News per Miccia corta

30 - 03 - 2009

Il pittore di Pol Pot che sfuggí ai khmer rossi ``Ora disegno l'orrore``

 

(la Repubblica, lunedí, 30 marzo 2009)

 

 

 

 

 

 

ANAIS GINORI

 

 


«Non chiedo vendetta. Voglio soltanto ricordare». Quando deve rispondere a una domanda, Vann Nath prende uno dei tanti pennelli che ha nel suo atelier, all'ultimo piano di una palazzina di Phnom Penh. Anche stamattina, mentre entrerá  nell'aula del Tribunale Onu che deve giudicare i crimini dei khmer rossi, porterá  sottobraccio qualcuno dei suoi dipinti. Donne che implorano soldati di non uccidere un neonato. Detenuti ai quali vengono mozzate le mani. Un uomo appeso nudo come un maialino da arrostire.

 

Sono questi i ricordi di Vann Nath. Per un anno esatto, tra il 7 gennaio 1978 e il 7 gennaio 1979, è stato dentro a quell'inferno chiamato S-21. L'ex scuola francese Tuol Sleng era stata trasformata in una macchina del terrore per estorcere confessioni e uccidere presunti dissidenti. Quindicimila cambogiani sono passati per S-21. Soltanto sette si sono salvati. Nel Museo del Genocidio di Phnom Penh, proprio dentro all'ex centro di detenzione, c'è la galleria delle vittime. Pareti intere coperte da foto dei prigionieri. C'è anche quella di un ragazzo con i baffi. «Sono io» dice Vann Nath, che oggi ha 66 anni. Negli anni Novanta ha promosso per primo l'idea di un museo. «Lo faccio per loro» aggiunge rivolgendosi alle immagini delle vittime. «Li chiamo "i fantasmi", e meriterebbero di trovare infine un po' di pace».

 

I suoi dipinti lo hanno salvato due volte. Era soltanto un contadino con la passione del disegno quando venne arrestato dai khmer rossi. Dopo qualche settimana, un carceriere lo portó davanti a Kaing Guek Eav, detto Duch. «Ho saputo che sai dipingere - disse il capo di S-21 - Fammi un ritratto di questa foto». Vann Nath doveva replicare l'immagine di Pol Pot. Come molti dittatori, il "Fratello Numero Uno" del regime si circondava di gigantografie e busti. «Non conoscevo il suo volto, né l'ho mai incontrato». Per mesi, Vann Nath è sopravvissuto perché faceva ritratti che piacevano a Pol Pot. Ne fece piú di venti durante la prigionia, compreso un busto che è esposto a Tuol Sleng.

 

Quando è riuscito a scappare, con l'arrivo dei vietnamiti, Vann Nath ha smesso di disegnare. Soltanto nel 1997 alla morte di Pol Pot, impunito e senza l'ombra di un rimorso, ha deciso che la sua testimonianza orale non bastava piú. Voleva mostrare a un paese che aveva troppa fretta di dimenticare quello che lui aveva visto. Da allora Vann Nath dipinge ogni giorno. Grandi tele, oppure piccoli schizzi per dettagliare un racconto.

 

Vann Nath sará  in aula oggi, anche se è molto malato. «Troveró la forza» assicura. E' uno dei testimoni chiave dell'accusa. Tre vittime di S-21 sono ancora vive. Si ritroverá  faccia a faccia con Duch, l'imputato principale del processo che dovrebbe concludersi entro l'estate. Giá  una volta Vann Nath è andato incontro ai suoi carcerieri. Con il regista Rithy Panh, è stato protagonista di un documentario nel quale rivede Him Huoy, responsabile sicurezza di S-21. Alcuni dei loro dialoghi («Ricevevamo ordini». «Davvero uccidere un neonato è eseguire un ordine?») fanno venire i brividi. «Di questo processo che finalmente si apre - conclude Vann Nath - non mi interessano soltanto le condanne. Vorrei innanzitutto capire. Perché tanto odio?».

 

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