News per Miccia corta

07 - 05 - 2009

Contro-Storia d'Italia

 

(la Repubblica, giovedí, 07 maggio 2009)

 

 

 

 

  Morti ammazzati, poteri criminali, ma non è fiction sono trent'anni ricostruiti su atti giudiziari e notizie dimenticate. Un romanzo nazionale grottesco e tragico che rivela un'altra Tangentopoli rimasta segreta 

 

 

SIMONETTA FIORI 

 

 

 

S'intitola Patria 1978-2008 il nuovo libro di Enrico Deaglio, ma si sarebbe potuto chiamare Romanzo Criminale o The Italian Game, come gli anglosassoni hanno l'abitudine di etichettare il gioco politico tricolore. Si legge come un racconto di fiction – molti morti ammazzati, moltissima mafia, un rigagnolo di sangue tra poteri criminali e poteri politico-finanziari – , peró la trama scaturisce non dalla fantasia fervida di un romanziere, piuttosto dagli avvenimenti nazionali degli ultimi trent'anni. Dal sequestro Moro all'incoronazione di Silvio Imperatore, è la stessa vita pubblica di tre decenni a suggerire a Deaglio una storia d'Italia che puó apparire incredibile o surreale e invece poggia su materiali spesso trascurati dai saggi storici, come atti processuali, inchieste, quotazioni di Borsa, brevi di cronaca, pubblicazioni semiclandestine, perfino necrologi, autopsie, interpretazioni teologiche e iscrizioni tombali. Novecento pagine di sapore grandguignolesco che assemblano cronache ufficiali e "microstoria", alta finanza e Cosa Nostra, statisti e capibastone, banchieri e delinquenti comuni, cronologie note e curiositá  nascoste. Ed è proprio nel dettaglio sommerso – secondo uno stile sperimentato dall'autore – che spesso si trova la chiave per aprire porticine rimaste blindate (Il Saggiatore, euro 22).

Quello narrato da Patria è il romanzo grottesco e insieme tragico del nostro paese, popolato di figure inimitabili, come il materassaio che fonda il club piú potente d'Italia – e aspira al premio Nobel per la letteratura – o l'eccellentissimo primo ministro che si fa strapazzare da Stefano Bontate, il piú grande raffinatore d'eroina nel mondo occidentale, o l'intraprendente industriale dell'Edilnord che nell'arco di pochi lustri diventa padrone delle Tv e dominus del popolo italiano. Un paese potentemente attraversato da una corrente miracolistica e irrazionale, tra sedute spiritiche, apparizioni, Madonne che lacrimano, profezie, segreti di Fatima, mirabilia sante e laiche. L'autore sceglie di puntare la sua lente di ingrandimento sulla trama mafiosa estesa nel sottosuolo della storia, fino a rappresentare una "violenza economica" che non ha eguali in altri paesi europei, capace di cambiare volto e pesi del capitalismo italiano, oltre che incidere sulle sorti della Seconda repubblica, tenuta a battesimo da stragi e bombe di mafia. Come da tradizione italica, dramma e commedia appaiono inestricabili, e se puó raggelare il "campo di sterminio" avviato da Bernardo Provenzano a Bagheria, in altri paragrafi di quegli anni appare esilarante la performance improvvisata dall'affarista Flavio Carboni quando viene arrestato in Svizzera, dopo la morte di Roberto Calvi, con conservato nella sua borsa il dito di gomma usato dal banchiere assassinato. Il dito di gomma? Serve soltanto per fare giochi di prestigio, si giustifica Carboni, offrendosi di darne una prova. Oplá , apre un fazzoletto e comincia a fare strani movimenti con le dita. L'esito è penoso, tanto che il suo avvocato gli sussurra: «Basta, per favore».

Siamo un popolo di fantasisti, molto capaci nel comparto del cemento. Tra i cunicoli sotterranei investigati da Deaglio figura una Tangentopoli siciliana, che precede quella milanese, peró mai messa in relazione con la sorella settentrionale e rimasta chiusa negli uffici della Procura di Palermo. Essa racconta i legami pericolosi tra la mafia siciliana e i grandi gruppi dell'edilizia distribuiti nel Nord e nel Centro d'Italia. Una storia cominciata nel 1986 con l'ingresso dei Buscemi di Palermo – storico clan di Cosa Nostra – nell'azienda ravennate della Calcestruzzi, posseduta dalla famiglia Ferruzzi-Gardini. Quando la nuova societá  si quota in piazza Affari, ottenendo un buon risultato, il giudice Giovanni Falcone coglie immediatamente il mutamento d'epoca: «La mafia è entrata in Borsa», dice mestamente, ma in pochi se ne accorgono. La vicenda prosegue nel 1990 a Palermo, in una bella sede della Calcestruzzi, dove si tiene "u tavolinu", presieduto da Angelo Siino, "ministro dei Lavori Pubblici" di Cosa Nostra: intorno a lui, oltre ai soci della Calcestruzzi, il presidente della Confindustria siciliana, i manager della Impregilo e della Cogefar, i rappresentanti delle cooperative legate al Pci, insomma – sintetizza Deaglio – tutti i grossi gruppi che operano in Sicilia nelle grandi opere pubbliche. L'accordo – ricostruito sulla base di un'inchiesta giudiziaria successiva – si conclude tra brindisi e strette di mano. In cambio di una cospicua tangente, Siino garantisce agli imprenditori la vittoria degli appalti e la sicurezza dei cantieri da "possibili turbolenze".

Passa un anno, e un brillante capitano dei carabinieri, Giuseppe De Donno, consegna alla Procura di Palermo un dossier intitolato Mafia e Appalti: in mille pagine sono ricostruiti nel dettaglio il "sistema del tavolino" e la grande spartizione delle opere pubbliche. Il faldone tuttavia rimane chiuso in un cassetto. Riesce a leggerlo Giovanni Falcone, che peró non ha titoli per intervenire. Il magistrato siciliano conosce ormai troppi segreti, di lí a poco – il 23 maggio del 1992 – salterá  nell'attentato di Capaci. L'autore di Patria si prende la briga di vedere "l'andamento della Borsa in tempo di stragi". Il 26 maggio le quotazioni della Calcestruzzi salgono. Il giorno dopo la Borsa scende, ma nonostante il calo di altre aziende edilizie la Calcestruzzi continua a salire. Il 28 maggio sale ancora. Solo una coincidenza? Nessuna risposta certa, ma una domanda: «C'è stato mai qualcuno di quelli che versarono la tangente a Riina che sia stato toccato da Capaci e abbia detto "adesso è troppo"? No, nessuno. Come se una corrente scorresse inevitabile, lasciando intatte le collinette».

Deaglio non è uno storico, piuttosto un narratore curioso di storie italiane che assembla senza commenti, o meglio affidando il giudizio al montaggio dei materiali, fatalmente condizionato da passioni partigiane, allergie e predilezioni dispiegate nell'arco di un trentennio. Sceglie di chiudere il suo racconto con il film Amarcord, che ambientato a Rimini negli anni Trenta fa coincidere il fascismo con l'adolescenza del regista. Perché in fondo, spiegava Fellini, fascismo e adolescenza sono "stagioni storiche permanenti della nostra vita", siamo un popolo "bambino", che preferisce "godere di una libertá  limitata per coltivare sogni assurdi". Il fascismo in sostanza è dentro di noi, impossibile scalfirlo. 

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