News per Miccia corta

20 - 05 - 2009

Cesare Battisti, perché non ne parla nessuno?

 

(il manifesto, 19 maggio 2009)

 

di Andrea Leoni



Mi sorprende il silenzio che circonda la vicenda di Cesare Battisti. Non mi riferisco, naturalmente, alle dichiarazioni scandalizzate dei politicanti che lo vogliono in galera, in nome della dignitá  frustrata delle italiche istituzioni (Veltroni, ahimé, in testa!). Penso a coloro che, come me, hanno vissuto la stagione di processi che ha chiuso la vicenda del movimento degli anni '70.
Ho la sensazione che questa storia, per qualche ragione ci pesi. Immagino che alcuni di noi, in riflessioni silenziose, considerino legittimo che Battisti sia fuggito e che tenti di sottrarsi alla prigione. Diciamo che questa è la «base minima» da cui partire: il diritto alla fuga. Diritto, per altro, non solo appartenente ai diritti fondamentali dell'uomo, ma riconosciuto dalle legislazioni di tutti i paesi civili - non è lecito sparare al fuggitivo. Tuttavia, il caso non puó essere ridotto a tale affermazione di civiltá .
Ci sono tre aspetti che non possono essere elusi ancora a lungo da tutti noi. Il primo è che Battisti sostiene di essere stato condannato ingiustamente, il secondo è che uno stato (il Brasile) e due governi (il governo francese prima di Sarkozy e quello brasiliano) gli hanno dato ragione, il terzo è che Battisti ha denunciato l'impossibilitá  per lui di avere giustizia in Italia. Cosa ne pensiamo?
Io non conosco la storia militante di Battisti, né la sua storia giudiziaria. So, tuttavia, che la grande maggioranza delle persone arrestate alla fine degli anni '70 con accuse di terrorismo non ha avuto un processo giusto. Io so che una grande quantitá  di accuse sulle quali sono stati messi in piedi processi e condanne è stata costruita su teoremi inquisitori che si sono dimostrati storicamente falsi, o su dichiarazioni di «pentiti» remunerate con impunitá  e sconti di pena. Io so, infine, che la classe politica e la classe dei magistrati, in questo in pieno accordo, non ammetteranno mai di aver calpestato il diritto, per porre fine, non solo e non tanto al terrorismo, ma a tutto il movimento di quel decennio. Con buona pace di Antonio Di Pietro e dei girotondini di Pancho Pardi.
Il ministro brasiliano della Giustizia ha sostenuto che l'Italia non ha superato la paranoia emergenziale degli «anni di piombo». Qualcuno ha liquidato l'affermazione ricordando le origini rivoluzionarie e trozkiste di Tarso Genro.
Giá , perché da noi, il '68, la ribellione studentesca e i movimenti sono una macchia indelebile. Ovvero ha ragione Genro, siamo fermi agli anni di piombo. Il nostro paese non ha, e non ha mai avuto, una classe politica e una cultura in grado di storicizzare gli avvenimenti sociali.
In tutti gli altri paesi del mondo, invece, è quasi scontato che, chi è in politica e ha oltre cinquant'anni, abbia militato in qualche formazione del movimento degli anni '70.
Cesare Battisti ha dichiarato che si suiciderá  pur di non tornare in Italia dove è certo che sará  ucciso. A prima vista l'affermazione è forte e lascia perplessi. Viviamo in un paese che sfiora l'indecenza e dove la paura del diverso la fa da padrona. Ma siamo pur sempre in Europa e sopravvive un certo spirito popolare fatto di rispetto e tolleranza.
ሠimprobabile che, almeno per i prossimi anni, un detenuto in Italia rischi la vita. Fisicamente. ሠinvece certo che, qualora Battisti cadesse nelle mani dello stato italiano, nessuno rivedrebbe il processo che lo ha condannato, casomai fosse stata commessa una delle tante ingiustizie che allora furono consumate con la complicitá  di tutti. Ed è certo che la sua storia sarebbe sepolta per sempre, assieme alla sua vita, in una galera. Che piaccia o meno, questo è diventato il paese in cui viviamo. Un paese dove, persino noi che sappiamo, facciamo fatica a parlare.

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