News per Miccia corta

05 - 01 - 2006

Il Caso Castel. Arrestata in Messico per rapina in Francia dell '80

(da "il manifesto", 6 gennaio 2006)

Castel divide la Francia

La figlia del sociologo sotto processo per rapina.
Il dibattito La rapina avvenne 25 anni fa e oggi il paese si chiede se gli ex complici, che hanno pagato con il carcere, debbano tornare sotto i riflettori


A. M. M.

PARIGI
E` un pezzo di storia tragica di una generazione di sinistra che torna in questi giorni in primo piano in Francia, attraverso un processo alla corte d`assise di Parigi che pone una serie di questioni, a cominciare dal diritto all`oblio, non solo per l`accusata ma soprattutto per i testimoni chiamati alla sbarra che furono suoi complici allora, che hanno pagato alla societá  il loro crimine con anni di prigione e che ora, secondo la legge, hanno il diritto di impedire a chiunque di evocare il loro passato (e di denunciare eventualmente chi lo evocasse). Il 30 maggio `80, sette giovani, in maggioranza di buona famiglia, assaltano una filiale della banca Bnp in rue Lafayette a Parigi, camuffati con occhiali neri e parrucche. La polizia interviene, uno di loro viene ucciso, tre vengono arrestati, gli altri riescono a scappare. Tra loro, la donna giudicata in questi giorni, che allora si chiamava Hélène Castel e aveva vent`anni e che oggi ne ha 46 e ha vissuto in Messico fino all`arresto nel maggio 2004 - solo 4 giorni prima della prescrizione - sotto il nome di Florencia Rivera Martin.

Al processo nell`84, Hélène Castel viene condannata in contumacia all`ergastolo (mentre i suoi co-accusati prendono rispettivamente 10, 8 e 5 anni). La legge francese, a differenza di quella italiana, prevede di riprocessare chi è stato condannatro in contumacia. Il ministro degli interni, Nicolas Sarkozy, si è fatto un vanto di aver istituito nel 2004 un nuovo servizio di polizia giudiziaria, l`Ufficio centrale delle persone ricercate o in fuga, che a tutt`oggi ha giá  arrestato 45 persone.

Il processo in corso, che finirá  oggi, mette in evidenza un falla nella legge, perché obbliga chi ha giá  pagato con il carcere ed è completamente riabilitato a riesumare un passato che avrebbe dovuto essere protetto dall`oblio. Questo processo, soprattutto, mette in imbarazzo la stampa, su cui ricade tutta la responsabilitá  di conservare l`anonimato degli ex complici, ora testimoni, che sono obbligati a comparire a un processo a porte aperte e a volto scoperto. Molti giornali hanno scelto di non rivelare il loro nome.

Hélène Castel è ormai un`altra persona rispetto alla ragazzina di venticinque anni fa, che presa nell`illusione dell`autogestione dai confini rivoluzionari, era andata via di casa a 17 anni per vivere negli squat parigini dell`epoca. Nel suo esilio messicano è diventata psicoterapeuta, ha avuto una figlia che oggi ha 18 anni e che è al suo fianco al processo, dove l`accusata compare a piede libero, dopo aver trascorso tre mesi di carcere in Messico e un anno in Francia. Si è detta persino «sollevata» per essere posta di fronte alla necessitá  di far fronte al proprio passato. «Qualche cosa di molto costruttivo - ha detto - con la prospettiva di poter infine spiegarmi e pagare il debito».

Hélène Castel ha ricevuto al processo i complimenti della scrittrice Nancy Huston, che tiene un atelier di scrittura nel carcere di Fleury-Mérogis, a cui ha partecipato. Anche il padre, il noto sociologo della frattura sociale Robert Castel, ha testimoniato, con dolore e tenerezza : «Penso che i genitori hanno sempre una parte di responsabilitá  in ció che succede ai figli, ma se ne rendono sovente un po` tardi». Ha ricordato che «mia moglie (medico psichiatra, deceduta da tempo) ed io all`epoca lavoravamo molto. Credo che non siamo stati abbastanza vigili. Condividevamo un`ideologia antirepressiva, provavamo sospetto nei confronti dell`autoritá . Volevamo dare autonomia ai nostri figli. In parte, ci siamo sbagliati». Stasera la sentenza del tribunale dovrá  tener conto di tutta la complessitá  della situazione di questo passato tornato improvvisamente di attualitá .
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