News per Miccia corta

17 - 04 - 2009

ሠmorto Accame il fascista rosso

 

(la Repubblica, venerdí, 17 aprile 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si arruoló nella Rsi il 25 aprile 1945, diresse il Secolo e nel "Ëœ68 approvó la contestazione 

 

 

 

FILIPPO CECCARELLI 

 

 

 

 

Era anche un uomo di spirito, di scarti logici, di occhiate sulfuree, di strenui paradossi e impensabili ribaltamenti, Giano Accame, che ieri se n'è andato, a 80 anni. Per metá  maestro della destra italiana; e per l'altra metá  intellettuale critico, girovago, eretico, eccentrico, comunque tale da trasmettere il valore di una sana diffidenza rispetto agli insegnamenti impartiti dagli opportunismi gerarchici e cortigiani.

 

Giornalista curioso, serio, disincantato; studioso di strategia, poesia, economia. Viveva in una bella casa-studio sul Lungotevere, rive droite; lo si incontrava distratto per le vie del centro, o concentratissimo in libreria; sempre disponibile per telefono. Ma soprattutto scriveva e scriveva. Fino all'ultimo si è potuto concedere il lusso della fedeltá  a quella scelta di «ingenua e rischiosa generositá  giovanile» che appena sedicenne lo spinse ad arruolarsi volontario, proprio il 25 aprile del 1945, in ció che restava della Repubblica sociale: «Ho cominciato ad attaccarmi al fascismo il giorno in cui un vero fucile mi è stato posto nelle mani, e ancora di piú quando la disfatta me lo ha tolto».

 

Ragazzino, dunque, piú che ragazzo di Saló. «Fascista in fondo al cuore», per autodefinizione, pur con tutti gli equivoci che la parola si è tirata dietro: «In Italia si dice "di destra" invece di "fascista" per eufemismo, come "non vedente" anziché cieco». Cosí fu fascista evoliano, esoterico «figlio del sole»; per poi proiettarsi, dal mito, nel vivo della militanza neo-fascista, ma sempre mantenendosi a debita distanza dagli orizzonti necrofili che allora caratterizzavano il Msi e il suo mondo.

 

Negli anni sessanta provó ad uscire dal recinto della nostalgia e del piú ottuso autoritarismo: dapprima insieme con Baget Bozzo (e Tambroni), poi con un campione di antifascismo quale era stato Pacciardi, nell'Unione democratica Nuova Repubblica. Nel 1965 partecipó al convegno di un tal istituto Pollio che in pratica si prefiggeva di far la guerra al comunismo. Tre anni dopo fu tra i pochissimi, a destra, ad appoggiare la contestazione. Ha lavorato al Borghese, al Fiorino, viaggiando per il mondo. Per l'Ipsoa ha organizzato un mostra al Colosseo sull'economia negli anni trenta. Ha compreso la moderna leadership di Craxi, ma forse ancor piú l'indicibile trasporto che da quel suo «Socialismo tricolore» lo portava verso quello che Accame, in un altro suo libro, designó come «Fascismo immenso e rosso».

 

E' anche stato il direttore del Secolo d'Italia, ma le incomprensioni di quell'esperienza confermano che piú di un uomo di partito restava un pensatore solitario. Con l'intera sua vita, collegando invisibili fili tra Ezra Pound e le encicliche sociali, Confucio e D'Annunzio, la Banca d'Inghilterra e il MontePaschi, ecco, alla fine si puó dire che Giano Accame ha ottenuto la ricompensa che spetta a chi, per dignitá , per convinzione e un po' anche per eleganza resiste a piegare la propria coscienza non solo al trasformismo, assai praticato anche a destra, ma anche al potere. 

 

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