News per Miccia corta

12 - 05 - 2009

Stasi. Storia di Joachim G. l'uomo che rovinava "le vite degli altri"

 

(la Repubblica, martedí, 12 maggio 2009)

 

 

 

 

 

Dopo 13 anni di onorato servizio proprio quando stava per essere promosso maggiore ebbe il "crollo" 

 

Non sopportava piú l'idea di perseguitare persone solo perché la pensavano diversamente 

 

 

ANDREA TARQUINI

 

 

 

BERLINO 

Era uno degli inquisitori piú implacabili, era il prescelto per spezzare la resistenza morale dei dissidenti. Poi fu colto dal dubbio, cominció a sentire comprensione per loro, lasció il servizio. Da vigilante divenne un vigilato speciale, finí in carcere e sotto inchiesta. La storia di Joachim G., ex agente speciale della famigerata Stasi, ricorda da vicino quella del protagonista del memorabile film "La vita degli altri". Come l'ufficiale della polizia segreta di Berlino Est nel film, anche Joachim G. (il cognome è celato in nome delle dure leggi tedesche sul rispetto della privacy) voleva eccellere nell'apparato repressivo, e finí contaminato dalla forza d'animo dei "nemici del socialismo". Perse la fede nel regime, e il regime non glielo perdonó.

ሠuna storia atroce e insieme avvincente, quella che Juergen Schreiber ha ricostruito sulle pagine della Frankfurter Allgemeine. Una storia emblematica del passato che all'Est non passa, un Est con la cui pesante memoria la Germania unita si confronta ogni giorno, vent'anni dopo la caduta del Muro.

Joachim G. scelse a 19 anni di arruolarsi nella Stasi. In parte per sincera adesione al regime, in parte per ambizione. Le sue richieste di iniziare studi universitari erano state respinte. Aveva provato invano a diventare un vincente nel mondo dello sport. Nel 1971 allora scrisse di suo pugno, in sette pagine, la sua Verpflichtung, il documento che era insieme richiesta di entrare nei ranghi del ministero per la Sicurezza dello Stato e la promessa solenne di fedeltá  assoluta. Era l'anno in cui Erich Honecker (che nel 1961 aveva diretto la costruzione del Muro di Berlino) divenne numero uno della dittatura.

I suoi superiori si fidavano di lui, lo ritenevano una promessa. Nella temuta Ermittlungsabteilung (Sezione investigativa IX/2, la prima linea della lotta al dissenso) Joachim cominció presto a distinguersi. Lavorava nel carcere speciale di Hoehenschoenhausen, la Lubianka di Berlino Est. I dossier su di lui elogiavano "le capacitá  di portare i nemici del socialismo alla disponibilitá  a confessare", e i "risultati significativi" del suo lavoro. Fu lui a sottoporre a lunghi, stremanti interrogatori gli oppositori piú illustri: dal poeta Juergen Fuchs, grande amico del cantante dissidente Wolf Biermann, alla veterana del pacifismo Baerbel Bohley, al filosofo marxista critico Rudolf Bahro.

«Egoisti, ipersensibili, personalitá  smisurate e iperstressate», li definiva nei suoi rapporti. Poi fu contagiato dalla loro superioritá  morale, dalla dignitá  con cui, dopo mesi di tortura psicologica, rifiutavano di piegarsi, e negavano ogni informazione sui loro amici e compagni di lotta. Il dubbio cominció a serpeggiare nell'animo del compagno ispettore Joachim. Egli cominció a pensare che forse quei nemici dello Stato incarnavano un'idea migliore di societá  socialista. Inizió a vedere in loro figure di intellettuali riusciti, quello che lui aveva sognato invano di divenire. Cominció a bere, cercó distrazioni in avventure extraconiugali. A una sua amante confessó di ascoltare le canzoni proibite di Biermann.

Nel 1984, quando stava per essere promosso maggiore, Joachim arrivó al crollo psicologico. «Non ne poteva piú della Stasi, gli era diventato insopportabile l'idea che delle persone fossero perseguitate solo perché la pensavano diversamente», racconta oggi la sua terza moglie. Di suo pugno, come aveva vergato la Verpflichtung, scrisse la richiesta di Entpflichtung, cioè di uscire dalla Stasi. Fu la fine della sua vita "normale": da persecutore divenne sorvegliato speciale. I suoi ex commilitoni lo schedarono, gli dettero persino un nome in codice, "Hannes". A Berlino Est, lui trasformatosi da privilegiato con alto stipendio in marginale condannato ai piú umili lavori manuali, cominció a frequentare circoli critici, religiosi e pacifisti. A Hoehenschoenhausen dove era stato inquisitore, finí come detenuto, alla cella 322. Dovette difendersi negli interrogatori: le sue telefonate registrate con i dissidenti lo incolpavano. Assicuró di aver lasciato il servizio per scelta personale, «perché non potevo piú identificarmi in quel che facevo, provavo comprensione per le persone che interrogavo». Il regime era giá  al tramonto, l'inchiesta su di lui fu archiviata. Rilasciato, Joachim tornó a frequentare i dissidenti, insegnó loro come reagire agli interrogatori. Dopo la riunificazione si trasferí a Francoforte, all'Ovest. Si ricicló come agente immobiliare. E'morto nel 2007, distrutto dalla cirrosi epatica e forse anche da ricordi e rimorsi. 

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