News per Miccia corta

04 - 06 - 2009

Tiananmen, l'ultima rivolta prima della globalizzazione

 

(Rassegna.it)

 


La violenza dell'89 consentí al partito/stato cinese la ristrutturazione dell'economia. Ne è scaturita una nuova societá , dove 150 milioni di migranti offrono le loro braccia a buon mercato. Cosí è nata la Cina fabbrica del mondo

 

di P.A.

Il dibattito sull'"incidente" Tiananmen non si è mai sviluppato in Cina. ሠrimasto un tabú. Ma che cosa ne sanno oggi i giovani cinesi? Quali canali usano per ricostruire quella vicenda? E' la prima domanda che abbiamo rivolto ad Angela Pascucci, giornalista de "il manifesto" e autrice di vari testi sulla Cina...

Pascucci: I giovani cinesi, anche quelli "istruiti" che riescono ad andare all'universitá , mediamente sanno poco e nulla. Il silenzio minaccioso imposto dal governo sulla manifestazioni dell'89 e la repressione che ne seguí, scoraggia dal condurre ricerche per proprio conto. Il ritmo degli studi e la forte competizione sul mercato fanno il resto nel tenere lontani dalle grane. Molti poi non hanno neppure interesse a quanto accadde a quell'epoca, ritenendo che la Cina di oggi, potenza in piena ascesa sulla scena internazionale e in espansione economica anche quando infuria una crisi globale, abbia superato i problemi di quei tempi. Ma per quelli che sentono il bisogno civile e morale di sapere qualcosa oltre la veritá  imposta dal governo, e ce ne sono anche se è una sparuta minoranza, c'è Internet, il grande oceano della rete nel quale oggi navigano oltre 250 milioni di cinesi, il piú grande esercito di internauti al mondo. Anche il sistema di sorveglianza messo in piedi dal governo cinese è uno dei piú sofisticati al mondo, ma i giovani cinesi sono bravissimi ad aggirare tutti i firewall. Anche la crescita della comunitá  studentesca all'estero ha contribuito a moltiplicare i canali di informazione alternativi ma sembra che oggi in questa comunitá  prevalga piuttosto uno spirito nazionalistico e patriottico molto forte.

Sullo stesso tema:
» La censura di Pechino,
Internet vietata e dissidenti allontanati
» Archivio, Il racconto di una testimone
» Manifestazioni, In migliaia a Hong Kong
» La polemica, Scontro fra Cina e Usa

Rassegna.it: Il governo cinese, in occasione dell'anniversario, ha deciso per il black out: Chiusi i siti internet, i blog, le piazze, le universitá  non lo ricordano. La Cina è il paese della censura?

Pascucci: Come ho giá  detto, il sistema di sorveglianza cinese è uno dei piú forti e sofisticati del mondo. Ma a mio avviso si ricorre alla censura vera e propria solo in casi estremi. Anche se in Occidente si pensa alla Cina e al suo sistema di governo stato/partito come a un blocco monolitico, il paese è sempre stato un grande continente con enormi differenze che 30 anni di riforme e di sviluppo economico hanno moltiplicato e ampliato. Sono in molti oggi a dire che in Cina si gode di maggiore libertá  individuale, rispetto al passato. Il che è in parte vero. Ma a ció corrisponde un livello piú sofisticato di controllo e repressione che il piú delle volte pone confini non sempre evidenti. Il cittadino "normale" (certamente non i dissidenti aperti che sfidano sistematicamente l'apparato, pagandone le conseguenze) si accorge di averli attraversati solo quando viene colpito. Ció induce naturalmente a una forte auto censura.

Rassegna.it
: Come definiresti, dal punto di vista politico, quella rivolta del 1989? Si puó rileggere oggi come una tappa della fine del comunismo? (anche se il comunismo cinese era stato altra cosa rispetto a quello sovietico...)

