News per Miccia corta

19 - 04 - 2009

A piedi sui sentieri ribelli. Un altro modo di ricordare

 

(la Repubblica, domenica, 19 aprile 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parlano meglio di tanti discorsi e monumenti. Sono i luoghi dove le cose accaddero, le mulattiere tra i canaloni e gli alpeggi che ci possono fare capire oggi perché nacque, nei nostri padri, la scelta di mettersi fuorilegge, di non rassegnarsi, di rispondere a un "muto bisogno di decenza". Ora un libro ci fa da guida, alla vigilia del 25 aprile, sulle montagne della Resistenza 

 

 

 

PAOLO RUMIZ 

 

 

 

 

Quando uscimmo dalla nebbia a quota tremila, sul versante nord del crinale si spalancó il biancore abbacinante dei ghiacciai svizzeri. Era l'estate 2003, l'intera Val d'Aosta era immersa nella bambagia e, in direzione ovest, verso il colle del Gran San Bernardo, una cresta seghettata come la mascella di un caimano scendeva fino a un gigantesco portale serrato da baluardi di roccia: la Fenètre Durand. Un posto fuori dal mondo, coperto di muschio e fiori gialli, immerso in un silenzio rotto solo dai fischi delle marmotte.

 

La sera, a Ollomont, mille metri piú sotto, ci dissero che nel settembre 1943 Luigi Einaudi era passato di lí per riparare in Svizzera. Ci mostrarono una foto di quei giorni: il futuro presidente della Repubblica portava basco, alpenstock, braghe alla zuava e una giacca di tweed. Seduto su un prato, aspettava la guida che l'avrebbe portato oltre, e quella guida era uno dei massimi alpinisti italiani. Un mito, Ettore Castiglioni. La sua firma l'avevo trovata ovunque, sulle pareti piú impervie tra le Dolomiti e il Bianco.

 

Pochi mesi dopo quella trasferta partigiana, Castiglioni sarebbe morto nella tormenta sulle stesse cime dove s'era nascosto per portare all'estero oppositori politici ed ebrei in fuga. Insieme ad alcuni alpini, aveva scelto di andare in montagna, fuirse para el monte, per ritemprarsi dai lutti di un ventennio e ricominciare da zero una vita nuova. Erano passati sessant'anni, ma Einaudi e Castiglioni erano ancora lí, presenti, nella nebbia della Fenètre Durand. Quel sentiero in Valpelline parlava meglio di tanti libri e monumenti.

 

La strada tra nebbia e ghiacciai diceva un cosa semplice: per capire dov'era nata, nei nostri padri, la scelta solitaria e irrevocabile di mettersi fuorilegge, bisognava sporcarsi gli scarponi, calpestare le mulattiere percorse, prima che dai partigiani, da contrabbandieri, vagabondi ed eretici. E magari capire che la Resistenza è cosa che continua, contro nemici talvolta piú infidi di allora: la pestilenza dello spopolamento, il globale che uccide le diversitá , la burocrazia che massacra di divieti l'economia di quota: pastorizia, malghe, rifugi.

 

Ed è quanto accade, finalmente. C'è, in silenzio, una svolta nella memoria nazionale sul piú bistrattato dei temi, la guerra di Resistenza. Dopo tanta retorica e tante polemiche, si torna ai luoghi, perché i luoghi - almeno quelli - sono indiscutibili. Le Langhe del partigiano Johnny raccontate da Beppe Fenoglio; le impervie valli bellunesi dove passó Luigi Meneghello; le Apuane arcigne del romanzo di James McBride; le scarpate liguri, piene di cardi e ricci di castagno, penosamente calpestate da Italo Calvino.

 

Tornare dunque alle "montagne ribelli". Cosí le chiama Paola Lugo nel libro dallo stesso titolo che esce alla vigilia del 25 aprile per Mondadori. Camminare per ricordare, perché l'andatura è la base della narrazione e perché i partigiani, prima di sparare, camminarono disperatamente, macinarono chilometri in giorni e notti di paura, pioggia, solitudine, smarrimento, nel freddo bestia o nel caldo feroce dei canaloni. Camminare perché ricordare "con i piedi", talvolta, è meglio che commemorare con le parole.

 

Il 24 aprile a mezzanotte, su Raidue, Roberta Biagiarelli reciterá  il suo Neve di giugno arrampicandosi col mitragliatore Sten nella nebbia gelida per i sentieri dell'Appennino di Piacenza fino alle alture di Pradovera, nude come l'Anatolia, e il giorno dopo a Sperongia, tra la Val d'Arda e la Val Trebbia, si inaugurerá  un museo della Resistenza con annessi dodici chilometri di sentiero: un labirinto, nei boschi dove combatté Giovanni lo Slavo, colonna della trentottesima brigata Garibaldi in azione sulla Linea Gotica.

 

A maggio a Recoaro, nella valle delle acque minerali, si apre un sentiero per ricordare i mesi belli e terribili in cui furono soprattutto le ragazze del Vicentino a garantire approvvigionamenti, armi e collegamento con gli Alleati. Donne come la staffetta Cesira Benetti, mai pentita nonostante le torture fasciste, che scappó dal carcere di Peschiera, camminó quattro giorni e quattro notti per tornare a casa sulle sue Dolomiti solo per ricominciare imperterrita ad aiutare imboscati.

