News per Miccia corta

14 - 04 - 2009

Milan Kundera e l'arte del disimpegno

 

(la Repubblica, martedí, 14 aprile 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il pensare politico non va considerato come la peggiore contaminazione che deturpa l'arte 

 

Un'opera non è una pepita d'oro imprigionata nell'attimo in cui viene prodotta 

 

Tolstoj fa pensare ai suoi romanzi ma anche alle sue battaglie a favore dei contadini 

 

Da una parte i creatori "puri", dall'altra gli "engagé" La contrapposizione diventa troppo radicale quando la bellezza estetica si mescola alla passione civile 

 

Un autore che si sente soprattutto straniero alla politica, suo amore di gioventú 

 

 

 

EUGENIO SCALFARI 

 

 

 

 

 

Commentando su Repubblica del 31-03-2009 il nuovo libro di Milan Kundera dal titolo Un incontro (Adelphi), Marc Fumaroli ha scritto che per Kundera «la grande insurrezione del modernismo è eterna e universale. E' fatta di fedeltá  creativa ai classici delle arti europee - Rabelais, Cervantes, Sterne, Diderot, Velá¡zquez, Beethoven, Chopin - e al tempo stesso della ricerca esigente d'una forma nuova, capace di svelare la veritá  umana dove meno lo si aspetta».

 

Queste righe finali della recensione colgono con precisione il senso dell'Incontro, un insieme di brevi interventi dedicati a scrittori, musicisti, pittori, ma romanzieri soprattutto perché il romanzo è l'oggetto del desiderio di Kundera, che offrono al lettore dei veri e propri colpi di luci su autori e opere della modernitá  delineando con rigore una poetica che è la poetica di Kundera, da lui stesso definita "modernista".

 

Conosco da tempo Fumaroli, scrittore e accademico di Francia, conservatore di rara arguzia e finezza. Passando una serata con lui ci si trova in quell'atmosfera dei salotti parigini descritti nei "mémoires" di La Rochefoucauld e di Madame du Deffand dove conservatori e progressisti s'incontravano e si scontravano elaborando il meglio della cultura francese dei due secoli piú luminosi della modernitá  europea.

 

In quell'arengo intellettuale che ancora ravviva l'epoca nostra imbarbarita non mi aspettavo che Fumaroli si scoprisse simpatetico con i modernisti amati da Kundera ai quali il suo libro è dedicato. Fumaroli ama il barocco, ha verso la Chiesa sentimenti di rispetto e di profonda considerazione, si sente ed è agli antipodi dell'Illuminismo. Che cosa dunque l'accomuna alla poetica modernista esibita e condivisa da Kundera nei suoi romanzi e nei saggi dell'Arte del romanzo e di Un incontro?

 

Siamo con questa domanda al centro d'una questione che ha diviso e tuttora divide il mondo dell'arte e della letteratura, una questione estetica e filosofica che ha coinvolto nei secoli il modo di scrivere, di dipingere, di scolpire, di comporre musica, di pensiero, infine di vivere. Soprattutto di vivere e la questione si pone cosí: la bellezza è compatibile con la politica? La ricerca della bellezza è compatibile con la ricerca del potere?

 

Questi due sentimenti hanno sempre caratterizzato due diversi modi di sentire, quasi due diverse antropologie se non fosse che talvolta (spesso) quei due modi convivono nella stessa persona e vicendevolmente ne determinano i comportamenti e le opere.

 

Non so perché Kundera chiami modernisti quelli che considerano il pensar politico come la peggiore contaminazione che possa deturpare un'opera d'arte. Perché modernisti? Ci furono in tutte le epoche come in tutte le epoche la politica tentó di condizionare l'arte e come in tutte le epoche ci furono artisti che vollero mettere in piena buona fede la loro arte al servizio d'un ideale politico. Che ci siano riusciti è un altro discorso. Kundera sembra sostenere di no; dico sembra poiché anche lui ha piú volte mutato opinione su questo tema.

 

In realtá  l'intera questione è a mio parere malposta. Cercheró di spiegare perché.

