News per Miccia corta

20 - 03 - 2009

La primavera del nostro scontento

 

(la Repubblica, venerdí, 20 marzo 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 Da Dublino a Barcellona, da Berlino a Londra. La protesta sociale dilaga nel Vecchio continente Ma è Parigi, dove ieri sono scese in piazza tre milioni di persone, il cuore del malcontento E cosí, nella Francia di Sarkozy, si torna a parlare di lotta di classe. Ripensando a Karl Marx

 

"I francesi non capiscono perché non si alzino le tasse per i redditi piú importanti"

 

 

 

BERNARDO VALLI

 

 


PARIGI

 

Tra Place de la République e Place de la Nation, l'itinerario storico della protesta parigina, ieri c'era piú gente del 29 gennaio scorso, quando ci fu l'altra grande giornata di sciopero e di mobilitazione, cui parteciparono, secondo i sindacati, due milioni e mezzo di persone. Non trattandosi di un classico sciopero generale, piú dell'ampiezza dell'astensione dal lavoro, piuttosto modesta, anche questa volta si doveva valutare soprattutto la mobilitazione, ossia il numero dei manifestanti.

 

E i cortei, piú di duecento nel resto della Francia, erano imponenti. Stando ai sindacati nelle cittá  hanno sfilato tre milioni di uomini e donne. (La polizia è come al solito piú avara: un milione e duecentomila). Ancor piú vistoso è stato il sostegno alla contestazione sociale da parte dei francesi, compresi quelli rimasti a casa: tre su quattro l'hanno approvata.

 

Per Nicolas Sarkozy non è stato uno dei giorni piú propizi della sua presidenza. Eletto neppure due anni fa con uno slogan destinato a qualificare la sua politica, "chi lavora di piú guadagna di piú", egli si ritrova nel pieno di una crisi economica e sociale che riduce i posti di lavoro e i guadagni.

 

Le sue promesse sono andate in fumo e le sue non poche riforme, in larga parte ispirate a un neoliberismo decaduto, o sconfitto, appaiono all'opinione pubblica inadeguate a una situazione d'emergenza che richiede l'intervento dello Stato, il solo in grado di garantire un'indispensabile giustizia sociale.

 

La Francia subisce meno di altri Paesi europei gli effetti devastanti del naufragio della mondializzazione finanziaria. Anche la Francia, come altri Paesi, suoi partner commerciali, resta a galla grazie ai piani di rilancio, all'assenza di inflazione e, nella trincea dell'Unione monetaria, grazie alla stabilitá  dell'euro. Ma piú di tanti altri Paesi, la Francia usa gli ammortizzatori sociali, equivalenti al 31 per cento del Pil, se si includono anche le varie indennitá  in favore dei disoccupati o dei piú demuniti.

 

Resta peró che, in Europa, i francesi conoscono le manifestazioni piú imponenti e gli scioperi quasi generali piú frequenti. Due, appunto, dall'inizio dell'anno: il 29 gennaio e il 19 marzo. Certo, anche gli altri si muovono. Piú di centomila irlandesi hanno percorso in segno di protesta le strade di Dublino. Gli operai tedeschi dell'Opel e di Schaeffer si sono mobilitati. Aspri conflitti si sono accesi nel settore energetico, in particolare in quello petrolifero, in Gran Bretagna. In Spagna, dove il numero dei disoccupati è raddoppiato in diciotto mesi, c'è stata una manifestazione a Barcellona, alla quale hanno partecipato quindicimila persone; meno delle trentacinquemila che un mese prima erano scese in piazza a Saragozza per difendere l'occupazione. Poi, dopo una fiammata di violenza davanti alla Nissan di Barcellona, i sindacati hanno dichiarato di non «prevedere per il momento nessuna protesta», nell'attesa dei risultati del piano sociale promosso dal governo Zapatero. I giornali parigini, che si prodigano nel paragonare la situazione della Francia a quella dei vicini, citano anche l'Italia, per sottolineare che un Paese con tradizioni simili, per quanto riguarda le manifestazioni, non conosce almeno per ora una protesta radicale tanto estesa. Nonostante le frequenti agitazioni.

 

Tanti sono i motivi che spiegano il caso francese. La piazza, i boulevard, rappresentano una ribalta politica di primo piano. E' lá  che i cittadini, nei momenti cruciali, interpellano il potere, lo Stato, la République. Non è soltanto la tradizione. E' anche la Storia. E questa crisi appare una congiuntura di grande rilievo, ricca di conseguenze. Tanto grave da provocare - dice l'economista Daniel Cohen - una nuova riflessione di ordine morale sul capitalismo.