 

Risentire l'odore dei luoghi, avvertire sotto gli scarponi «la terra ancestrale» aiuta a ricuperare la dimensione dell'antiretorica e del disincanto, la sofferta umanitá  di una scelta. Tornare dunque al territorio: vagare come Fenoglio nell'infinito «Sinai delle colline», il vasto deserto delle alte Langhe, «con nessuna vita civile in cresta e appena qualche sventurato casale nelle pieghe di qualche vallone». Sentire il vento «vesperale, luttuoso, cricchiante», l'odore dei casali bruciati dalle rappresaglie e la «felicitá  del camminare in un libero aliare di venti».

 

Ne esce una storia fatta spesso di dubbi e scoramenti piú che di forte coscienza politica, come mostra Calvino nel suo Sentiero dei nidi di ragno tanto osteggiato, quarant'anni fa, dalla sinistra italiana. Vero, i ribelli della storia sono i «peggiori possibile», e formano un reparto «tutto composto di tipi un po' storti». Ma che senso ha, obietta Calvino contro i suoi detrattori, parlare solo di eroi? Molto meglio raccontare «chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché» e spiegare «l'elementare spinta di riscatto umano» che l'ha spinto ad agire.

 

Se non ora, quando è la domanda che Primo Levi si pone ripensando a quei giorni, la domanda che sta alla base della scelta. Il bisogno di reagire contro l'annichilimento in atto viene prima del senso del dovere, dell'amor di patria, del bisogno di autogoverno, dell'istinto di vendetta, dell'odio o del senso dell'onore. Ed è lí che capisci, nei boschi e sulle montagne, tornando sessant'anni dopo negli spazi franchi della rivolta. ሠlí, camminando, che tra il "˜43 e il "˜45 si riforma un barlume di coscienza politica nel popolo italiano.

 

Tornare, s'è detto, è anche scoprire che la guerra continua, con sconfitte, piccole vittorie e disperati arroccamenti. Paola Lugo racconta che nel piccolo bed & breakfast di Baiardo, base dei sentieri partigiani raccontati da Calvino, i gestori vivono la loro quotidiana resistenza in una terra sempre piú dimenticata da Dio e dagli uomini. Nella valle del Mis, sopra Belluno, il peggio è venuto dopo la guerra: i paesi bruciati dai nazifascisti erano stati appena ricostruiti, e giá  una diga finiva per sommergerli o desertificarli, sfigurando uno dei posti piú arcani delle Dolomiti.

 

Gli abitati di Zeri, sotto il crinale che divide la Toscana dalla Liguria, nutrirono nel "˜43-44 talmente tanti soldati alleati in fuga dalla prigionia che la popolazione dovette subire feroci rappresaglie. Oggi a Zeri giovani donne hanno ripreso con coraggio la pastorizia dopo l'abbandono degli anni Sessanta. Pascolano, mungono, tosano, caparbiamente. E spesso devono combattere contro lo scetticismo, l'ostilitá  degli stessi valligiani. Per non parlare della stupida vergogna italiana delle radici contadine, o delle invidie che separano i pochi rimasti nelle terre estreme, come settant'anni fa gli abitanti di Eboli nel libro di Carlo Levi.

 

E che dire di Erto, sopra la diga assassina del Vajont raccontata da Marco Paolini e Mauro Corona. Da nessun'altra parte il paesaggio parla piú chiaro. Dopo l'aggressione totalitaria arrivó l'aggressione idroelettrica, che fu nettamente la peggiore. Sará  un caso, ma l'azienda veneta che fece i lavori era in mano a una famiglia che aveva finanziato l'impresa coloniale fascista. Sará  una coincidenza, ma la battaglia contro la diga annunciatrice di disastri fu iniziata da un'ex partigiana, Tina Merlin, che grazie alle infinite traversate come staffetta, aveva imparato ad aguzzare la vista e ascoltare gli avvertimenti dei vecchi.

 

Quando, dopo l'apocalisse, si volle imporre ai montanari l'insulto di un trasferimento forzato a valle, a sorpresa metá  paese resistette. Come nel "˜43, un «muto bisogno di decenza» aveva sconfitto la rassegnazione; cosí gli ertani bloccarono le camionette dei carabinieri e - visto che gli edifici erano inagibili - tennero consiglio comunale in piazza. Oggi sappiamo che è grazie a quella resistenza supplementare che i monti attorno al Vajont non sono giá  un deserto. Come dopo l'8 settembre del "˜43, anche dopo la frana del Toc lo scontro era stato contro la tirannia di un pensiero unico che annichiliva i luoghi. E non è un caso che i sentieri delle due "guerre di liberazione" a Erto coincidano.

 

ሠsull'altopiano di Asiago, al ritorno da una lunga prigionia che l'ha distrutto nell'anima e nel corpo, che Mario Rigoni Stern capisce che il suo destino è quello di battersi per la sua montagna. Succede quando gli amici lo convincono a ricuperare il corpo di due partigiani, gettatisi in un dirupo sopra la Valsugana per non essere catturati dai nazifascisti. Un viaggio penoso e muto, sugli stessi sentieri della Grande Guerra, un viaggio dove nessuno cerca «di ricostruire l'ultimo atto di quella vita spenta in un canalone» ma dove finalmente i conti tornano.

 

Da allora il Mario vivrá  la Resistenza non come libro chiuso o come medaglia al petto, ma come dimensione di vita. Fino agli ottanta suonati tuonerá , ascoltatissimo dalle piú alte cariche dello Stato, contro la strategia dell'abbandono dei territori. Ma la passione civile che lo brucerá  fino all'ultimo dei suoi giorni era nata dagli scarponi ben prima che dai libri. Dalla fatica spesa sui sentieri, le crode e i pascoli coperti di ranuncoli. 

 

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