News per Miccia corta

24 - 05 - 2009

Nostalgia dell'altra Germania

 

(la Repubblica, domenica, 24 maggio 2009)

 

 

 

Mentre si preparano le celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro, una mostra per ragazzi a Berlino, un romanzo e un'antologia di poesie ricordano l'arte e la vita quotidiana dell'Est che fu comunista. Per i tedeschi è una "operazione memoria" animata soprattutto da chi visse nello "Stato-in-cui-non-tutto-era-male" 

 

 

ANDREA TARQUINI 

 

 

 

BERLINO

l'ultima idea provocatoria riguarda l'inno nazionale. Nel Deutschlandlied che fu composto da Haydn, sará  forse inserita la prima strofa dell'inno della defunta Ddr: «Risorta dalle rovine, rivolta verso il futuro, lasciaci servirti, patria tedesca unita». Patria tedesca unita: parole allora sovversive, oltre il Muro della Guerra fredda. Quando, dopo anni di ritardo sclerotico, la censura "rossa" se ne accorse, il regime di Berlino Est divenne l'unico al mondo a imporre di cantare l'inno del suo Stato senza le parole. Eppure, vent'anni dopo, quello Stato caduto nel 1989 con il Muro, e nel 1990 con la riunificazione, negli animi non è morto.

Un'antologia di cento poesie scritte nei quarant'anni di vita della "Repubblica democratica tedesca" fa parlare di sé. Al Fez, il grande, postmoderno e interattivo parco della gioventú dell'ex Berlino Est, la mostra cui tutti i media tedeschi danno risalto è un'esposizione per spiegare ai bambini cos'era la Ddr. Il piú importante romanzo tedesco del momento è Der Turm (La torre), di Uwe Tellkamp, una sorta di Buddenbrook dell'Est che narra dello sforzo di sopravvivere della borghesia di Dresda aggrappandosi ad affetti e tradizioni. Vent'anni dopo, non è solo nostalgia: il passato che non passa, tipico di tutto l'Est ex comunista, qui è un'emozione e un confronto che la moderna, democratica, multiculturale Germania riunificata vive bipartisan nel suo quotidiano, proprio in quest'anno dell'anniversario della svolta.

La memoria divide e insieme unisce. La maggior parte dei tedeschi dell'Ovest, cresciuti tranquilli in democrazia da due generazioni, sa e vuole sapere poco o nulla degli ex fratelli poveri dell'Est ora parte della Bundesrepublik. Nelle scuole superiori di Monaco o Francoforte, se credi alle interviste live della tv pubblica, ci sono studenti convinti che il Muro di Berlino lo abbiano eretto Hitler, oppure i russi o gli americani. Eppure il dibattito è quotidiano, appassiona e divide. «La Ddr era uno Stato repressivo, una dittatura brutale», dice la cancelliera Angela Merkel. Ma, al contrario dei conservatori nostrani, si guarda bene dal paragonare al Terzo Reich quel comunismo che i tedeschi hanno sofferto piú di altri. Altri politici, a sinistra ma non solo, dissentono. «Era una dittatura, eppure questo non vuol dire che ognuno lá  era ogni giorno infelice», ribatte il vicecancelliere e leader socialdemocratico Frank Walter Steinmeier.

Basta sfogliare il libro edito da Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Cento poesie dalla Ddr, per capire meglio. Non è solo questione di nostalgia, avvertono i due. La Germania orientale e i suoi ex cittadini non vogliono sentirsi tedeschi di serie B, si ribellano alla sensazione che una vita vissuta dietro il Muro sia gettata alle ortiche dal senso di superioritá  dell'Ovest vincitore vent'anni fa. «Che ci piaccia o no, anche la lirica e la cultura della Ddr appartengono al patrimonio tedesco», scrivono nel saggio che accompagna il libro. Non è un'antologia qualunque: è un viaggio affascinante in quei quarant'anni, un itinerarium mentis nella vita di intellettuali che all'inizio sperarono nel regime come "Stato antinazista", o come "Societá  dei lettori colti". E poi soffrí l'involuzione repressiva dell'era brezneviana, il declino finale, il trauma della riunificazione.

