News per Miccia corta

23 - 05 - 2009

Se la storia diventa un museo

 

(la Repubblica, sabato, 23 maggio 2009)

 

 

 

 

 

 

 

Nelle ricostruzioni del secolo prevale l'aspetto commemorativo Un modo per liquidare le lezioni che se ne possono trarre 

 

Un racconto fatto con leggerezza Sperando solo che si possa aprire un'era migliore 

 

Un atteggiamento nostalgico e celebrativo che allontana dalla vera comprensione 

 

 

TONY JUDT 

 

 

 

Non abbiamo fatto in tempo a lasciarci alle spalle il ventesimo secolo, che i suoi dissidi e i suoi dogmi, i suoi ideali e le sue paure stanno giá  scivolando nelle tenebre dell'oblio. Invocate continuamente come «lezioni», in realtá  queste vengono ignorate e non insegnate. La cosa non dovrebbe sorprenderci piú di tanto. Il passato recente è il piú difficile da conoscere e comprendere. Va detto, inoltre, che dopo il 1989 il mondo ha subíto notevoli trasformazioni, e i cambiamenti provocano sempre un senso di distanza e di distacco in coloro che ricordano com'erano prima le cose.

Nei decenni successivi alla Rivoluzione francese, i commentatori piú anziani sentivano una gran nostalgia della douceur de vivre del defunto ancien régime. Un secolo dopo, le commemorazioni e i ricordi dell'Europa precedente alla Prima guerra mondiale celebravano (e ancora celebrano) una civiltá  perduta, un mondo le cui illusioni erano state letteralmente spazzate via: «Never such innocence again».

Ma c'è una differenza. I contemporanei potevano anche rimpiangere il mondo cosí com'era prima della Rivoluzione francese, o lo scomparso clima culturale e politico dell'Europa prima dell'agosto 1914, ma non li avevano dimenticati. Tutt'altro: per buona parte del diciannovesimo secolo, gli europei furono ossessionati dalle cause e dal significato delle trasformazioni rivoluzionarie francesi. I dibattiti filosofici e politici dell'Illuminismo non si consumarono durante i fuochi della rivoluzione. Al contrario, la Rivoluzione francese e le sue conseguenze furono largamente attribuite all'Illuminismo che dunque era riconosciuto, tanto dai sostenitori quanto dai detrattori, come l'origine dei dogmi politici e dei programmi sociali del secolo successivo.

Allo stesso modo, mentre tutti concordavano che dopo il 1918 le cose non sarebbero state mai piú le stesse, la forma concreta che il mondo postbellico avrebbe dovuto prendere era unanimemente concepita e criticata all'ombra del pensiero e dell'esperienza del diciannovesimo secolo. L'economia neoclassica, il liberalismo, il marxismo (e il suo figliastro, il comunismo), la «rivoluzione», la borghesia e il proletariato, l'imperialismo e l'«industrialismo» – in breve, i fondamenti del mondo politico del ventesimo secolo – erano creazioni del diciannovesimo secolo. Anche chi, come Virginia Woolf, credeva che «intorno al dicembre del 1910 mutó la condizione umana», che la confusione culturale dell'Europa fin de siècle avesse modificato radicalmente i termini dello scambio intellettuale, dedicava una sorprendente quantitá  di energia a lottare con i fantasmi dei loro predecessori. Il passato incombeva minacciosamente sul presente.

Oggi, al contrario, prendiamo il secolo scorso con leggerezza. Certo, lo commemoriamo in ogni modo: musei, santuari, iscrizioni, «patrimoni dell'umanitá », persino parchi tematici storici sono promemoria pubblici del «Passato». Ma c'è una qualitá  straordinariamente selettiva del ventesimo secolo che abbiamo scelto di ricordare. La grande maggioranza dei luoghi della memoria del ventesimo secolo sono dichiaratamente di carattere nostalgico-trionfalista – esaltano uomini illustri e celebrano famose vittorie – o, il piú delle volte, sono opportunitá  per riconoscere e ricordare una sofferenza selettiva. In quest'ultimo caso, sono l'occasione per insegnare un certo tipo di lezione politica: su quel che è stato fatto e non dovrebbe mai essere dimenticato, su errori che sono stati commessi e non dovrebbero essere ripetuti.

Il ventesimo secolo è quindi sulla buona strada per diventare un palazzo della memoria morale: una Camera degli Orrori Storici di valore pedagogico le cui stazioni sono «Monaco», «Pearl Harbor», «Auschwitz», «Gulag», «Armenia», «Bosnia», «Ruanda»; con l'«11 settembre» come una specie di coda superflua, un poscritto sanguinoso per chi avrá  dimenticato le lezioni del secolo passato o per coloro che non le avranno apprese a dovere. Il problema con questa rappresentazione lapidaria del secolo appena trascorso come un periodo eccezionalmente nefasto dal quale, fortunatamente, siamo usciti non è la sua descrizione – il ventesimo secolo è stato sotto diversi aspetti un'epoca realmente orribile, un'etá  di brutalitá  e di sofferenze di massa che forse non ha precedenti negli annali degli storici. Il problema è nel messaggio: che ormai ci siamo lasciati tutto alle spalle, che il suo significato è chiaro e che adesso dobbiamo entrare – liberi dal peso degli errori del passato – in un'epoca nuova e migliore.

Ma queste commemorazioni ufficiali, per quanto animate da buone intenzioni, non migliorano la comprensione e la consapevolezza del passato. Sono surrogati. Invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagniamo nei musei e a visitare i monumenti. Peggio ancora, incoraggiamo i cittadini e gli studenti a vedere il passato – e i suoi insegnamenti – attraverso il particolare vettore delle loro sofferenze personali (o dei loro antenati). Oggi, l'interpretazione «comune» del passato recente è dunque composta da tanti frammenti di passati distinti, ognuno dei quali (ebreo, polacco, serbo, armeno, tedesco, asiatico-americano, palestinese, irlandese, omosessuale...) è caratterizzato da una condizione assertiva e distintiva di vittima.

Il mosaico conseguente non ci lega a un passato comune, ce ne allontana. Qualunque fossero le carenze dei vecchi racconti [narratives] nazionali che in passato venivano insegnati nelle scuole, per quanto selettiva fosse la loro centralitá  e strumentale il loro messaggio, almeno avevano il vantaggio di fornire alla nazione i riferimenti del passato per vivere nel presente. La storia tradizionale, cosí come è stata insegnata a generazioni di alunni e studenti, dava un significato al presente riallacciandosi al passato: i nomi, i luoghi, le iscrizioni, le idee e le illusioni di oggi potrebbero essere inseriti in un racconto memorizzato dello ieri. Ai giorni nostri, tuttavia, questo processo si è invertito. Il passato non ha una forma narrativa propria. Assume un significato solo in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente.

Senza dubbio, questo sconcertante carattere atipico del passato - al punto che, prima di poterlo avvicinare, dobbiamo addomesticarlo con qualche significato o lezione del nostro tempo - è in parte il risultato della velocitá  dei cambiamenti contemporanei. La "globalizzazione", un termine che comprende qualsiasi cosa, da internet alla scala senza precedenti degli scambi economici transnazionali, ha scombussolato la vita della gente in modi che i nostri genitori o nonni stenterebbero a immaginare. Molto di quello che per decenni, secoli persino, è sembrato familiare e permanente, adesso si sta rapidamente dirigendo verso l'oblio. 

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