News per Miccia corta

13 - 05 - 2009

Paolo Volponi: caro Fortini ecco la mia storia controcorrente

 

(la Repubblica, mercoledí, 13 maggio 2009)

 

 

 

 Era il 1983, lo scrittore replicava ai dubbi del critico sull'elezione a senatore del Pci, chiarendo nei dettagli il suo stile di lavoro e i rapporti non facili con il partito 

"Ho passato tutta la vita nell'incertezza e nella critica Ho servito, ma non ho mai obbedito" 

 

"Ai giovani io dico: entrate nel Pci per liberarlo da quelle zecche che gli vedete sul collo" 

 

 

PAOLO VOLPONI

 

 

 

Milano, 12 settembre 1983 

 

Caro Fortini, ho passato tutta la vita nell'incertezza e nella critica, non solamente passiva, delle "necessitá " e delle loro pratiche inderogabili. Ho servito a lungo l'industria pensando di favorire la modernizzazione e lo sviluppo anche politico della nostra umile Italia. Ho servito, ma non ho obbedito, manipolato, comandato e prescritto la centralitá  superiore degli interessi, mezzi, modi e fini dell'industria. Ho lavorato allo scoperto, in dibattito aperto e leale con l'industria, la cultura, il sindacato, la politica. Mentre dirigevo i servizi sociali ad Ivrea ho scritto Memoriale (che credo si possa ancora leggere criticamente) e La macchina mondiale. I miei scontri, le mie delusioni e la mia crisi nell'industria sono espliciti in Corporale. E anche Il sipario ducale non è solo un romanzo di fatti provinciali e di colore.

Sono stato alla Fiat come consulente per i rapporti con il territorio per due anni ("˜72-'73-'74), provando e riprovando anche con i Novelli e i Minucci, oltre che con Donat Cattin, La Malfa, Alessio, il Comune, la Regione e moltissimo con gli Agnelli e i loro manager piú giovani e piú responsabili. Alla scadenza della consulenza fui io stesso a chiedere la cessazione avendo chiaro i motivi della sua inutilitá  politica, di ogni vera novitá  culturale che non fosse di relazione pubblica, di contorno e d'intrattenimento. Al centro di quei due anni ho rifiutato l'incarico di capo del personale di tutto il gruppo Fiat, direttamente a contatto dei due fratelli e della loro volontá  di riforma, aggiornamento... (e tu meglio di me puoi trovare tanti altri termini di mascheramento, buon gusto, eleganza, partecipazione e consenso...).

Disoccupato e non convinto di poter sostenermi solo come scrittore accettai a marzo del "˜75 di assumere tutta la Fond.(azione) Agnelli: riazzerata e svuotata di ogni precedente principio, legame, contatto, processo. Accettai di guidarla, nuova e verso il nuovo, come Segret.(ario) Gen.(erale) e Direttore. Non senza travagli, dubbi, repulsioni, rigetti, timori, pentimenti, rimorsi, stimoli, di ogni genere e in ogni senso. Con pochissime speranze e con una convinzione che fidava soprattutto sul caso. Cercai d'impostare programmi nuovi di studio: sull'area metropolitana di Torino (...) e sul Mezzogiorno toccato da processi di industrializzazione.

Dopo meno di tre mesi, giá  nominato e insediato ma ancora senza contratto e relativa remunerazione, feci dichiarazione di voto comunista per le regionali "˜75. Fui licenziato prima delle dieci di quella mattina in cui l'Unitá  aveva in terza pagina con un occhiello grande come un francobollo celebrativo, pubblicato quella mia adesione portandone la notizia e il significato non certo prima delle nove negli uffici direzione e Presidenza Fiat. (...) Non presi uno stipendio né una lira di liquidazione. Non me l'offersero, né seppi domandarlo. Da quel mese del "˜75 ho vissuto inventando ogni tanto il modo di un provento. La consulenza FinArte non fu mai fissa, né sicura né probabile. Ho scritto altri libri e qualche articolo. Ho cercato di riunire i miei libri presso un Editore e con un rapporto non casuale né precario, anche se piuttosto esiguo e incerto almeno nel requisito della redditivitá  monetaria.

