News per Miccia corta

25 - 04 - 2009

Il nuovo volto del duce a Saló

 

(la Repubblica, sabato 25  aprile 2009)

 

 

 

"Non fu ostaggio ma complice di hitler" 

 

 

 

 

Nei documenti tedeschi un profilo diverso dall'uomo spaurito che si sacrifica cedendo al Führer 

 

Un saggio indaga le gravi responsabilitá  della Rsi, mentre una recente proposta di legge la riabilita 

 

Fin da principio Mussolini era determinato nel servire il Terzo Reich 

 

Vassallo scontento protesta su tutto tranne che sulla persecuzione degli ebrei 

 

 

SIMONETTA FIORI 

 

 

 

Nella memorialistica ma anche nella storiografia piú seria ha attecchito per anni la leggenda del gesto sacrificale di Mussolini nel dare vita alla Repubblica di Saló, il 23 settembre del 1943. Lo si ritrae smarrito e fisicamente depresso, mentre al cospetto di un Führer inferocito cede al crudele ricatto tedesco - "o accetti di formare un governo fascista o sará  spietata la nostra vendetta". Tesi resa piú enfatica e celebrativa nelle testimonianze littorie, ma in parte accolta da storici rigorosi e non certo indulgenti nei confronti della Repubblica di Saló come Pierre Milza e Renzo De Felice. Se alle fonti di parte italiana si affiancano le testimonianze tedesche, finora inedite o poco conosciute, la figura di Mussolini acquista forza e risolutezza nel costruire un regime dal volto ferrigno e vendicativo, da cui pensava velleitariamente di trarre molti vantaggi. Non piú ostaggio di Hitler o spaesato condottiero di Saló: gli archivi di Berlino, Coblenza, Friburgo e Monaco disegnano un politico combattivo, collaborativo fin dal primo istante, consapevole di essere soltanto uno strumento al servizio della grande macchina tedesca, ma non per questo piú cauto nell'azione. Non dunque "scudo" per il suo paese - approfondisce una nuova e interessante ricerca di Monica Fioravanzo - ma al contrario mero paravento istituzionale della volontá  nazista (Mussolini e Hitler, La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich, Donzelli, pagg. 216, euro 16, in libreria il 30 aprile).

La "saggina" di Donzelli affronta un nodo irrisolto d'un paese che ancora fatica a fare i conti con l'esperienza della Rsi. Nonostante i libri fondamentali di Enzo Collotti e Frederick William Deakin, nonostante la preziosa bibliografia di Giorgio Bocca e nell'ultimo ventennio di Luigi Ganapini, Lutz Klinkhammer, Michele Sarfatti e molti altri, la memoria di Saló è come avvolta in una nebbia che ne confonde i tratti essenziali, celebrata dai suoi eredi nostalgici - è accaduto ieri a Roma con i manifesti inneggianti alle sue formazioni - e anche inopinatamente rivalutata nel discorso pubblico grazie a importanti cariche , quali il ministro della Difesa Ignazio La Russa. "Regime languente e ferito", lo definisce una recente proposta di legge promossa da parlamentari del Partito della Libertá , che chiede l'istituzione di un'onorificenza sia per i partigiani che per i combattenti di Mussolini, con motivazioni a ricalco della propaganda di Saló. Proposta di legge che raccoglie i favori anche del sindaco Gianni Alemanno e dalla sua parte politica nel consiglio comunale romano.

Che cosa abbia rappresentato quel "regime languente e ferito" nella storia italiana viene ricordato ora dal saggio della Fioravanzo, che indaga il nodo fondamentale delle origini della Rsi, rovesciando la tesi del presunto sacrificio di Mussolini. Alla dolente testimonianza raccolta da Carlo Silvestri del duce "implorante e umiliato" al cospetto del Führer - principale fonte di cui si nutre la "tesi sacrificale", documento dimostrato nella sua sostanziale infondatezza - la studiosa contrappone alcune carte tedesche, finora sconosciute nella versione integrale, che raccontano nel dettaglio quel primo incontro a Rastenburg, il 14 settembre del 1943, tra il capo del Terzo Reich e il duce italiano appena liberato dal Gran Sasso. Il telegramma scritto dallo staff personale di Heinrich Himmler e la Relazione sul trasferimento del duce al quartier generale del Führer accreditano un Mussolini lucido e fattivo, che si mette subito al lavoro, "in una condizione fisica e spirituale eccellente", come annota Goebbels nel suo diario. La ricostruzione suggerita da Fioravanzo ritrae un politico determinato, che caparbiamente sceglie di "tornare al combattimento", persuaso dell'invincibilitá  della Germania. Una scelta velleitaria e irresponsabile che avrá  il solo effetto di fortificare l'occupazione di Hitler in Italia.

Fin dagli esordi, quella che dal primo dicembre 1943 avrebbe assunto ufficialmente il nome di "Repubblica Sociale Italiana" mostró una sovranitá  limitata e un potere del tutto fittizio. "L'alleato occupato", è la felice sintesi suggerita da Lutz Klinkhammer. I documenti tedeschi raccolti in Mussolini e Hitler mostrano il lucido disegno del Füher di usare il suo vassallo al fine di sfruttarne le risorse, amministrative e industriali. Tra i documenti meno noti, figura una missiva riservata spedita dal ministro Albert Speer a Hitler nel settembre del 1944, dalla quale si ricava che tra le poche "aree produttive" per il Reich restano in Italia "la zona a Sud delle Alpi" e "le terre ad Est di Trieste". Di questa "rapina" Mussolini e il suo entourage sono perfettamente consapevoli. Ma sarebbe sbagliato - insiste il saggio - ricavarne l'immagine di un duce vittima inerme di una Führung nazista prepotente e prevaricatrice. «Il gioco era chiaro fin dall'inizio, e Mussolini accettó di svolgere una parte in una pièce di cui conosceva bene i ruoli». Fino alla fine fedele al camerata tedesco.

Vassalli irrequieti e talvolta riottosi, dinanzi all'ingerenza tedesca i gerarchi di Saló non rinunciano a un sommesso borbottio. In tutti i campi, tranne che in uno: la persecuzione degli ebrei. Significativo - sottolinea Fioravanzo - il silenzio di Mussolini e del suo governo sugli arresti e la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio. Anzi, dalla metá  di novembre, nel 1943, superata una prima fase di assestamento, il governo di Saló partecipa attivamente alla Soluzione Finale, approntando misure legislative che accolgono l'apprezzamento tedesco e mobilitando le proprie forze di polizia in una campagna di deportazione scientificamente studiata insieme all'alleato nazista. «La politica antisemita della Rsi», sostiene Fioravanzo, «fu di fatto l'unica che vide sorgere una fattiva collaborazione tra tedeschi e fascisti, scevra da motivi seri di tensione». In altre parole, nella caccia agli ebrei si dispiegó l'unico potere incontrastato di Mussolini. Altro che "scudo" a protezione dell'Italia. E altro che "regime ferito e languente", che parte del Parlamento Italiano vorrebbe oggi celebrare. 

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