 

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Occorre anzitutto definire alcune parole che possono trarre in inganno, a cominciare dalla politica. La radice sta nella "polis" e richiama il concetto dello stare insieme, della comunitá , della cittá  e quindi dei rapporti interpersonali. Del patto sociale. Del rapporto tra l'individuo e il contesto sociale in cui vive.

 

Nessuno puó sottrarsi o prescindere da questo rapporto poiché la nostra specie è socievole e la socievolezza è uno dei fondamenti che ci contraddistinguono. L'artista si isola quando crea; la ricerca della bellezza, del suo modo di concepirla, assorbe tutte le sue facoltá  creative, ma l'opera che esce dalle sue mani è comunque destinata e offerta agli altri e con essi si confronta, da loro viene interpretata, ricreata, giudicata. Le sue risonanze e le sue rifrazioni si diffondono dando vita ad una cultura, ad un evento culturale che è sempre un evento collettivo.

 

L'arte si materializza in un'opera; un insieme di opere dá  vita ad una cultura, cioè ad una lunghezza d'onda sulla quale le opere viaggiano utilizzando una frequenza comune. Se non ci fosse una lunghezza d'onda comune l'opera d'arte non sarebbe fruibile e non potrebbe dar luogo ad alcun fenomeno culturale.

 

Se la politica altro non è che il rapporto degli individui tra loro e di ciascuno di essi con la collettivitá , la cultura è uno degli elementi costitutivi di questo rapporto. Ma è vero anche che se la cultura è la lunghezza d'onda sulla quale viaggiano le opere prodotte da ciascuno individuo, allora la politica è uno degli elementi che viaggiano sulla lunghezza d'onda culturale. Tutto è politica ma tutto è cultura. La politica è un'opera d'arte quanto la cultura ed esprime una temperie politica; due diversi punti di sguardo, due diversi modi di percepire la realtá  che scorre, il futuro che transita nell'attimo presente e diventa passato memoriale con una velocitá  superiore a quella della luce ma conservato attraverso le opere, i reperti, le forme che il presente consegna al passato e il passato ripropone al presente affinché, reinterpretandole, prepari le creazioni future.

 

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Kundera peró non sembra d'accordo con questo modo di leggere il rapporto tra futuro e passato intermediato dall'attimo presente. O almeno: non è questa la poetica con la quale teorizza l'arte del romanzo. Leggete le pagine dedicate al romanzo Oltre il sipario di Juan Goytisolo. Il protagonista è un uomo anziano che ha appena perso la moglie. Scrive Goytisolo (e Kundera lo cita): «Allorché si guarda indietro la sua vita mancava di coerenza: ne trovava solo frammenti, elementi isolati, una successione insensata di quadri. Il desiderio di fornire una giustificazione a posteriori ad avvenimenti sparsi perseguiva una falsificazione che poteva ingannare gli altri ma non lui». Continua Kundera: «In questa prospettiva il passato appare in tutta la sua irrealtá ; e il futuro? Certo, è ovvio, il futuro non ha nulla di reale. Cosí, gomito a gomito, il passato e il futuro si allontanano da lui; passeggia in un villaggio tenendo per mano un bambino e, con suo grande stupore, si sente leggero e allegro, senza passato, come il bambino che lo guida. Tutto converge verso il presente e si compie nel presente. E di colpo, in questa esistenza ridotta all'esiguitá  del tempo presente, segue una felicitá  ignota e inattesa».

 

Inconsistenza del futuro, oblio del passato, esiguitá  del presente: ecco «una felicitá  ignota e inattesa»; ecco l'arte del romanzo pura e incontaminata, l'opera d'arte, la pepita d'oro, insomma la bellezza imprigionata nell'attimo in cui viene prodotta.

 

Imprigionata, è vero. Per esser consegnata al passato che la riproponga ai posteri, cioè al futuro. Come mai Kundera non si pone questa domanda in nessuna pagina del suo libro?

