News per Miccia corta

16 - 05 - 2009

A morte col triangolo rosa cosí le SS uccidevano i gay

 

(la Repubblica, sabato, 16 maggio 2009)

 

 

 

 

  "C'era una gerarchia anche nei campi tra piú forti e piú deboli: non c'è dubbio che i gay stessero all'ultimo gradino" 

 

 

MARCO ANSALDO

 

BAD AROLSEN 

 

 

 

«Cognome: Herbst. Nome: Otto. Nato: l'8 luglio 1897. Localitá : Chemnitz. Lingua: tedesca. Religione: evangelica. Campo di concentramento: Buchenwald. Condotto il 27 maggio 1944 dalla Polizia criminale. Motivo: omosessuale. Precedenti penali: 3 volte criminale». Descrizione personale: «Forma: debole. Viso: lungo. Naso: arcuato. Bocca: labbra spesse. Orecchie: a sventola. Dentatura: con buchi». La scheda del detenuto emerge da un dossier polveroso al secondo piano dell'archivio nazista di Bad Arolsen, in Assia. ሠun certificato di morte. Il segno a matita che ricorda la svastica, e il colore blu scuro apposto a mano che ne segna la data, 24.8.44, attestano il decesso dell'internato. Nemmeno 3 mesi dopo essere stato portato nel Lager, Otto Herbst, un uomo di 47 anni del quale non è neanche scritta la professione, muore. L'intestazione del KL, cioè del Konzentrations Lager di Weimar-Buchenwald, riporta burocraticamente solo la firma dell'ispettore, il numero del detenuto (13.305), e il marchio infamante: homos. Omosessuale, stampato su un triangolo con la punta in giú. Sul bavero della sua giacca il simbolo era di colore rosa.

I corposi dossier del grande archivio nazista aperto un anno e mezzo fa a storici e ricercatori non riportano solo le schede dei deportati accusati di omosessualitá . Ci sono anche delle vere e proprie liste. La sezione politica del Lager di Buchenwald il 9 giugno 1944 riporta ad esempio con precisione un lungo elenco di Neuzugaenge, ossia di nuovi arrivi. E piú esattamente: «lavoratori civili russi», «internati politici belgi», «senza cittadinanza», «fannulloni» e infine si legge «Homosexuellen».

Friedrich-Paul von Groszheim, nato il 27.4.1906 a Lubecca e rinchiuso nel Konzentrations Lager di Neuengamme, deve a un certo punto scegliere fra la castrazione e trasferimento al campo di Sachsenhausen: decide per la prima. Questi documenti sui detenuti accusati di «deviazione sessuale», che escono per la prima volta pubblicamente mentre domani si celebra la Giornata mondiale contro l'omofobia, raccontano una delle pagine piú nascoste del regime nazista: la persecuzione contro gli omosessuali.

Come raccontava fino a qualche anno fa Pierre Seel, l'ultimo gay sopravvissuto alle atrocitá , morto nel 2005 nella nativa Alsazia, «anche all'interno dei Lager c'era una gerarchia, c'erano i piú forti e i piú deboli: e non c'è dubbio che all'ultimo gradino, in fondo, stessero gli omosessuali». Le «deviazioni» di carattere personale furono una delle fissazioni di Adolf Hitler. La maggior parte dei tedeschi non conosceva il famigerato «Paragrafo 175», la legge antisodomia stilata nel 1871, che prevedeva incriminazioni e arresti. Il regime peró si propose di ripulire il Paese dall'omosessualitá  e la ripristinó. Finirono in carcere quasi 100 mila persone. Oggi, le liste dell'archivio nazista ci dicono che furono tra le 10 e le 15 mila a essere inviate nei campi di concentramento. Non erano ebrei. La religione in questo caso non contava. In maggioranza erano, come mostra la scheda citata sopra riguardante un cittadino di religione evangelica, cristiani cattolici.

Un dirigente delle SS, Ernst Roehm, vicinissimo al nuovo leader, era noto a tutti come omosessuale. Molti pensarono che non gli sarebbe successo niente. Ma pure Roehm venne eliminato l'anno dopo, durante la cosiddetta «purga di sangue», la ?Notte dei lunghi coltelli' del 30 giugno 1944. Per il reato di omosessualitá  la Gestapo creó un settore speciale. Mentre l'omosessualitá  femminile veniva considerata una deviazione temporanea curabile, quindi non una minaccia, quella maschile fu ritenuta invece una malattia infettiva capace di minare le basi della gioventú tedesca.

L'archivio di Bad Arolsen lo dimostra: sono solo 5 i casi di lesbiche inviate nei Lager; ma decine di migliaia furono i gay. Nel toccante documentario chiamato proprio «Paragrafo 175», Orso d'oro a Berlino nel 2000 e miglior filmato al Sundance festival, raccontava un sopravvissuto, Heinz Doermer: «C'era un posto vicino a un Lager, chiamato "˜il bosco che canta'. Lá  veniva la pelle d'oca a tutti. Quelli che erano in attesa di sentenza erano legati a dei pali in modo che i loro piedi non toccassero terra. Gli ebrei venivano fatti girare su sé stessi. Le urla e i lamenti erano disumani. Questo era il bosco che canta. Tutto ció non si puó spiegare: va oltre la comprensione umana. E molto di ció che accadeva è ancora segreto». 

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