News per Miccia corta

05 - 01 - 2006

Morto il partigiano ``Bill``. Fu tra coloro che arrestarono Mussolini

(da "La Repubblica", giovedí 5 gennaio 2006, pagina 21 - Interni)


Morto il partigiano ``Bill`` arrestó Mussolini a Dongo




Urbano Lazzaro scoprí il Duce nascosto tra i tedeschi. Poi sostenne che fu Longo a giustiziarlo
Negli ultimi anni aveva propugnato la necessitá  di una ``riconciliazione`` con gli ex fascisti. E tenne una conferenza in un circolo di An


MASSIMO NOVELLI

TORINO - Era la mattina del 27 aprile 1945 quando a Dongo, sul lago di Como, gli uomini della cinquantaduesima brigata Garibaldi fermarono un'autocolonna tedesca diretta in Svizzera. A bordo del quinto camion, i partigiani scorsero un uomo rannicchiato in un angolo, con l'elmetto in testa e addosso un cappotto militare ben abbottonato. «Camerata ubriaco, vino!» cercó di spiegare un soldato. Insospettito, uno dei partigiani avvertí il compagno «Bill», il piú alto in grado. Lui si avvicinó, osservó, capí: «Lo chiamai. Prima gli dissi: ``Camerata!``. Niente, nessuna risposta. Allora feci: ``Eccellenza!``. Ancora niente. Provai cosí: ``Cavalier Benito Mussolini!``. Ebbe come una scossa elettrica. Saltai sul camion e, di fronte al suo stupore, gli dissi: ``In nome del popolo italiano, io l'arresto``».L'uomo che arrestó il Duce, il «Bill» di quei giorni di furore e di liberazione, è morto martedí notte all'ospedale di Vercelli. Si chiamava Urbano Lazzaro, aveva ottantun anni e una vita avventurosa e controversa alle spalle. Dopo la fine della guerra era entrato nella societá  idroelettrica Sip. In veste di funzionario aveva girato il mondo, stabilendosi quindi a Rio de Janeiro. Ma i venti mesi di guerra partigiana, i misteri legati all'arresto e alla fucilazione di Mussolini e di Claretta Petacci, e soprattutto quelli riguardanti il famoso «oro di Dongo», continuarono a segnare la sua esistenza. Erano ricordi pesanti, incancellabili, per chi era comunque entrato nella storia. E «Bill» cominció a riversarli in libri di memorie e di polemiche, uno dei quali scritto con Pier Luigi Bellini delle Stelle, il «Pedro» che era stato al suo fianco nella primavera del "˜45. Andando controcorrente, e forse anche contro la veritá  dei fatti, l'ex vice commissario politico della cinquantaduesima Garibaldi inizió a sostenere la tesi che sarebbe diventata un suo cavallo di battaglia. Era quella che individuava in Luigi Longo, uno dei capi della Resistenza e del partito comunista clandestino, futuro segretario generale del Pci, l'uomo salito a Giulino di Mezzegra per giustiziare il Duce e la Petacci. Secondo Lazzaro, in sostanza, il vero comandante «Valerio», il fucilatore di Mussolini, sarebbe stato «Gallo», il nome di battaglia di Longo, e non Walter Audisio, come invece raccontarono e raccontano sempre le versioni ufficiali. Negli ultimi anni, Lazzaro aveva poi intrapreso un suo discusso processo di revisione del periodo partigiano, propugnando una sorta di «riconciliazione nazionale» con gli ex fascisti della Repubblica di Saló. Su posizioni di destra, come ormai lo consideravano i compagni della Resistenza, nel giugno del 1997 «Bill» volle stupire ancora una volta tutti e accettó di tenere una conferenza in un circolo di Alleanza Nazionale. Pur non pentendosi del suo passato («rifarei quello che ho fatto allora, allo stesso modo, con lo stesso spirito di quei giorni»), nell'afosa Vercelli fu il protagonista di una serata a suo modo memorabile. Accolto da un senatore postfascista come «un galantuomo», Lazzaro raccolse piú di applauso affermando, tra l'altro, che Mussolini era stato ucciso senza un regolare processo e che la fucilazione, sebbene l'ordine di ammazzarlo fosse stato emanato da tutto il Comitato di Liberazione Nazionale, «fu arbitraria». L'uomo che aveva contribuito in qualche modo alla fine del Duce, quella sera, volle ancora dire qualche parola sul «rispetto che egli ebbe per il prigioniero eccellentissimo». I militanti di An parlarono infine di «serata storica». Piú di un ex partigiano preferí commentare, con amarezza, che iniziative di quel genere avrebbero condotto alla «fine della storia e delle sue differenze».

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