine tanto temuto di sedare la rivolta. Il Cremlino aveva risposto in maniera molto diversa che nel "˜68, invitando i compagni cèchi a non mettersi contro il popolo e a trattare un'uscita di scena piú indolore possibile. Há¡vel riconosce il ruolo importante di Gorbaciov, ma non gli riesce proprio di considerarlo l'artefice del crollo sovietico. «Non voglio sminuire il suo ruolo. La glasnost e la perestrojka hanno avviato un processo che ha distrutto l'impero sovietico, questo è certo. Ma non credo che le mire di Gorbaciov si spingessero a tanto. Mi è sembrato come un cuoco che vuol fare uscire un po' di vapore da una pentola a pressione. Ha sollevato di un tantino il coperchio, ma questo gli è sfuggito di mano ed è volato via. Insomma, voleva solo dare un po' di respiro ai popoli oppressi, ma questi sono andati avanti da soli e molto al di lá  delle sue previsioni. Se non lo avesse fatto lui, prima o poi lo avrebbe fatto qualcun altro. In ogni caso è stato bravo a non cedere mai alla tentazione di usare le maniere forti. Ha evitato spargimenti di sangue e di questo dobbiamo essergli grati».

 

Adesso Vá¡clav Havel, dopo tre mandati da presidente (prima della Cecoslovacchia, poi della Repubblica Ceca dopo la scissione consensuale con Bratislava), non è del tutto soddisfatto di come sono andate le cose. Lui nega, minimizza com'è nel suo stile, ma c'è uno spot che si vede molto in questi giorni per le tv e per i cinema cechi che la dice lunga. Pubblicizza le manifestazioni per il ventennale della Rivoluzione e lo interpreta lui stesso vestito da medico, anzi da ostetrico. Porta in una nursery una nidiata di neonati dormienti. Li sveglia con un battito delle mani e dice: «Siete nati vent'anni fa. Adesso datevi da fare, tocca a voi».

 

Forse i giovani del 2009 non le sembrano all'altezza di quelli dell'89? «No, semmai è un invito a prendere l'iniziativa, anche politica. Non credo che tra le generazioni ci siano differenze genetiche. Ognuna ha piú o meno la stessa percentuale di intelligenza, di idiozia, di cultura, di senso di responsabilitá . Ma questi giovani, che non hanno vissuto il nostro passato, sono piú leggeri di noi, non devono sopportare quel peso che ci imponeva il regime comunista, quella totale mancanza di fiducia in noi stessi che ci paralizzava, quell'assurdo ma profondo complesso di inferioritá  nei confronti dell'Occidente».

 

E a questi giovani lei vorrebbe chiedere di piú? «Li vorrei piú impegnati. Proprio l'altro giorno ho tenuto una conferenza davanti a milleduecento studenti universitari. Tante domande, tanto interesse, ma quando ho chiesto: chi di voi vuole fare politica attiva?, hanno alzato la mano appena in tre. D'altra parte è un momento cosí in tutto il mondo. I nostri giovani, dei paesi ex comunisti intendo, danno per scontate quelle che sono state conquiste epocali. Siamo nella Ue, nella Nato, abbiamo una democrazia parlamentare, libera stampa e libera opinione, alla frontiera non ci viene nemmeno chiesto di rallentare... A loro sembra tutto ovvio, ma non è stato cosí facile. Peró non sono pessimista, sento che i valori morali ci sono, che l'impegno prima o poi verrá , che la nuova generazione riuscirá  a soppiantare la nostra. Io mi ripeto sempre che solo le nuove leve possono fare cambiamenti importanti, nel bene o nel male. E mi ripasso mentalmente questa tabella: 1918, Cecoslovacchia indipendente; 1938, Patto di Monaco e sottomissione al nazismo; 1948, golpe comunista; 1968, la nostra Primavera finita nel sangue; 1989, la Rivoluzione di velluto. Insomma la cadenza è sempre quella di una generazione».

 

E che cambiamenti si aspetta? «Vorrei meno miopia, meno tecnocraticismo. I politici della vecchia guardia pensano solo al prossimo turno elettorale. Occorre tornare a guardare piú lontano, a scadenze di almeno cinquant'anni e questo solo i giovani possono farlo». E intanto, mentre si pensa al futuro, il passato, ogni tanto, ritorna: gli ex comunisti vincono spesso le elezioni nei Paesi dell'ex Patto di Varsavia, anche a Praga i partiti che hanno reclutato figure quasi dimenticate di comunisti di un tempo, volano nei sondaggi. Há¡vel non sembra preoccupato, gli pare una reazione quasi inevitabile: «La libertá  è faticosa. Molta gente, sotto il regime, si era abituata all'idea che lo Stato pensasse a tutto e ti seguisse dalla culla alla tomba. Orribile sí, ma dava un senso di falsa sicurezza che ad ogni difficoltá  ti scopri a rimpiangere. A chi non ha voglia o coraggio di prendere iniziative i comunisti offrono una ricetta facile facile e, riconosco, molto tentatrice: di te si occuperá  lo Stato, non hai bisogno di preoccuparti e nemmeno di pensare. Quando ero Presidente mi rinfacciavano i senzatetto nelle periferie. C'è povertá , mi dicevano. Ma non era vero. Lo sviluppo economico era assai migliore di prima. La veritá  è che i senzatetto non si erano mai visti prima per il semplice motivo che lavorare era obbligatorio. Chi si rifiutava, andava in galera. Sono stato in carcere e ne ho conosciute di persone di quel tipo».

 

Troppo facile Presidente, non vorrá  dire che non si sono compiuti errori in questi vent'anni di libertá ? «Ma certo che se ne sono fatti. Ci siamo trovati, e altri Paesi molto piú di noi, davanti a turbolenze che non ci saremmo mai aspettati e che abbiamo gestito con difficoltá . E poi la storia non è finita, come aveva predetto qualcuno, con la caduta del Muro. Adesso ci sono nuovi pericoli che prima non pensavamo nemmeno esistessero: i terrorismi, il disastro climatico, le diseguaglianze sociali. Per questo io aspetto una nuova leva di politici che si prepari a ragionare in grande». Sembra l'identikit di Obama. La sua elezione ha portato molto entusiasmo e non solo in America. In fondo un presidente nero alla Casa Bianca era impensabile piú o meno come vent'anni fa un dissidente carcerato insediato nel castello di Praga. Sorride, finisce la sua birra. «Sí, il paragone regge. Ma nessuno puó fare miracoli. Ho incontrato da poco Obama: mi è sembrato simpatico, intelligente e soprattutto capace di ascoltare. Cosa che i politici non fanno quasi mai. Ma con affetto gli ho detto di guardarsi dall'eccessivo entusiasmo dei suoi sostenitori. Ho visto che in Europa in molti lo considerano come un nuovo Mosè... In politica, quando ci si aspetta troppo, si passa bruscamente all'avversione e addirittura all'odio se qualcosa non va per il verso giusto. Mi sono preso la soddisfazione di dare un consiglio al fenomeno del momento, ma credo che lo avesse giá  capito da solo». 

 

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