 

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I modernisti, per lui, sono coloro che producono quella pepita d'oro, la catturano e passano oltre. La ricerca continua. Il viaggio dell'arte continua e gli artisti che lo intraprendono non pensano né allo ieri né al domani. Guai se lo facessero. Uscirebbero dal mondo incantato della fantasia, dal mondo mercuriale della fantasia per entrare in quello pesante, greve e saturnino dei concetti, dell'utilitá , della politica. Della visione del mondo. Dell'ideologia. A Kundera quel mondo ripudia, non è il suo. Non è piú il suo, come non è il mondo di Beckett, di Bacon, di Joyce, di Breton, di Kafka, di Janá¡cek, di Stravinsky, di Fellini, di Schoenberg, di Petrarca. E perfino di Malaparte.

 

Il nemico è lo scrittore impegnato. Per spiegare ancor meglio l'essenza del suo pensiero, scrive: «Quando sento il nome di Tolstoj immagino subito i suoi due ineguagliabili romanzi. Quando dico Sartre, Camus, Malraux, le loro personalitá  evocano in me anzitutto le loro biografie, le loro polemiche e battaglie, le loro prese di posizione».

 

Ma è vero che Camus, Sartre, Malraux sono "impegnati" e Tolstoj invece non lo è, puro artista in cerca soltanto della bellezza, pepita d'oro che solo l'artista riesce a trovare?

 

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Se penso a Tolstoj sí, mi vengono in mente i suoi due romanzi, ma non soltanto. Mi vengono in mente anche le sue battaglie per la libertá  dei contadini, le sue ideologie teosofiche e umanitarie, la sua filosofia della storia pendolare che si muove da ovest verso est e viceversa.

 

Prevedo l'obiezione: anche il grande artista ha le sue cadute, i suoi momenti di opacitá . D'accordo. Ma Guerra e pace è un romanzo che sta fuori dall'impegno? Vive soltanto attraverso i suoi protagonisti, la loro vicenda umana intrecciata dall'artista con una rete fitta in una trama di fatalitá  e di destino dove le individualitá  si confrontano, si combattono, si alleano, e rifulge in ogni pagina quella che Kundera chiama la forma-romanzo, con la specificitá  dei personaggi dovunque si trovino, nei salotti di Pietroburgo e di Mosca o sul campo di battaglia di Borodino, nella ritirata e nell'incendio della cittá , nell'amore di Natasha, nella sanguinosa fuga dei francesi?

 

Oppure c'è un altro protagonista nascosto e tuttavia presente in tutte le pagine, incombente su tutti i personaggi ed è la grande madre Russia, la sua disperazione, il suo misticismo, i suoi pidocchi, le sue anime morte, la sua passiva e invincibile resistenza?

 

Non c'è, in questa presenza che alita su tutto il romanzo, lui, il romanziere, l'artista, l'ideologo, il riformatore, il rivoluzionario, l'amico di Mazzini, l'interlocutore di Marx? Includere Tolstoj nella classifica dei modernisti accanto a Broch, a Cioran, a Ravel, no, quest'operazione mi sembra sbagliata, queste analogie sono forzate, senza nulla togliere ai valori artistici di quei modernisti. I quali comunque reagivano ad una cultura vecchia e la dissacravano senza pietá , portatori di un'anti-poetica che configurava un'altra poetica offerta all'attenzione d'una nuova "polis".

 

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Ci sono ancora due incontri importanti in questo libro: quello con Rabelais e quello con Malaparte. E infine una conclusione da trarre.

 

L'amore di Kundera per Rabelais è noto da tempo. Dalle gesta di Gargantua e Pantagruel fa cominciare la storia del romanzo ed ha pienamente ragione, è stato il primo ad averlo detto con forza di argomenti e passione artistica e critica. Rabelais ha aperto un'infinitá  di strade al romanzo, un'infinitá  di linguaggi e di forme. Solo alcune sono state percorse, altre sono state abbandonate, ma sono sempre a disposizione di chi, attingendo al deposito rabelesiano, volesse intraprenderne l'esplorazione.

