News per Miccia corta

24 - 05 - 2009

Mauro Rostagno, le mille vite di uno scomodo ribelle

 

(la Repubblica, domenica, 24 maggio 2009)

 

 

 

 

  Fu un irrequieto, che rifiutó sempre di piegare la testa Il viaggio in India e l'incontro con Osho 

 

Usava la sua tv come un'arma per colpire Cosa Nostra e le ipocrisie della cultura mafiosa 

 

 

ATTILIO BOLZONI 

 

 

 

PALERMO - Nella sua breve esistenza ha avuto tante esistenze. ሠstato figlio del grande Nord e uomo del profondo Sud, è stato operaio e capopolo, professore, terapeuta, sociologo, giornalista, sognatore. Era narciso, cosmopolita, esibizionista, incantatore di folle, fricchettone, rivoluzionario. ሠmorto da «siciliano», proprio come quei siciliani che senza paura vanno incontro al loro destino. ሠmorto di mafia nella terra piú mafiosa della Sicilia, le campagne di fiori che sfiorano le saline e i mulini a vento. «La vera rivoluzione è qui a Trapani, adesso non ci vedo piú alcun rapporto con il marxismo, peró la vivo come una sfida molto piú impegnativa: è la vita, è il diritto di vivere. E la lotta alla mafia esprime la stessa identica esigenza di un tempo: la gioia di vivere», scriveva Mauro Rostagno a Renato Curcio che aveva conosciuto in un'altra delle sue vite.

«Diteci a chiddu cu a varva di non dire minchiate». Dite a quello con la barba di non dire minchiate, avvertiva minacciosamente il boss Mariano Agate quando i ragazzi di Rtc - l'emittente dove da un anno Mauro era caporedattore e anima - giravano immagini per illustrare quei «commenti». Uno al giorno. Uno per ognuno di «quelli». Attaccava tutti nella Trapani complice, muta. Attaccava giudici distratti, mafiosi prepotenti, politici ladri o collusi. Dite a quello con la barba di non dire minchiate. Minchiata dopo minchiata, Mauro si è condannato a morte.

L'indagine che seguí al suo omicidio fu segnata fin dal principio da troppe «dimenticanze». In un rapporto Mauro risultava nato un giorno e in un anno, in un altro rapporto cambiava il giorno e l'anno. Incerta era anche l'ora del suo delitto. «Nella prima inchiesta i magistrati non mi hanno chiamata neanche a deporre», racconta Carla, la sorella. «Alcuni episodi sono ancora oggi oggetto di verifica per capire se siano stati ispirati dalla specifica intenzione di depistare», spiega Antonio Ingroia, il magistrato di Palermo che con ostinazione non ha mai fatto scivolare in archivio un'inchiesta destinata alla sepoltura.

Sono passati piú di vent'anni. Chissá  quante altre vite avrebbe avuto Mauro se non l'avessero spento in quel viottolo che portava a Saman, le palme, il baglio, i campi gialli di margherite a primavera, le macchie bianche e azzurre degli iris selvatici in autunno. Chissá  se si sarebbe aggiustato ancora e un'altra volta la sua vita, come per scherzo di tanto in tanto faceva quando provava a raccontarsi.

Lui era nato a Torino, nel "˜42. Diceva di essere «figlio di operai e comunisti», comunisti sí ma operai non era vero. Suo padre era un dirigente Fiat, sua madre segretaria. Mauro è un ribelle, Torino la sente come una prigione. La libertá  è andare fuori di casa. Si sposa giovanissimo e il matrimonio dura poco.

Monica, la figlia nata da quell'amore: «Mio padre, invece di pagare le bollette della luce tornava a casa con un'orchidea. E lei gli rompeva una bottiglia in testa». Mauro lavora in fabbrica, in Germania e poi a Londra. Rientra in Italia che non ha ancora 23 anni e s'iscrive alla Bocconi, a Milano. Ma cambia ancora. Va a Trento, dove hanno appena aperto l'Universitá . «Arriva come un meteorite, fa un grosso buco incandescente e quel buco è lui: Mauro», ricorderá  Sandro Canestrini, che in quegli anni a Trento è consigliere comunale. Nella sua valigia ha i «Quaderni Rossi», conosce Marco Boato, conosce Renato Curcio e Mara Cagol. «Innamorarci fu questione di un attimo», dirá  Curcio.

ሠquasi il Sessantotto. Poi, Mauro e Lotta Continua. Un'altra vita, un altro lungo viaggio. L'amicizia con Adriano Sofri, l'incontro con Luigi Bobbio e Guido Viale, l'amore con Chicca Roveri. Dal Nord scende giú, in Sicilia. ሠa Palermo, insegna a Sociologia, fa studiare Freud e Reich, è alla testa dei «senza casa» dello Zen, è l'idolo degli studenti del Movimento. Ma dentro a Lotta Continua non tutti lo amano, qualcuno della sinistra extraparlamentare chiede «ai compagni di Lc di cacciarlo a calci nel culo». ሠtroppo «alternativo» Mauro, arrotola spinelli, parla di libertá  sessuale.

Lascia Lc, lascia la Sicilia e anche Roma, torna a Torino da sua sorella Carla. E poi a Milano, dove apre il suo «Macondo», un posto dove gira solo «fumo» e «dove sono aboliti tutti i bisogni necessari e sviluppati tutti i bisogni superflui». A Macondo arriva la polizia che chiude il locale, Mauro si fa un mese di carcere. Quando esce è «Sanatano», che significa «eterna beatitudine». Gli amici di un tempo lo sfottono, lui è sarcastico: «Dopo Marx, aprile!». Va in India, a Poona. ሠcon l'amico trapanese Francesco Cardella. Tutti e due adesso sono «arancioni», seguaci del guru Osho. Un'altra vita ancora. Fino all'ultima, fino a quando decide di tornare in Sicilia e fondare Saman, comunitá  di meditazione di recupero di tossici. Si inventa giornalista. E, giorno dopo giorno, con i suoi «irrispettosi» telegiornali annuncia la sua condanna. 

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