Ho partecipato ad Alfabeta, ho lasciato il Corriere di Di Bella, ho mercanteggiato qualche quadro antico, ho continuato a versare i contributi per la pensione Inpdai (dirigenti industriali). Ho rifiutato nel "˜76 la candidatura al Senato per il collegio di Urbino. Per pudore. E poi sembrava che il Pci dovesse andare a vincere e io non volevo aggiungermi alla fine per spartizione e gestione della vittoria. Ho preso posizione sul caso 7 aprile da garantista e ne ho illustrata la mia modesta portata e coscienza in tre articoli in Alfabeta.

Sono stato dall'ottobre "˜77 all'agosto "˜78 nel Consiglio d'Amministrazione Rai per conto del Pci, come indipendente. Polemizzai sempre con la politica unitaria Rai di quegli anni di solidarietá  naz.(ionale) denunciandone la falsitá , le mascherature, le sopraffazioni. Sostenni piú volte presso la direzione Pci addetta alla informazione e stampa che si commetteva un brutto sbaglio avallando da dietro e al seguito, magari per un posto di vice capo redattore della sede di Cosenza, tutta la lottizzazione feroce Dc-Psi.

Supplicai i miei colleghi consiglieri di non sentirsi importanti e lusingati dalla frequenza, confidenza, subdola intesa con Grassi, Glisenti, i direttori generali che immancabilmente li avrebbero condotti alla quiescenza e corresponsabilitá  e piú ancora all'esautoramento di ogni ragione e principio di autonomia, se non di opposizione. Uscii nell'agosto "˜78 dal Consiglio schierato della Rai polemizzando aspramente con i socialisti che un'altra volta cambiavano linea: adesso non volevano piú il potenziamento dell'Ente Pubblico, ma la sua misura in un sistema democratico, misto e pluralista dell'informazione; secondo la nuova linea del nuovo segretario Craxi. Rimproverai duro a Pedullá  lo scarto repente e brutale fra una politica a.C. e una p.C. dove - dissi - il C. non indicava il Cristo ma il Craxi.

I comunisti non vollero capire la mia sfuriata "personale" e tantomeno la mia sortita. Fui pregato dal fratello di Berlinguer di recedere dal mio gesto e attesero di convincermi in tanti per circa tre mesi e piú. Rimasto fermo e chiaro e indicante con ragioni e prove, fui lasciato perdere. Un mese dopo il Pci fece una grande conferenza di produzione sulla Rai con tutta la sua cultura, i suoi quadri e i suoi esperti. Invitarono anche piccoli radiofonici privati e fornitori e appaltisti esterni, sia alla Rai che al Pci. Ma io, che ero stato in Consiglio ufficialmente e politicamente per il Pci per quasi un anno, lavorando sempre a criticarci e a capire per progettare insieme, non fui invitato. La mia battaglia era da dimenticare.

(...) Ho detto ai giovani... entrate nel Pci anche per liberarlo da quelle zecche che gli vedete sul collo... Se ho un difetto nel mio fondo politico che puó anche depotenziarmi e svuotarmi, è che non credo e non concedo alcuna autoritá  a qualsiasi potere. Sono un francescano, un anarchico dialettale, un freudiano abborracciato. (...) Adesso sono un poco stanco e rischio di accumulare invece di spiegare. Sta' sicuro che non lucideró né i foderi né gli ottoni dei servizi d'ordine. Che l'unica mia coerenza sará  quella con la mia irrequietezza. Se solo di ricerca e di dubbio potessero costituirsi, di libri nuovi ne emetterei uno alla settimana.

Ti ringrazio della lettera affettuosa e maestra. (...) Saró piú convinto e capace sopra i miei libri da finire e da rendere, adesso che ho appreso che tu li consideri come possibili. 

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