News per Miccia corta

25 - 04 - 2009

RISPETTARE LA RESISTENZA

 

(la Repubblica, sabato, 25 aprile 2009)

 

 

 

 

  

ADRIANO SOFRI 

 

 

 

Chi gridó con tutto il fiato dei suoi giovani polmoni «La Resistenza è rossa! Non è democristiana!» oggi sorride di se stesso e della Storia (scriviamolo maiuscolo, è permalosa).

Sorride ascoltando la canzonetta affabile e invitante: «Prego, la Resistenza non è rossa! Puó essere anche berlusconiana». Partita chiusa, dunque. Anche per gli ex-neo-fascisti, che possono decidere, chi per vera comprensione, chi perché noblesse oblige, di unirsi alla festa per cosí dire dall'alto e in vettura ministeriale. Partita chiusa. Ma allora perché questa inquietudine? Il 25 aprile è la piú bella data del nostro calendario civile, e proprio per questo ogni volta viene da dire che "quest'anno" il 25 aprile ha un significato speciale. Dunque, quest'anno il 25 aprile ha un sapore speciale. Il fatto è che ci si ricorda insieme di una conclusione e di un inizio. La Liberazione fu la fine di una guerra spaventosa e la promessa di un ricominciamento del mondo. Ma anche perché nella bella entrata gioiosa nelle cittá  liberate si riscattava il momento in cui tanti ragazzi si erano trovati di fronte alla decisione di impegnarsi per qualcosa di piú grande della loro vita. La paura e la nostalgia di quel momento hanno accompagnato a lungo la storia della Repubblica, e hanno spinto anche a errori gravi, come nella parabola di nobiltá  e miseria dell'antifascismo militante.

Oggi quella spina di nostalgia e paura si fa sentire piú pungente. C'è una mutazione della nostra democrazia, e bisogna trovarle un nome. La via piú facile è quella di dare alla cosa nuova nomi vecchi: regime, fascismo, sono lí per questo. Vecchi nomi, vecchi simboli. I radicali, che pure sanno di avere a che fare con qualcosa di inedito, esibiscono nella loro solitaria campagna una stella gialla. Non evocano la Shoah, ma il futuro – ancora in gran parte impregiudicato – che la stella gialla annunciava negli anni "˜30 della Germania hitleriana. Hanno scelto il parallelo con un periodo in cui il cielo si gonfiava prima della tempesta, e il simbolo piú "scandaloso" e allarmante fra tutti. Non è nemmeno alla disinvoltura berlusconista sulla legalitá , e al suo grembo inesplorato, che si oppongono, ma a un'intera storia di legalitá  mancata dell'Italia repubblicana. Pannella è arrivato a questo perché pensa che le sue aspirazioni, come al tempo del divorzio e dell'aborto, e ancora del finanziamento dei partiti o della responsabilitá  civile dei magistrati, coincidano con quelle della maggioranza del popolo italiano, e che questo sentire comune sia tradito dall'ostracismo riservato ai radicali. Credo che sbagli, perché "gli italiani" pensano cose diverse e volubili, e soprattutto perché non votano per quelle cose (il testamento biologico, la stessa eutanasia, cui riservano nei sondaggi un netto favore) ma magari "nonostanti" quelle cose. Votano Berlusconi, proprio lui – magari nonostante quello che dice. Non voterebbero Pannella molto di piú, non abbastanza comunque, anche se andasse una sera sí e una no, Dio non voglia, a Porta a porta.

Il mago in carica, l'illusionista di richiamo, è Berlusconi, il cui numero è largamente indipendente dal contenuto. Berlusconi a questo punto potrebbe farsi scrivere il discorso pressoché da chiunque, da Pannella o da suor Teresa, e non cambierebbe molto. ሠquesta la chiave, diversissima dal fascismo, anche dalla sua variazione caricaturale, del berlusconismo: l'indifferenza al contenuto, limitata "solo" (non è poco) dalla protezione propria e dei proprii interessi. Per il resto, è una macchina a gettone, o nemmeno. Alla fondazione del Pdl, occasione "storica", ha tenuto relazione di apertura e orazione conclusiva e non ha detto niente. Era superfluo. Ha detto bensí ai giornalisti, nell'intervallo, che era d'accordo con Fini, il quale invece al contenuto aveva dovuto badare. Ed è probabile che lo fosse davvero, col piccolo incidente che era d'accordo anche – cosí è sempre per lui – coi luogotenenti, quelli che Fini l'avrebbero fischiato secco. Il berlusconismo si arresta davanti a questo unico limite: che è d'accordo con tutti, ma tutti sono in disaccordo fra loro.

