News per Miccia corta

12 - 05 - 2009

«L` omicidio di Gentile? Fu un atto di guerra»

 

(Corriere della Sera 10 maggio 2009, Pagina 35)

 

 

 

Novecento Il giudice, il senatore del Pdl e il partigiano che gli sparó

 

 

 

 

Messina Dino

 

 

L' attentato a Giovanni Gentile fu «un atto di guerra» e quindi è diffamatorio definire come «assassino vigliacco» Bruno Fanciullacci, il gappista che sparó al filosofo il 15 aprile 1944. Cosí la Corte d' appello di Firenze l' altro ieri ha ribaltato la sentenza di primo grado nella quale il senatore del Pdl Achille Totaro e il consigliere comunale Stefano Alessandri erano stati assolti dall' accusa di diffamazione. Ora dovranno risarcire la famiglia con la somma simbolica di un euro. I fatti, come li ha riferiti un' attenta cronaca del «Corriere fiorentino», risalgono al gennaio 2000, quando Totaro, all' epoca consigliere comunale di Alleanza nazionale, durante un' accesa discussione a Palazzo Vecchio sull' organizzazione di un convegno dedicato al filosofo, si scaglió contro la figura di quel partigiano, leader del commando gappista, che si gettó da una finestra di Villa Triste dopo essere stato catturato e torturato dai fascisti. Fanciullacci venne onorato con una medaglia d' oro alla memoria. Memoria che sua sorella Giuseppina ha voluto difendere con un' azione legale. Questa vicenda giudiziaria, all' apparenza marginale, e la bagarre che si è svolta in tribunale dove l' esponente del Pdl è stato insultato da avversari di Rifondazione comunista, riaprono una ferita nella memoria nazionale e locale. Non a caso il capogruppo dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri ha citato Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa e annunciato un' inchiesta per individuare le responsabilitá  di chi non è stato in grado di garantire il sereno svolgimento del processo, i difensori di Totaro hanno detto che presenteranno ricorso in Cassazione e l' Anpi ha invece affermato che «la sentenza ha reso giustizia alla figura e alla memoria dell' eroe Bruno Fanciullacci». Ma soprattutto è tra i biografi di Giovanni Gentile che si discute della definizione di «atto di guerra» per l' assassinio di un filosofo inerme che alle 13,30 del 15 aprile 1944 fu avvicinato da un commando di giovani in bicicletta mentre rientrava in automobile nell' abitazione di via Montaldo dopo aver finito il proprio lavoro nella sede dell' Accademia d' Italia. «Non fu un atto di guerra - puntualizza Sergio Romano, autore di una biografia uscita nel 1984 e ristampata nel 2004 da Rizzoli - ma un atto di guerra civile. Ed è inevitabile che durante le guerre civili tutte le azioni siano di parte. Quando alla prima uscita del libro mi chiesero se i partigiani che avevano ucciso Gentile potessero essere paragonati ai terroristi, dissi che il confronto non era proponibile perché Fanciullacci e i suoi compagni erano combattenti con alti ideali. Definire il partigiano che uccise Gentile un "assassino vigliacco" è sbagliato, tuttavia politicamente è comprensibile». Contrario a una visione moralistica, ma favorevole a indagare sul quadro generale e i particolari dell' assassinio di Giovanni Gentile è Luciano Canfora, autore di un saggio inchiesta sulla fine del filosofo edito da Sellerio, La sentenza. «Innanzitutto - dice Canfora - il gruppo di fuoco era composto da quattro gappisti affiliati al Pci. L' attentato maturó in ambito comunista e venne condiviso anche da altre componenti del Cln, a parte gli azionisti fiorentini, molti dei quali erano stati allievi di Gentile. Tant' è che Enzo Enriques Agnoletti e Cesare Luporini del PdA il giorno dopo l' attentato andarono a casa di Gentile per presentare le proprie condoglianze alla famiglia. Benedetto, uno dei figli di Gentile, ha ipotizzato anche una pista inglese: l' ordine per uccidere il padre sarebbe venuto da Londra in ottemperanza alla direttiva di Churchill di eliminare il maggior numero possibile di gerarchi». Perché venne scelto proprio Gentile, che nel discorso del Campidoglio del 24 giugno 1943, aveva invitato alla concordia nazionale, un intellettuale che come sottolineano molti studiosi, non contava piú molto nel fascismo? Alessandro Campi, autore di Morte necessaria di un filosofo, edito dalla Asefi di Milano, non condivide tanto questa visione buonista del grande intellettuale fascista: «Gentile morí, e ne era altamente consapevole, proprio per la scelta che aveva fatto e per le idee che sosteneva. ሠvero che dopo il 1929, anno dei Patti lateranensi, non contava piú molto, ma nell' autunno 1943 aderí alla Repubblica di Saló e divenne presidente dell' Accademia d' Italia, sostenendo sempre posizioni moderate. Per capire i motivi per cui Gentile fu scelto come obiettivo io indicherei il discorso del Campidoglio del 24 giugno 1943 in cui Gentile invitava all' unitá  nazionale, la risposta radiofonica di Palmiro Togliatti che di fatto lo indicava come un obiettivo e l' articolo di Concetto Marchesi rimaneggiato da Girolamo Li Causi in cui si parlava di sentenza di morte per il filosofo dell' attualismo». Gentile, con la difesa dell' alleanza tra la Rsi e il Terzo Reich, era un chiaro obiettivo dei partigiani, e per le sue posizioni moderate era inviso anche agli estremisti repubblichini, tanto che si parló di un infiltrato fascista nel commando gappista che lo uccise. Ipotesi poco credibile. Resta l' indignazione dell' opinione pubblica per quella morte. Francesco Perfetti, autore di Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico (Le Lettere), ricorda «i dubbi che assalirono Indro Montanelli, quando prigioniero dei nazisti a Gallarate, apprendendo la notizia dell' assassinio di Gentile, si chiese se schierandosi con i partigiani si era messo dalla parte dei sicari. Anche Montanelli avrebbe meritato un processo per quest' opinione espressa tante volte?».

 

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