«La Ddr all'inizio appariva agli intellettuali come lo Stato in cui ogni villaggio aveva un teatro, una casa della cultura o una biblioteca», scrivono Buchwald e Wagenbach. Le prime poesie dell'antologia sono piene di sensi di colpa per il passato e di voglia di riscatto. «Noi siamo la generazione perduta», scrive Inge Müller negli anni Cinquanta. E Stephan Hermlin, che poi nell'era Breznev sarebbe divenuto dissidente, ricordava allora Le ceneri di Birkenau. L'illusione di costruire una Germania migliore duró a lungo. Almeno fino alla costruzione del Muro: lo scrittore Uwe Johnson, ricorda l'antologia scuotendo la memoria del presente, diceva di aver «traslocato» da Est a Ovest, non si sentiva fuggiasco. Sfogliare il libro appassiona i lettori tedeschi di vent'anni dopo la fine dello "Stato che non è morto". Ecco Sarah Kirsch narrare semplicemente i piccoli momenti intimi in cui si macina insieme il raro caffè razionato, o Wolf Biermann invitare senza censure a «non aspettare tempi migliori».

Nello Stato finito ma non morto, come nella Mosca di ieri, poesia e letteratura erano un rifugio dell'intellighenzia. La Ddr aveva i suoi Evtusenko, i suoi Pasternak, i suoi Vysotskij. Ecco ancora Hermlin narrare l'avventura degli uccelli migratori, «tesi a scoprire altre terre»: elogio del viaggio vietato. Hermlin, che oggi i tedeschi riunificati riscoprono, fu punito, dimesso a forza dal regime da numero uno dell'Accademia delle arti. Venne il tempo della resa alla censura, era concessa solo l'ironia. Come quella di Thomas Brasch sul burocrate che anno dopo anno appende a casa prima il ritratto di Stalin, poi quello del primo dittatore Ulbricht, poi quello di sua moglie, e alla fine disperato non si sente mai lasciato solo in pace. Vengono confessioni d'addio, come Adieu Land di Gabriele Eckart, addio a un Paese dove non ce la fai piú a vivere, eppure nel cuore resta la tua patria. E, negli anni del crollo del regime, la lirica dá  voce alla realtá : ne Il Muro Reiner Kunze confessa che «quando lo costruimmo, non immaginavamo quanto sarebbe stato alto». «Noi» lo costruimmo: un'idea di identitá  nazionale oggi scomparsa ma non morta.

Che cosa bisogna dunque narrare ai giovani e ai bambini, nati dopo l'89, di questo Stato finito ma ancora vivo nell'immaginario collettivo? Un esperimento straordinario è in corso al Fez di Berlino est, l'ex parco-centro culturale della gioventú dove il regime indottrinava ma tollerava anche i pedagoghi creativi. La mostra Dimmi, cos'era la Ddr? prova a spiegarlo ai bambini. Narra delle realtá  idilliache, dai Kindergarten alle colonie estive, ma anche del Muro. Racconta del minimo garantito per tutti come delle merci razionate o delle code, espone i credo convinti degli attivisti della Fdj, la gioventú comunista tedesco-orientale, ma ricorda anche la storia dei giovani ribelli, condannati all'emarginazione: come Annette, punk di Berlino est, che scrisse nei suoi diari: «In questo Stato solo il lavoro ci affranca dal grigiore del tempo libero». Per quella frase scontó sette mesi in una cella della polizia politica.

Nessun momento del privato dei cittadini sfuggiva allo es-war-nicht-alles-schlecht-Staat, lo "Stato in cui non tutto era male", eppure nel ricordo di quella realtá  spietata non mancano i rimpianti. Rimpianti personali, ricordi di chi dovette vivere oltre il Muro e non vuole sentirsi oggi svalutato per questo. Der Turm, il romanzo di Uwe Tellkamp, nato all'Est e divenuto letterato famoso nell'Ovest del dopo-riunificazione, riabilita chi dovette vivere lí e visse resistendo nell'intimo, senza ribellarsi in piazza ma anche senza una capitolazione morale. ሠla storia di alcune famiglie borghesi che vivono nell'elegante quartiere delle colline oltre l'Elba, a Dresda. Accademici, scienziati, registi e attori, lassú sulla collina cercano di sentirsi lontani, nelle loro villette erose dal tempo, dal quotidiano della «dittatura proletaria». Sopravvivono tramandandosi la cultura borghese di prima di Hitler e della guerra, si stringono tra loro nelle tradizioni, nelle amicizie e negli affetti. La vicenda si svolge negli ultimi sette anni del regime, alla fine l'idillio si spezza. Anche in questo splendido romanzo cosí culturalmente ostile a quell'ancien régime, cogli il senso melanconico della fine d'un mondo. 

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