 

In fondo il genere popolare e la sua lingua non hanno attecchito in terra di Francia, neppure nelle sue avanguardie salvo forse nella pittura di Toulouse Lautrec. La Francia è un paese accademico, perfino Voltaire era intriso di quello spirito e aspirava alla feluca. Del resto il precursore di Rabelais fu Franá§ois Villon con i suoi "Testamenti". Era un ladro ma artista fino alla punta della sua spada, anzi del pugnale che gli era familiare.

 

L'incontro di Kundera con Malaparte è il piú inatteso. L'autore della Pelle non somiglia in nulla all'autore della Insostenibile leggerezza dell'essere e Milan lo sa e lo scrive. Eppure sente un'attrazione profonda, poco spiegabile, per quel giornalista-dandy-artista-sciupafemmine-comunista-fascista-avventuriero. Soprattutto avventuriero e innamorato di sé.

 

L'arte di Malaparte è turgida, piena di effetti speciali, di sanguinolenze, di artificio, di declamazione. Un'arte epica per eccellenza, quanto di piú repulsivo per il palato di Kundera che invece ne fa uno dei massimi scrittori del Novecento perché «ha trovato una nuova forma-romanzo, un "pastiche" che non s'era mai visto prima, d'una efficacia esplosiva».

 

Il pubblico italiano non se n'è accorto. La pelle ebbe un discreto successo di vendite ma non influí sulla narrativa italiana ed europea. Fu una delle tante avventure di Malaparte rimaste senza seguito.

 

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Ho conosciuto Milan Kundera una ventina d'anni fa. Avevo letto i suoi libri ed ero stato conquistato dalla sua scrittura, dai suoi romanzi, dai suoi saggi. Sapevo della sua riservatezza, riceveva pochissimo, al telefono rispondeva sua moglie Vera, scudo a sua difesa difficilmente superabile.

 

Riuscii tuttavia a superarlo e fu proprio Vera ad aiutarmi in quella difficile impresa che ebbe buon esito anche per l'intervento di Jean Daniel al cui Nouvel Observateur Milan collaborava. Cosí cominció a collaborare anche a Repubblica e quel rapporto dura tuttora.

 

Questo suo ultimo libro mi è molto piaciuto: lo stile è vivacissimo, i "flash" sugli artisti e sulle loro opere sono fulminanti e illuminanti. Le contraddizioni sono molte ma hanno una spiegazione. Non so se quella da me colta sia condivisa dall'autore, a me sembra chiara, esplicita, evidente: Milan Kundera si sente straniero. Non solo nella Francia dove vive ormai da quarant'anni; non solo a Praga dove non ha piú voglia di tornare; ma dovunque. Straniero ovunque, apolide, senza terra. Non si sente neppure cittadino europeo e ancor meno cittadino del mondo. E' legato da tenera amicizia ad alcuni dei suoi modernisti (Cioran per esempio, fino a che è vissuto) perché essi stessi stranieri come lui.

 

Mi sono chiesto perché questo rifiuto cosí totale d'una qualsiasi cittadinanza. Ebbene, non me ne voglia Milan se dico che la ragione di questo rifiuto è tutta politica e sta nel fatto che la sua nazione è scomparsa. L'invasione russa l'ha cancellata per sempre e non risorgerá  mai piú. Kundera, non potendo piú esser cittadino d'un paese che ha fervidamente amato e che è uscito dalla storia del mondo, ne ha seguito il destino. "Stranger here". Soprattutto straniero alla politica, suo amore di gioventú.

 

Nella millenaria storia delle arti e della cultura non è certo il solo caso. Sarebbe bello ripercorrerne gli altri a cominciare, per quanto riguarda noi italiani, da Machiavelli, da Leonardo, da Giordano Bruno, da Galileo. E forse da un'intera generazione che si sente straniera qui ed ora.

 

Lo straniero nel mondo gode d'una grande leggerezza e insieme patisce una grande sofferenza. Questa doppia iniziazione è un privilegio del quale dobbiamo esser grati al destino. 

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