News per Miccia corta

08 - 04 - 2009

Teorema padovano. Trent'anni fa gli arresti del 7 aprile

 

(il manifesto, martedí 7 aprile 2009)

 

 

 

di Ernesto Milanesi

 


PADOVA

 

Sabato 7 aprile 1979 in base al «teorema Calogero» scattarono centinaia di arresti. Studenti e professori, militanti e redattori dell'Autonomia Operaia si scoprirono imputati di banda armata

 

Sabato 7 aprile 1979 in base al «teorema Calogero» scattano centinaia di arresti. Studenti e professori, militanti e redattori dell'Autonomia Operaia si scoprono imputati di banda armata. Una generazione di «movimento» schiacciata dal sillogismo aristotelico applicato al codice penale: il disciolto Potere Operaio poteva combaciare cosí con il terrorismo delle Brigate Rosse, «caso Moro» compreso.

 

C'è un'immagine in bianco e nero di quel giorno «storico» per Padova. Un blindato in Prato della Valle con l'uomo in divisa che spunta dalla torretta davanti alla statua impietrita dalla canna dell'arma. Tutti a Padova non hanno piú dimenticato quel 7 aprile. Con le manette a Toni Negri e ai «cattivi maestri» di Scienze Politiche, dentro l'Universitá  chi non rispondeva all'appello diventava un «fiancheggiatore». Con la supplenza esercitata dalla magistratura, la cittá  era prigioniera dell'unitá  nazionale, anche allora in nome della sicurezza.

 

A distanza di trent'anni, Padova ha metabolizzato un po' di tutto, ingoiato rospi e snaturato la sua identitá . Ma l'anniversario del 7 aprile - giusto alla vigilia della campagna elettorale - è una ghiotta occasione per gli «irriducibili» della storia a senso unico. Flavio Zanonato (sindaco alla ricerca del quarto mandato, ma anche aspirante capolista alle Europee per il Partito democratico) sembrava pronto a rinverdire il ruolo di leader della Federazione del Pci.

 

Alla vigilia dell'anniversario tutti mobilitati. Con la proposta di una mozione bipartisan in consiglio comunale, l'annuncio di una querela «postuma» ad un libro di Toni Negri, la riapertura degli archivi. La Cleup (casa editrice dell'Universitá ) ha presentato ieri mattina la raccolta dei «pezzi» di Antonio Ferrari, all'epoca inviato del Corriere della sera. Compresa l'intervista a Calogero sul «partito della guerra civile». S'aggiunge in catalogo al deputato Alessandro Naccarato, che ha assunto le sentenze come fonte storica del 7 aprile riproponendo lo schema del «teorema» pari pari.

 

Per fortuna, la storia di Padova si puó rileggere anche in ben altro modo. Stasera in un'assemblea-dibattito (alle ore 21) nella sala Anziani del municipio, sará  presentato il libro Padova trent'anni dopo - processo 7 aprile - voci della cittá  degna (manifestolibri), con la partecipazione di Toni Negri, che fra l'altro ritorna in comune dove negli anni 60 è stato consigliere del Psi. Le testimonianze raccolte nel volume edito da manifestolibri sono voci degne di rispetto: i protagonisti diretti del primo processo mediatico in Italia, insieme alle scomode prese di posizione di Massimo Cacciari, Giovanni Palombarini, Umberto Curi, Gianfranco Bettin e Massimo Carlotto. Storie «orali» e analisi critiche rivelano un orizzonte che nessuna sentenza puó cassare.

 

Ma soprattutto non si possono rimuovere fatti, episodi, scelte che in trenta anni hanno superato la logica del muro contro muro. Padova si mobilitó a favore dell'appello alla «riconciliazione», sottoscritto da migliaia di cittadini. Il sindaco democristiano Settimo Gottardo e l'assessore ciellino Iles Braghetto accettarono l'invito a cena (con ospiti come la cronista Claudia Basso testimone di uno scoop rimasto inedito) con gli «avanzi di galera» Emilio Vesce e Luciano Ferrari Bravo. Perfino dentro via Beato Pellegrino, finché il Pci non ammainó le sue bandiere, ci furono «pontieri» del dialogo perché i movimenti pacifisti e ambientalisti avevano giá  cambiato registro. E nell'estate 2004, al festival di Radio Sherwood, si festeggió la rivincita di Zanonato: sul palco, il sindaco «marocchino bianco» non manifestava disagio fianco a fianco con Verdi, disobbedienti, imputati del 7 aprile.