 

A scandalizzare i francesi sono stati e sono gli enormi guadagni dei dirigenti di banca o di societá  finanziarie responsabili della crisi. L'opinione pubblica non digerisce il fatto che Nicolas Sarkozy rifiuti di alzare le tasse per i redditi piú importanti e che difenda il tetto fiscale (fissato al cinquanta per cento) di cui usufruiscono i principali contribuenti. Ai quali sono stati rimborsati, sulla base della legge sul tetto fiscale (bouclier fiscal), quasi cinquecento milioni di euro. E, sempre l'opinione pubblica, stenta a capire che i maggiori finanziamenti siano riservati a banche e imprese, e siano invece centellinati ai lavoratori. Gli slogan scanditi ieri tra Place de la République e Place de la Nation riguardavano questi temi.

 

Sembra ritornare d'attualitá , secondo Daniel Cohen, il Karl Marx che accusava la borghesia di annegare la societá  «nelle gelide acque del calcolo egoista». Emerge una certa nostalgia per gli anni del dopoguerra, durante i quali fu costruito un ordine fondato su un nuovo modello di cooperazione e di competizione, sia sul piano delle relazioni internazionali sia su quello dei rapporti economici. Lo Stato assistenziale aveva attenuato la lotta di classe e l'economia sociale di mercato aveva stimolato il progresso. I successivi avvenimenti (la crisi degli anni Settanta, la caduta del Muro di Berlino e la rivoluzione finanziaria degli anni Ottanta) hanno chiuso quell'epoca.

 

Il consenso si è spento e in meno di trent'anni la crisi è ritornata. E con essa sono riaffiorati alcuni accenti della lotta di classe. Tutto è da ripensare. L'idea di un'autoregolazione è morta, dice l'economista parigino, rispondendo alle domande del Nouvel Observateur: «Il lavoro intellettuale fatto nel dopoguerra, tenendo conto della lezione della crisi del 29, deve ricominciare nel contesto nuovo della mondializzazione». Per il politologo Guy Groux uno dei motivi che spingono i francesi sulle piazze è « la cultura rivoluzionaria, marxista, che ha segnato alle sue origini il sindacalismo».

 

Questa tradizione non si è spenta nonostante la Cgt (principale organizzatrice della manifestazione di ieri) abbia rotto con il marxismo. La diffidenza nei confronti della mondializzazione, della stessa legge del mercato che contrasta con l'idea dello Stato regolatore, e del liberismo economico in generale, incoraggia le predisposizioni protestatarie dei francesi, sconosciute o meno forti negli altri Paesi europei. La debolezza dei sindacati (meno del 10% dei salariati, o del 5% se ci si limita al settore privato, sono iscritti a un sindacato) sarebbe un altro motivo che spinge i francesi a manifestare. Per compensare lo scarso numero di militanti, le grandi centrali invitano i cittadini a scendere nelle piazze, cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica. E quando i temi sono sentiti, sono scottanti, la voce dei sindacalisti è ascoltata.

 

Uno dei nuovi arrivati sulla ribalta politica parigina, Olivier Besancenot, 35 anni, di professione postino, ma laureato in storia, è senz'altro uno dei personaggi piú popolari di Francia. Popolare anche tra coloro che non condividono affatto le idee del suo Nuovo partito anticapitalista (Nap). Partito che ha lanciato riformando la Lega comunista rivoluzionaria (Lcr) guidata da Alain Krivine, vecchio leader trotzkista, e uno dei protagonisti del maggio 68. Alle elezioni presidenziali dell'aprile 2007 Besancenot ha raccolto un milione e mezzo di voti, ossia il 4,08%. Un successo raro, eccezionale, per un movimento di estrema sinistra. Tanto piú che gli altri partiti alla sinistra del partito socialista hanno subíto in quell'occasione severe sconfitte. Da allora la popolaritá , nei sondaggi, di Besancenot non ha cessato di crescere.

 

Per il politologo Gael Sliman, direttore di Bva, un istituto demoscopico, il postino rivoluzionario sta conquistando una credibilitá  «come uomo d'azione». Finora gli esponenti di estrema sinistra erano considerati capaci soltanto di denunciare. Adesso Besancenot appare sempre piú «un uomo capace di cambiare le cose». E il nuovo, ancora piccolo, leader che affronta di petto il capitalismo responsabile della crisi. Una posizione che fa sembrare inerte, privo di iniziative, il partito socialista. Besancenot è visto come il fenomeno, sia pur circoscritto, di un momento che vede riaffiorare la lotta di classe.

 

 

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