News per Miccia corta

15 - 05 - 2009

Cinema. Cannes, i 100 autori e il silenzio su Miccia corta e diritti civili

(il manifesto, 13 maggio 2009)

 

 

CANNES 62. Cinema, scelta radicale ma non per gli italiani

 

 

di Roberto Silvestri

 

 

Festeggiamo da oggi al 24, nell'edizione 62 del piú importante festival del cinema del mondo, i 50 anni della «nouvelle vague». Che non è uno stile, che non è una scuola, che non è il frutto di innovazioni tecnologiche o cambiamenti giuridici e sociologici che pure scombussolarono l'immaginazione, la vita e i sentimenti dell'Europa post bellica e oltre. ሠstata semplicemente, e continua a essere nelle scelte dei suoi cartelloni ufficiali, una rivoluzione etica, estetica politica, l'ingresso anticipato di pezzi di Occidente autoritario, e di Asia, Africa, America Latina, nella modernitá . Ci sará  pure la crisi in Costa azzurra, i negozi giá  fanno i saldi, gli alberghi hanno perfino buchi liberi, come non succedeva da lustri. Ma il cinema, nei momenti di crisi economica acuta, ha sempre scandalizzato economisti e perbenisti di ogni colore politico. Le casse sono vuote quando le sale sono piene. Perché? Perché la cultura è un mezzo per lo sviluppo, dá  grinta e idee per il cambiamento, non è il fine, o un optional da teleguidare dello sviluppo....Infatti. 12 facoltá  universitarie francesi su 83 sono bloccate, dopo 4 mesi di lotta dura per non essere tutti trasformati da studenti e dunque «autonomi» elaboratori di scienza e vita nuova, in oggetti nelle mani di chi pensa che la cultura deve adattarsi solo alla «concorrenza internazionale» oscenamente vigente. In Italia succedono le stesse cose, ma il terrore di «non poter dare gli esami» stravince su tutto. Cosí nel cinema. Il Blac, il collettivo nazionale dell'azione culturale cinematografica e audiovisiva, l'equivalente dei nostri 100 Autori, è in mobilitazione dal gennaio scorso e qui al festival il 15 prossimo renderá  pubblici i dati di una sua analisi sulla situazione (dati sul pubblico, sul sostegno statale, sull'occupazione nel settore, sull'educazione al cinema...) difendendo l'idea di un cinema, e piú in generale di una cultura, piú differenziata possibile, e accessibile al piú grande numero di persone. ሠun caso che quest'anno gli autori piú radicali, da Gilliam a Raimi, da Tarantino a Johnny To, da Bellocchio a Almodovar, da Loach a von Trier, come sottolinea anche Le Monde, si dedicano a un altro modo di declinare «i generi»: il film di guerra, il thriller, l'horror, il fantastico, «live» o animato, il film storico, la commedia, il mélo, l'erotico? Non «l'autore» piaceva al poker d'assi dell'epoca (Chabrol, Truffaut, Godard, Rohmer) ma il cineasta capace, come Robert Aldrich, di far diventare autore il pubblico parlando la sua lingua e non l'idioma dei potenti. Da noi, invece, i 100 autori sono scavalcati a sinistra perfino dall'Onu: non una parola sull'orrore di uno stato tricolore che sequestra viaggiatori stranieri e li riporta a casa con la violenza e l'arbitrio «fregandosene» del diritto internazionale. Che cinema italiano, con questi nervi, con questi riflessi, con questa mancanza di indignazione, ci aspettiamo possa interessare qualcuno nel mondo data questa miseria morale e «visiva» dei suoi migliori rappresentanti? Né osano mai polemizzare con un presidente della repubblica che è piú a destra di Cossiga nel non chiedere immediatamente un «comitato per la veritá  e la riconciliazione» che metta la parola fine, con una amnistia ragionata, sul conflitto devastante che in Italia, aperto proprio dalla strage della banca dell'agricoltura e dal trattamento di un «inquisito dallo stato, ha fatto certo meno vittime che in Perú, ma ha reso il nostro Stato non meno «disonorevole». E perché non pretendono a voce alta e subito, questi 100 Autori che un cittadino, che ha pagato tutti i suoi debiti con lo stato, una volta diventato soggettista di cinema, possa intascare i soldi che gli spettano, rilasciare interviste e partecipare a dibattiti pubblici e televisivi assieme a persone che magari quei debiti con lo stato sono riusciti a non pagarli? No. Non si battono per i diritti civili di Sergio Segio. Anzi un loro autorevole membro, e prestigioso consigliere di Veltroni, Vincenzo Cerami sul Messaggero di lunedí ha scimmiottato il Fini di una volta, nella prosa, rimproverando da vate sciovinista, una vittima delle leggi speciali come Battisti, che minaccia il suicidio piuttosto che tornare nelle carceri italiane, dove l'orrore, cosa incomprensibile per Cerami, non sono le carceri ma proprio l'Italia, che ancora si pavoneggia con leggi che fanno orrore a ogni giurisprudenza internazionale, come dimostrano le autorevoli e circostanziate sentenze dei magistrati brasiliani (appena pubblicate da DeriveApprodi, si leggano).

 

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