 

Eppure l'ombra degli anni di piombo s'allunga ostinatamente sul presente di una cittá  mai risolta: metropolitana nelle aspirazioni quanto provinciale nella gestione; blasonata e salottiera ma prigioniera della sua anima nera; presunto centro del Nord Est, eppure sempre piú periferia dei veri poteri decisionali (a cominciare dalla finanza); con una zona industriale virtuale e il «partito del mattone» che si annida un po' ovunque. Padova ha, invece, rimosso velocemente ben altre imbarazzanti storie. Come lo stadio delle tangenti, progettato dai socialisti e «scoperto» dalla Procura dopo Mani Pulite. «Laddove erano falliti compromesso storico e giunte delle larghe intese, si è creata una maggioranza all'insegna del pallone. Il calcio ha cementato nuove alleanze, ha abbattuto vecchi steccati ideologici, ha unito nel nome di comuni interessi. Affarismo e politica ormai hanno confini sempre piú labili. Sono le operazioni economiche a creare le nuove maggioranze, perché le cordate si formano seguendo criteri politici». Cosí Ivo Rossi nel 1988. Fu l'unico consigliere comunale a votare contro il maxi-appalto a Grassetto, Ponteggi Dalmine e Consorzio veneto coop con annesse mazzette. Molti dei protagonisti sono tornati sulla scena padovana, mentre Rossi è approdato alla Margherita diventando assessore della giunta Zanonato.

 

E Pietro Calogero da procuratore della Repubblica ha lasciato in ereditá  l'enigma del furto di 50 chili di droga del 16 marzo 2004. Dovevano essere custoditi nel bunker del tribunale. Erano invece depositati all'Istituto di medicina legale dell'Universitá  (negli scantinati del Centro di tossicologia e antidoping, diretto dal professor Santo Davide Ferrara). Neutralizzato l'allarme, aperta a colpo sicuro la porta blindata, svuotato tutto. Davvero stupefacente.

 

Padova intanto cerca di scrollarsi di dosso l'immagine d'insicurezza che con il «muro di via Anelli» ha fatto il giro del mondo. Il tram costato 100 milioni di euro finalmente fa la spola dalla Guizza alla stazione senza deragliare. Il nuovo centro culturale di via Altinate ha aperto i battenti con lo spettacolo di Marco Paolini in diretta tv. Ma l'Auditorium da 50 milioni non decolla, fra cambio di progetto e problemi urbanistici. In compenso, si moltiplicano le «torri» a beneficio di immobiliaristi e costruttori: per la logistica una piccola giá  pronta, mentre nell'ex zona industriale svettano sulla carta un paio di mega complessi e a due passi dagli affreschi di Giotto ne è previsto un altro accanto all'Antonveneta.

 

Ma il futuro di Padova si giocherá  sul nuovo ospedale, perché la vera grande fabbrica (anche del consenso) rimane la sanitá  pubblica. Operazione da 1,5 miliardi che comporta la «concertazione» fra Regione, Comune e Universitá . Ovviamente, in project financing con la vendita, attraverso apposito fondo Sgr, della cubatura disponibile nell'attuale «cittadella ospedaliera» in pieno centro. Uno schema giá  sperimentato a Mestre, nella Bassa padovana e nel Vicentino dal governatore Galan. Finora a Padova è stata solo scelta l'area: mezzo milione di metri quadri non lontano dallo stadio delle tangenti. La Facoltá  di Medicina ne pretende il doppio, anche se non possiede nemmeno gli sgabuzzini del vecchio ospedale. Progettisti e imprese scalpitano, tanto piú in tempi di crisi economica.

 

Zanonato-4 o l'alternativa del senatore-sceriffo Maurizio Saia? ሠil dilemma di Padova, che cambierá  anche presidente della Provincia e magnifico rettore prima dell'estate. E nelle urne la sindrome del 7 aprile conterá  ben poco rispetto ai veri interessi in gioco. Ma questa è un'altra storia...

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori