News per Miccia corta

16 - 04 - 2009

L'accanimento ideologico e i fantasmi del passato

 

(la Repubblica, giovedí, 16 aprile 2009)

 

 

 

 

 

Polemiche / Aldo Schiavone replica a un articolo di Ernesto Galli della Loggia sull'Italia "schiava" della memoria 

 

Non è piú solo la presa d'atto di una sconfitta che si richiede, ma un suicidio purificatore 

 

Secondo alcuni bisognerebbe sopprimere la sua stessa esistenza 

 

 

ALDO SCHIAVONE 

 

 

 

La sinistra italiana ha una colpa, grave e irrimediabile: quella di esistere, e di voler continuare a farlo. Chi vi si riconosce non ha scampo: la sua "appartenenza" - come un implacabile marcatore genetico - lo condanna a non capire, a "figurarsi" una realtá  su misura, e peggio ancora a danneggiare il suo Paese, rendendolo prigioniero di un passato che non si riesce mai davvero a "superare".

Non sto esagerando. Questa tesi estrema (posso usare l'aggettivo?), esposta con acuminata luciditá , rappresenta il cuore della lunga recensione che Ernesto Galli della Loggia ha dedicato, sul Corriere di ieri, a un mio piccolo saggio appena uscito da Laterza. Non mi piace replicare a chi critica le cose che scrivo. I libri sanno difendersi da soli, e non hanno bisogno di proteggersi dietro la voce del loro autore. Ma qui si tocca una questione ben piú importante delle mie pagine, delle quali ci si serve con eleganza per formulare un enunciato che le oltrepassa di molto, e riguarda direttamente tutti noi, fino a toccare l'immagine stessa che noi ci formiamo della storia d'Italia.

La dannazione della nostra sinistra si trova interamente, per Galli della Loggia, nella genealogia comunista che l'ha segnata. Niente basta a porre rimedio, per lui, a quell'origine: non le revisioni concettuali, di cui pure dá  atto; non la memoria di solitarie battaglie (perdute) ancora dentro il Pci, che pure ricorda con onestá . Nulla è sufficiente. Se vogliamo che il l'Italia si rimetta in cammino, che la sua eterna "transizione" si concluda, non c'è che una cosa da fare: riconoscere che la sinistra continua a dirsi tale soltanto "suo malgrado", e che quindi non c'è niente da suggerire, se non di cancellare il suo punto di vista, sopprimere la sua stessa esistenza, e farla diventare qualcosa di inimmaginabile, ridurla a una prospettiva aliena che non si riesce nemmeno a nominare.

Non è la presa d'atto di una sconfitta, che si richiede - dio sa se non l'abbiamo ammessa - ma qualcosa di ben piú radicale: un suicidio purificatore, una specie di sterminio ideale, senza nessuna speranza di resurrezione. E gli altri, e tutto il resto della scena politica di questo Paese? L'insostenibile unilateralitá  della tesi appare nuda nella stringente ovvietá  della domanda che rende inevitabile. Ebbene, restino pure al loro posto, con i loro pensieri: Galli della Loggia non vi dedica una parola. Certo, anch'essi hanno la loro parte nel "grigio" che ci circonda, ma almeno non hanno mai avuto nulla a che fare con il comunismo.

Vi è molto metodo in questo freddo e implacabile furore - uno sguardo che non si accontenta delle superfici, e sa dove posarsi, per andare a fondo. Ma - Galli della Loggia mi perdonerá  - c'è anche molto di stantio, di consunto, di veleni scaduti che non fanno piú male. Nell'orizzonte della sinistra italiana il comunismo è scomparso da tempo - anche se scomparso malamente, e non come avremmo voluto. La sua presenza ha smesso definitivamente di pesare. E' solo l'accanimento ideologico degli avversari, che ne agita il fantasma: Berlusconi sa bene di cosa stiamo parlando. Il problema è che ancora non vediamo come sostituirlo, anche se cominciamo a farcene qualche idea - e la crisi ci aiuterá  a capire piú velocemente, perché queste catastrofi agiscono come impareggiabili lenti sociali, e hanno sempre uno straordinario effetto di moltiplicazione della conoscenza.

Due in particolare sono le critiche che Galli della Loggia mi muove, tra loro strettamente legate: sul ruolo del Pci nella Prima repubblica, di cui avrei taciuto limiti e responsabilitá , e sul carattere della societá  italiana conquistata dal "berlusconismo", rispetto alle cui degenerazioni, di nuovo, non sarei capace di valutare i coinvolgimenti della sinistra.

Ebbene, in entrambi i casi a me pare che la questione storica e politica non sia quella di "giudicare" queste "colpe" (vi è una singolare deriva "giudiziaria" nelle interpretazioni messe qui in campo da Galli della Loggia; egli assolve o condanna, piuttosto che interpretare: un atteggiamento singolare per chi sa benissimo - da par suo - che non è questo l'ufficio dello storico. Sono solo le trappole dell'incattivimento ideologico). E' evidente che queste connessioni vi sono state, e spesso non di poco conto. Come è evidente che non è stato il "berlusconismo" a trasformare la societá  italiana, giá  cambiata sotto la pressione di ben altre forze, e che all'inizio degli anni Novanta era giá  pronta ad accogliere il suo nuovo leader.

Ma non è questo il punto. Si tratta piuttosto di capire perché la prima Repubblica non sia riuscita a produrre che un sistema politico bloccato - causa di molti nostri disastri - che ha avuto bisogno di una spinta esterna di inaudita potenza (il crollo dell'impero sovietico) per rimettersi in movimento, e perché il cambiamento che si stava finalmente producendo abbia assunto subito i tratti di una autentica "crisi di regime", in cui si sommavano transizione politica postdemocristiana e mutamento sociale postindustriale, e come tutto questo abbia creato un enorme spazio vuoto, nel quale si è precipitato Silvio Berlusconi, con tutti gli apparati mediatici di cui disponeva. Il Pci non è stato figlio della nostra cattiva cultura politica. Esso è nato - come la Dc, e come tutto il vecchio sistema dei partiti - dal centro fratturato della terribile prima parte del Novecento italiano: dalle sue lacerazioni e dai suoi conflitti irrisolti. Berlusconi stesso è ancora figlio di quella storia, di quello che ho chiamato "l'eccezionalismo" del ventesimo secolo. Ma è una vicenda che si sta chiudendo: e non c'è terremoto che possa riaprirla. Si volta pagina: e chi ha piú filo tesserá  (come si diceva una volta, dalle mie parti). 

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