Pascucci: Non c'è un termine univoco per definire quella rivolta. Partí come una rivolta studentesca, di "giovani istruiti", tradizionalmente la coscienza critica del paese, che si ponevano come interlocutori del governo affinché risolvesse i molti problemi che erano venuti al pettine dopo 10 anni di riforme e alcuni dei quali li colpivano direttamente. I privilegi e la corruzione, ad esempio, che precostituendo posizioni di favore per i figli dei potenti, li penalizzavano. Il problema della maggiore "democrazia" che ponevano riguardava certo la riforma politica ma soprattutto i meccanismi decisionali. Ma gli errori compiuti nel decennio di riforme, che avevano alterato rendendola ineguale la distribuzione del reddito, avevano penalizzato anche altri classi sociali. Cosí via via che la protesta, nata dal funerale dell'ex segretario del Pccc Hu Yaobang, defenestrato nell'86 e considerato una sorta di simbolo, cresceva, andava ampliandosi la partecipazione dei diversi strati sociali. Alla fine sulla piazza Tiananmen c'era anche un presidio operaio. E sembra che furono proprio gli operai ad essere piú duramente repressi. Alcuni di loro sono ancora oggi in prigione. In questo senso si puó dire che quel massacro fu una tappa della fine del comunismo. Ma bisogna anche dire che da quell'anno fatidico è partito un processo che, alla luce del controverso sistema economico mondiale nato dalla globalizzazione degli anni '90, ancora aspetta un giudizio storico obiettivo. La storia non è affatto finita. Ne è cominciata un'altra.

Rassegna.it: Come si sono mescolate in questi venti anni la violenza di Stato e lo sviluppo delle forme piú esasperate di capitalismo?

Pascucci: La violenza dell'89, in Cina ma non solo, consentí al partito/stato cinese a partire dal 1992 (anno in cui furono rilanciate alla grande le riforme) di procedere senza ostacoli a un processo di ristrutturazione radicale dell'economia e della societá  cinesi. L'allentamento dei legami di appartenenza al villaggio di origine e il radicale processo di industrializzazione e urbanizzazione hanno creato una nuova classe sociale, quella dei migranti, oggi oltre 150 milioni di persone, che hanno offerto le loro braccia a buon mercato per fare della Cina la fabbrica del mondo. La vecchia classe operaia è stata declassata e falcidiata dalle ristrutturazioni delle compagnie statali. Ne è venuta fuori, soprattutto negli anni '90, una giungla dei diritti in cui le peggiori forme di sfruttamento hanno prosperato, a maggior gloria, va detto, del capitalismo mondiale. Lo slogan "arricchirsi è glorioso" di Deng Xiaoping ha fatto nascere e favorito un ceto imprenditoriale e del terziario che costituisce oggi una "classe media" ristretta (circa 200 milioni di persone) molto attaccata alle proprie acquisizioni economiche e sociali, politicamente arretrata che dunque non intende proprio sfidare il governo con la richiesta di riforme politiche o una maggiore equitá . Poi c'è una classe di super ricchi che hanno fatto la loro fortuna alleandosi con il Partito, costituendo un blocco di interessi forti che allo stato attuale è quello davvero dominante. Va ricordato che, in questo processo di ridisegno anche ideologico, nel 2004 il Pcc ha aperto ufficialmente le sue porte ai capitalisti che nel Partito si sono felicemente installati.

Rassegna.it: Che cos'è il sindacato per la Cina e in Cina?

Pascucci: Il sindacato in Cina è quello ufficiale, l'unico ammesso, l'Acftu, All China Federal Trade Union. Un moloch capillare il cui ruolo principale non è quello di difendere i diritti dei lavoratori ma piuttosto di fare la longa manus del governo all'interno delle imprese private. E' anche in questa ottica che occorre guardare l'accettazione delle regole da parte di giganti come Wal Mart che a casa propria, negli Usa, impediscono qualunque organizzazione sindacale. Per mia esperienza posso dire che i lavoratori cinesi non tengono in gran conto il sindacato ufficiale, dal quale non si sentono affatto protetti. Basta vedere la vicenda dell'applicazione della nuova legge sui contratti di lavoro entrata in vigore nel gennaio del 2008. Una legislazione persino piú avanzata di quelle in vigore dalle nostre parti rimane sulla carta. Il sindacato ufficiale generalmente non muove un dito per farla applicare e se i lavoratori vogliono difendere i diritti che sancisce devono muoversi da soli, con i propri avvocati. E spesso vanno incontro a pesanti ritorsioni.

