News per Miccia corta

18 - 04 - 2009

La sinistra in Italia

 

(la Repubblica, sabato, 18 aprile 2009)

 

 

    

GUIDO CRAINZ 

 

 

 

Il libro di Aldo Schiavone, L'Italia contesa (ed. Laterza) e la discussione che ne è seguita fra l'autore ed Ernesto Galli della Loggia sollevano molto utilmente alcuni problemi decisivi. In primo luogo, che rapporto c'è fra l'Italia che si è delineata dall'inizio degli anni novanta e la storia precedente della Repubblica? In altri termini: lo snodo centrale si colloca fra la caduta del muro di Berlino e l'esplosione di Tangentopoli, o molto piú all'indietro? Il profilo del Paese che si è delineato in questi anni - con la dissoluzione del vecchio sistema politico e il mutamento post-industriale - ha le sue prime ragioni nella crisi radicale (di dimensioni internazionali, non solo italiane) dei primi anni novanta? Se cosí fosse, sarebbe possibile vedere nel "berlusconismo" solo l' ideologia della transizione italiana. E quindi pensare (e sperare) che la vittoria elettorale del 2008 rappresenti il punto terminale della sua parabola, "un capitolo della nostra storia che si sta chiudendo". Anche accogliendo con comprensibile favore questa lettura, lascia qualche dubbio l'idea che "la sinistra sia ancora nelle condizioni migliori per poter rispondere" alle domande del Paese perché dispone "di piú conoscenze, di un pensiero piú educato, di un maggior allenamento alla riflessione" (traggo le citazioni dal libro di Schiavone). I dubbi non sono legati solo a quella che a me sembra l'agonia (o, se preferite, perdita di profilo e di cultura comune) delle differenti sinistre, da quella riformatrice a quella che ancora evoca fantasmi comunisti. I dubbi rinviano alla natura e alla genesi profonda della crisi. Si considerino gli elementi, strettamente intrecciati, che Schiavone indica con grande chiarezza, in primo luogo il dissolversi del rapporto fra le masse organizzate dall'economia industriale della "Prima Repubblica" e il sistema dei partiti. Piú ancora, lo scomparire stesso delle classi, a partire dalla classe operaia, e l'affermarsi di un inedito "popolo" di consumatori, caratterizzato da un forte individualismo acquisitivo. Sono processi che nascono con le trasformazioni degli anni ottanta o rinviano per certi versi alle modalitá  stesse della modernizzazione italiana, a partire dal "miracolo economico"? Dobbiamo riflettere meglio, a mio avviso, non tanto ᯿½come talora accade- su di un plurisecolare "carattere degli italiani" quanto sulle conseguenze dello "sviluppo senza guida" di quegli anni, per dirla con Pietro Scoppola. Sin da allora è in questione, a me sembra, anche il rapporto fra forze politiche e Paese. I partiti - annotava nel 1965 Giorgio Bocca - sono obbligati "a costruire sulle sabbie mobili. Le cellule, le sezioni, i circoli, le associazioni inseguono in affanno un popolo che sta cambiando sedi, gusti, abitudini e aspettative politiche". E giá  dieci anni prima Roberto Guiducci irrideva al "mito del proletariato come osso non frantumabile della storia". I problemi, insomma, non venivano solo dai pesantissimi condizionamenti internazionali e dai grevi meccanismi della democrazia bloccata. Negli anni ottanta e novanta sembrano dissolversi non tanto solide realtá , incrinate ormai da tempo, quanto categorie logore, sempre piú inadeguate a dar conto di un mutamento colossale. Ci si volga allora alla modernizzazione italiana nel suo insieme, e al ruolo delle forze politiche al suo interno. E' certo sbagliato attribuire ogni nostro disastro alle responsabilitá  del Partito comunista, come è incline a fare Galli della Loggia, ma un'analisi adeguata è ancora da compiere. Mi sembrano illuminanti, ad esempio, le discussioni interne al Pci degli anni settanta, anni in cui una parte crescente del Paese inizió a vedere in esso il possibile protagonista di un profondo, positivo cambiamento. ሠla fase che portó al referendum sul divorzio e poi alle elezioni del 1975 e del 1976: il punto piú alto del consenso al Pci e al tempo stesso l'inizio - esse sí - di un inarrestabile declino. Da quelle discussioni interne emerge in realtá  una distanza enorme fra il Partito (i suoi quadri mentali, i suoi apparati, il suo gruppo dirigente) e la societá  italiana, e su essa occorrerebbe riflettere ancora. E' solo una parte, naturalmente, di un approfondimento piú generale. Le basi di esso furono poste tutte, a mio avviso, nel dibattito storiografico, politico e giornalistico alimentato dalla crisi dei primi anni novanta. Da punti di vista molto differenti vennero sollevate allora domande radicali sulla nostra vicenda nazionale: di lí a poco, nell'attesa di una salvifica "Seconda Repubblica", l'urgere di esse fu infelicemente dimenticato. Erano troppo radicali? A me non sembra. Lo scorrer degli anni ha semmai confermato che quei nodi poco autorizzano visioni ottimistiche del futuro civile e politico del paese. 

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