Ora Pannella – da un po', perché il tempo passa, e si va verso la fine – è esasperato dal mancato riconoscimento. Rischia perfino di dimenticare che la nostra patria si distingue per il ripudio dei proprii padri – e madri, e che quel ripudio è il piú lusinghiero dei laticlavii. Le stelle gialle sono l'ennesimo rincaro dei bravi radicali. Per giustificarle, bisogna che non il mondo d'oggi, ma l'Italia d'oggi somigli alla Germania del 1938. Ma la suggestione non ha senso, neanche in un gioco di caricature. Berlusconi vuole essere il piú votato – all'unanimitá , eventualmente – non nelle elezioni, ma nel Grande Reality. Ci sono in Italia persone il cui impegno civile, e lo stesso svolgimento ordinario di un lavoro, costa giá  la vita, dove spadroneggiano le mafie. La caricatura cede giá  al dramma vero per gli zingari, i romeni, gli annegati dalla sponda africana. Ma anche questo non è ancora, e forse non arriverá  a essere, paragonabile all'antisemitismo. Zingari e romeni e africani possono gonfiare un mercato di riserva di capri espiatori, ma non diventare i Grandi Colpevoli, i Grandi Cospiratori: per quello gli ebrei sono insostituibili – devono somigliarci fino a passare inosservati e insieme soverchiarci diabolicamente per cultura, intelligenza, denaro. Altra storia. Non è un caso che servano ancora al vecchio scopo sulla scala di un mondo che non ne ha mai visto uno.

Al capo opposto dell'intelligenza radicale, simboli tratti dallo stesso sacro magazzino vengono evocati alla leggera. Mi parve che il "Bella ciao" canticchiato da Santoro fosse fuori posto. Sempre per la differenza fra i momenti in cui qualcosa reclama di valere piú della nostra stessa vita, e i momenti in cui si difende la propria personale dignitá  al costo tutt'al piú di un avanzamento di carriera. C'è stata la censura contro Vauro: odiosa e stupida, poi presto tramutata in farsa (una settimana di sospensione e una lavata di capo, torni accompagnato...). Io sono dalla parte di Vauro, perché sí, perché abbiamo appreso che guadagna 1.000 euro lordi (!), perché va in Afghanistan e si affeziona ai bambini afgani. Ma anche perché confido che Vauro non dimentichi nemmeno per un minuto la differenza fra quell'Afghanistan e questa Italia, fra le donne e le bambine cancellate e violate e lapidate e le veline candidate al Parlamento europeo. Ora, nella vasta ribellione alla censura contro Vauro, ho letto mille volte la famosa frase di Voltaire. Quella che suona piú o meno cosí: «Non sono d'accordo con quello che dici, ma mi batteró fino alla morte perché tu abbia il diritto di dirlo». Piú o meno, non perché ci sia un problema di traduzione, ma perché – mi dispiace di deludere la moltitudine di persone che hanno scoperto quelle parole – Voltaire non le ha mai scritte né pronunciate. Furono coniate forse da una studiosa inglese all'inizio del Novecento, come un compendio del pensiero volterriano, sicché nelle loro versioni francesi sono una traduzione dall'inglese... Filologia a parte, quando leggo le mille ripetizioni di quella frase – per esempio sulla rete, termometro sensibilissimo dei nostri umori – mi chiedo se mai almeno uno dei suoi ripetitori si sia fermato a interrogarsi sull'impegno che la lettera di quel motto pretende: «Mi batteró fino alla morte». ሠnaturale che sia cosí, ci sono parole che devono restare esonerate da un ricatto letterale. Devo poter dire che questo gelato al limone è buono da morire, senza che mi rinfacciate di non esserne morto. Peró appunto: vengono momenti in cui le parole presentano il conto. Per non sembrarvi capzioso, vi faró un meraviglioso esempio opposto, ancora caldo. Alla fine dell'epocale congresso del Pdl, Berlusconi ha cantato con le sue pupe e i suoi vice l'inno nazionale, e quando è arrivato al verso: «Siamo pronti alla morte...», ha ammiccato al pubblico (cioè: al popolo) e ha fatto cosí con la manina per dire: «Pronti, be' fino a un certo punto. Si fa per dire, no?». Il pubblico, cioè il popolo, deve aver trovato senz'altro simpatico il gesto.

Italiani, brava gente, spiritosa. Tutt'al piú con un inno anacronistico, l'elmo di Scipio, stringiamci a coorte. Gli italiani l'hanno giá  corretto a proposito, senza nemmeno volere: Stringiamoci a corte. Ecco fatto. Quanto a quelli che si pongono il problema, deve pur esserci una via dignitosa fra la retorica pseudovolterriana e la manina cattivante di Berlusconi. Anche perché abbiamo imparato del regime fascista, quella invenzione di italiani tipici, è che vengono, "scherzando e ridendo", momenti tragici in cui il fiore di un'intera comunitá  deve decidere che cosa fare della propria vita. E soprattutto che nella ventina d'anni precedenti, benché si sia stati educati molto piú rigidamente al libro Cuore e ai precetti sull'onore, è successo che, neanche per salvare la pelle, ma appena per andare a occupare la cattedra lasciata improvvisamente vacante da un predecessore di razza giudaica, siamo stati capacissimi di dimenticare che eravamo cosí pronti alla morte. Puó sempre risuccedere.

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