Rassegna.it: Che fine hanno fatto i ragazzi della piazza Tiananmen? Ci sono attualmente forme latenti di protesta, movimenti sociali sotterranei in Cina?

Pascucci: Alcuni dei leader piú importanti del movimento studentesco, come ad esempio Wang Dan che dopo sette anni di prigione potè andare in esilio negli Usa, fanno parte di una diaspora ancora attiva. Altri, intellettuali, professori, spargono a volte semi di memoria tra i loro giovani allievi, ovviamente con grande discrezione. In realtá  le proteste in Cina sono molto evidenti. Nel 2005, secondo dati governativi, ci sono stati 85mila "episodi di massa", termine che definisce rivolte, sit in, scioperi, proteste e quant'altro di simile. Pare che vi siano state coinvolte oltre tre milioni di persone. Da quell'anno il governo non ha piú fornito dati sul fenomeno ma le notizie di proteste e rivolte, alcune con decine di migliaia di persone che scendono nelle strade e si scontrano con le forze di sicurezza, sono all'ordine del giorno. Ma sono jacqueries, movimenti locali, ribellioni a episodi di prevaricazione dei governi locali. A volte vengono represse con durezza, altre volte il governo centrale interviene dando ragione alle rivendicazioni dei cittadini, in una specie di gioco delle parti che favorisce lo stato, spesso si colpiscono solo i leader delle proteste organizzate. Il punto infatti è questo: impedire il nascere di una qualunque organizzazione piú vasta. E tuttavia, anche se rischioso, vi sono attivisti che, sotterraneamente, stanno cercando di organizzare i lavoratori, soprattutto i migranti. Un processo lunghissimo, sotterraneo, che non intende sfidare apertamente il Partito, e che durerá  molti anni, ma l'unico che potrebbe ridare allo sviluppo cinese un volto umano.

Rassegna.it: Deng è stato l'uomo della svolta "capitalistica", dell'arricchitevi. Ma che ricordo ha la Cina di oggi di Mao?

Pascucci: Mao è innanzitutto un'icona ripetuta ossessivamente, persino piú di quando il Timoniere dominava con il suo culto della personalitá . Basta guardare all'arte e all'oggettistica piú incongrua (ad es. piccoli busti lussuosi di Mao che costano lo stipendio mensile di un operaio). Considero geniale e perversa la decisione del governo di mettere l'immagine di Mao su tutti i tagli di banconote (un tempo solo un taglio lo esponeva). Il Partito ha stabilito il suo giudizio sull'operato di Mao negli anni '80, cosí da dare una cornice ideologica chiara alle riforme denghiste: 70% buono, 30% cattivo, intendendo con il cattivo soprattutto la Rivoluzione culturale. Ci sono tuttavia ancora oggi gruppi apertamente maoisti (anche di giovani) e la radicalitá  del comunismo maoista ha lasciato una traccia forte nella coscienza di molti contadini e operai. Non è del resto un caso che il Partito comunista cinese non abbia voluto cambiare il proprio nome. Per molti cinesi ancora oggi questa denominazione costituisce una legittimazione all'operato del Pcc e un ostacolo a rivoltarglisi contro.

Rassegna.it:
Che tipo di percezione ha l'Europa di quei lontani avvenimenti?

Pascucci: Mi pare che l'Europa oscilli, preda del suo malessere piú complessivo. Mancando di una vera politica estera comunitaria anche nei rapporti con la Cina ogni stato europeo è andato per suo conto, oscillando fra l'interesse a fare affari e affermazioni sul rispetto dei diritti umani che appaiono rituali persino ai cinesi. Questo si riflette anche nel giudizio sui fatti di Tiananmen. Manca ancora oggi una profonda riflessione sul significato di quanto allora accadde. Si insiste a vedere in quella protesta una rivendicazione di diritti di stampo occidentale (libertá  e democrazia) e la sua repressione come un crimine "comunista". Il che è vero solo in parte perché, come fu chiaro dopo, quel massacro fu parte integrante di una logica propria della globalizzazione del mondo che seguí.
I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori