News per Miccia corta

03 - 04 - 2009

Leone Ginzburg. La coscienza morale era il suo mondo

 

(la Repubblica, venerdí, 03 aprile 2009)

 

 

 

 

 

 

 

Le sue battaglie politiche e culturali contro meschinitá  e compromessi. Un articolo di Norberto Bobbio del 1948, quattro anni dopo la sua scomparsa

 

"'Anna Karenina' è una meraviglia. Se penso che saró io a guastarla mi vengono i brividi"

 

"Il peggio", mi scrisse, "è vivere nella menzogna verso di sé e verso gli altri"

 

La sua era una patria ideale. Fatta di coraggio, coerenza, dovere, inflessibilitá 

 

 

 

NORBERTO BOBBIO

 

 

Pubblichiamo l'articolo che scrisse per L'Italia socialista il 5 febbraio 1948, quattro anni dopo la morte di Leone Ginzburg. Il testo è disponibile grazie al Centro studi Piero Gobetti di Torino e all'Archivio Bobbio.

 

 


 

Leone era effettivamente un uomo che veniva da un altro mondo, che non era quello della nostra mediocritá  liceale. Noi dicevamo che era Viareggio, come avremmo potuto dire che era la patria lontana, i viaggi all'estero, le sue straordinarie conoscenze nel campo della letteratura e dell'arte; dicevamo cosí per dire, per trovare una giustificazione facile e non troppo per lui lusinghiera, di quella sua superioritá  che avvinceva e allontanava insieme, che ci attraeva con una parola affettuosa e bonaria, e ci scostava con uno sguardo severo come un rimprovero.

 

Solo piú tardi, a grado a grado, qualcuno capí che quell'altro mondo, da cui Leone era venuto a noi, non era né questo né quel paese reale, ma era una patria ideale: quella patria ideale dove l'uomo prova il significato e il valore della propria vita, la forza per affrontare sacrifici disumani, le ragioni per predicare il coraggio, la coerenza, l'inflessibilitá , il dovere. Quell'altro mondo da cui Leone veniva, e per cui ci pareva talora assorto e staccato, e ci pareva talora difficile e scomoda la sua amicizia, duro il suo sguardo, ostile il suo gesto, in una parola diverso il suo dal nostro modo di vivere, era il mondo della coscienza morale. In quel mondo egli viveva da signore e padrone, quella era la sua vera patria, che ci dava ragione del suo abito, dei suoi atteggiamenti, del suo costume. Leone era tutto lí in quel mondo, inaccessibile come il nido dell'aquila, inespugnabile come una fortezza. Da quel mondo scendeva sugli altri, chiuso nell'armatura della sua intransigenza, per combattere le sue battaglie contro le debolezze, le meschinitá , le menzogne, gli errori, la mediocritá  di tutti i giorni contro i compromessi degradanti e le utili insinceritá . (...)

 

Solo chi saliva lassú trovava Leone, un Leone non strano ma umano, non diverso ma uguale a tutti gli uomini di buona volontá . (...) Lá  egli aveva scoperto, e faceva ritrovare a chi gli si avvicinava per essere guidato per mano in quel suo regno di spiriti, il primo fondamento di ogni vita morale: la sinceritá . «Il peggio, al mondo ᯿½ egli mi scriveva in una lettera del 13 settembre 1926 ᯿½ è vivere nella menzogna verso di sé e verso gli altri». E subito dopo aggiungeva, solenne come l'imperativo categorico: «Tu vivi sottraendoti, sottraendo il tuo vero essere, alla vita altrui e anche a quella tua. Non devi». (...)

 

Nell'ultimo anno di liceo abbozzó le linee di tre nuovi racconti: Lia, Alda e Sara, in cui sarebbero state disegnate tre figure di signorine di quel tempo. Lavoró attorno ai primi due racconti con entusiasmo, arricchendoli via via di tutte le annotazioni umane, mondane, sociali, che venivamo facendo nel mondo gaio e ingenuamente spensierato della galanteria giovanile. Nel suo fervore di lavoro e nel suo bisogno di comunicare, Lia e Alda erano diventate quasi come due compagne di scuola, di cui si discorreva tra amici, si chiedeva notizie di cosa facevano, di che cosa pensavano, di chi erano innamorate. Ma forse neppure questi primi due racconti poterono mai essere terminati. Occupazioni piú stringenti, come le traduzioni dal russo per la casa editrice "Flavia" cominceremo sin dall'ultimo anno di liceo a tenerlo lontano pur recalcitrante e scontenta, dai personaggi dei suoi racconti. Giá  prima dello esame di maturitá  classica, aveva compiuto la traduzione di Taras Bulba di Gogol, e subito dopo aveva assunto un lavoro di grande impegno: la prima traduzione integrale di Anna Karenina, di cui scriveva in una lettera del 31 agosto 1927 (l'estate, appunto, imminente successiva agli esami di maturitá  classica): «Mi vado leggendo Anna Karenina, che è semplicemente una meraviglia; e quando penso che saró io a guastarla, mi vengono quasi i brividi».

 

Cosí, sul finire degli anni di liceo, mentre i compagni si accingevano ad una vita universitaria, o oziosamente dissipata o diligentemente studiosa, lui attendeva le cure di un lavoro intellettuale piú impegnativo, che assai presto doveva condurlo alla collaborazione a riviste di cultura, a giornali letterari, a scrivere per il pubblico, e lo faceva evadere precocemente dalla vita studentesca, a cui peraltro continuava a sentirsi vincolato da affetti saldi e durevoli per alcuni compagni e maestri. (...)

 

Il 13 settembre 1928, alla fine del primo anno di universitá , scriveva: «Mi lascio vivere. ሠcome fossi un vinto; e non sono un vinto unicamente perché non sono della genia degli uomini, che si lasciano vincere, malgrado tutto ho sempre mille progetti da attuare, mille sogni da effettuare, molte iniziative da esaminare; ma è tutta roba minuta, son distrazioni o elucubrazioni e tentativi: il sogno non c'è piú».

 

Il sogno erano Alda, Lia, il piú antico ed obliato Lucio Sabbatini. Il sogno erano quei personaggi, che si rincorrevano l'un l'altro in quei racconti e l'uno con l'altro si confondevano, come se fossero stati tutti insieme l'opera di un solo ininterrotto vagheggiamento durato tre anni.

 

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori