News per Miccia corta

15 - 05 - 2009

Rompiamo il silenzio. Basta con la falsificazione della veritá  storica

 

 

di CECCO BELLOSI

 

 

C'è stato il commovente riconoscimento del presidente Giorgio Napolitano nei confronti di Giuseppe Pinelli come vittima. Vittima di chi? Questa è la naturale domanda che nessuno in questi giorni ha posto pubblicamente. La risposta non puó che essere: vittima dello stragismo di Stato. Il presidente della Repubblica naturalmente non ha detto questo, ma questo è il senso oggettivo del suo gesto.

 

Un gesto che peró non puó cancellare la falsificazione storica da tempo in atto.

 

A partire dal fatto che, come giorno della memoria per le vittime del terrorismo sia stato scelto il 9 maggio, giorno dell'uccisione del presidente della Democrazia Cristiana, onorevole Aldo Moro, e non il 12 dicembre 1969, sera della strage di piazza Fontana. La fine e non l'inizio, la conseguenza e non la causa.

 

A dire che tutto è stato colpa della lotta armata di sinistra: in altri termini, lo stragismo di destra, avallato e mosso da settori dello Stato, non è mai esistito. Tesi peraltro ormai passata nell'immaginario collettivo, visto che i giovani studenti degli anni Duemila, quando ricordano che cosa è accaduto, attribuiscono in maggioranza le stragi alle Brigate Rosse.

 

Dalla vecchia teoria degli opposti estremismi, comoda versione di Stato dell'utilizzazione del neofascismo stragista, alla nuova teoria secondo cui vi è stato un solo terrorismo, quello rosso, il passo si è presentato breve e il cerchio si è chiuso. Grazie anche al neofascismo che, in questi anni di potere, ha seminato una marcia memoria.

 

Il 12 dicembre 1969, e ancora di piú la morte di Giuseppe Pinelli il 15 dicembre, hanno segnato l'inizio della Notte della Repubblica: per mano nera e di una parte dello Stato. Migliaia di giovani di sinistra hanno perso allora la loro innocenza e, contro quello Stato, hanno ritenuto legittima la critica delle armi. La dichiarazione di una guerra senza regole e senza quartiere non è cominciata da loro, ma da chi ha voluto piegare le lotte operaie e la radicalitá  dei movimenti con le bombe sui treni e i compagni  uccisi in piazza durante le manifestazioni.

 

Nel mio piccolo, ero tra quelli che scelsero di reagire con le armi, scontando poi una decina d'anni di carcere.

 

Il 9 maggio 2009, ho visto un'intera pagina del "Corriere della Sera" con i nomi delle 371 vittime del terrorismo in Italia. Tutti insieme. Nel 1969, il cronista giudiziario del "Corriere della Sera" era Giorgio Zicari, un agente a libro paga del SID, il servizio segreto di allora.

 

Nulla sembra cambiato.

 

Nel mio piccolo, non ci sto.   

 

Cosa centra la mia militanza rivoluzionaria con le stragi di Stato e dei fascisti?

 

Nulla.

 

Per favore, non si parli mai piú di riconciliazione se deve avvenire, come avviene ormai da tempo, annientando la veritá . A parte che, a quanto pare, la riconciliazione la si vuole fare senza una delle parti in causa, gli ex militanti della lotta armata di sinistra, ridotti al silenzio con un editto presidenziale e fatti oggetto ormai di una vendetta senza tempo. Dunque anche qui una domanda: riconciliazione di chi e con chi?

 

Vedendo quei nomi di vittime accomunati non in una dolorosa storia personale, che come tale deve essere rispettata e onorata, ma da una speculazione politica, mi è montata dentro una rabbia sorda.

 

Tutto ció puó avvenire soprattutto grazie a una forma di pensiero unico a cui nessuno osa piú obiettare nulla. Imporre il silenzio a una delle parti in causa è funzionale all'accreditamento di una versione dei fatti zoppicante e falsa. Nel suo discorso del 9 maggio, il presidente Napolitano ha ribadito l'editto, trovando persino il motivo per attaccare un film che ancora non c'è e che nessuno quindi ha potuto vedere ed eventualmente criticare, solo perché tratto dalle memorie di un ex militante della lotta armata.

 

Bisogna invece riprendere la parola.  Con pacatezza ma senza timori e autocensure.

 

ሠun invito che mi sembra giusto rivolgere ai movimenti di allora. E, in particolare, ai miei compagni di allora, assopiti nel silenzio, nella rimozione, nella quotidianitá , nella paura, per l'epurazione e l'isolamento cui sono costretti dopo il carcere.

 

La distruzione della veritá  dovrebbe avere un limite, ma evidentemente cosí non è.

 

Per abitudine, ho sopportato fino a oggi di essere chiamato terrorista o ex terrorista. No, come riconosce il presidente emerito Francesco Cossiga, noi siamo stati dei militanti rivoluzionari. Punto. Spero che se ne ricordino i miei compagni, al di lá  delle organizzazioni in cui hanno militato. Non si puó continuare ad accettare passivamente la violazione della nostra identitá  collettiva.

 

Non siamo stati stragisti, non siamo stati terroristi.

 

Siamo stati militanti politici, e infine omicidi politici. Ma, prima di questo, abbiamo subito, come molti altri, le stragi fasciste e le deviazioni istituzionali.

 

Ricordarlo non ci assolve. Ma neppure lo Stato di allora si puó autoassolvere, scaricando e occultando le sue responsabilitá . E violentando la veritá , proprio quando parla di riconciliazione.

 

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