News per Miccia corta

30 - 12 - 2005

COME MORጠLA STAGIONE DEI MOVIMENTI



(da "la Repubblica", venerdí, 30 dicembre 2005, pagina 49 - Cultura)

COME MORጠLA STAGIONE DEI MOVIMENTI

le trasformazioni dell'italia culminate negli anni ottanta
in Fiat 60 dipendenti erano nella lotta armata
impegno e politica lasciati per il divertimento

Poi ci fu la svolta e con essa la fine delle ideologie, il trionfo del privato, il Carneval
A lungo la classe operaia era stata considerata una grande motrice della storia


GUIDO CRAINZ

Il 14 ottobre di venticinque anni fa a Torino migliaia e migliaia di persone affluirono alla manifestazione indetta in un teatro dal «coordinamento dei capi e dei quadri intermedi» della Fiat per protestare contro uno sciopero in corso da piú di un mese, con duri picchetti ai cancelli e una occupazione della fabbrica nell'aria. Vi affluirono, piú in generale, per porre fine a un clima iniziato nell'autunno caldo del 1969. «Siamo il partito della voglia di lavorare, di produrre, di competere con la concorrenza» proclamava il loro leader, Luigi Arisio, e un enorme corteo invase poi il centro della cittá  raccogliendo solidarietá  e consensi oltre le previsioni: la «marcia dei quarantamila», come venne tosto battezzata (ne ha parlato su queste pagine Giampaolo Pansa il 13 ottobre 2005, n.d.r.). Terminó cosí una vertenza che la Fiat stessa aveva provocato come prova di forza con il sindacato mettendo in cassa integrazione 23.000 operai (ben pochi di essi rientrarono in fabbrica). Terminó, piú in generale, una stagione.Mostrava profondi segni di crisi quel consolidato sentire degli anni sessanta e settanta per il quale la fabbrica era in primo luogo il simbolo dell'ingiustizia sociale del paese, e gli operai le prime vittime e al tempo stesso i protagonisti possibili di una trasformazione generale. Non solo per i comunisti la «classe operaia» era stata sin lí «la principale motrice della storia», per dirla con Enrico Berlinguer. Della sua capacitá  di essere «portatrice del destino del genere umano» avevano parlato anche voci cattoliche come quella di Ernesto Balducci, e nella stessa Torino era ancora viva l'immagine del cardinale Pellegrino che nel 1973 si mescolava agli operai impegnati in un'aspra lotta riconoscendo in essa «i principi evangelici di eguaglianza, giustizia, rispetto reciproco». Nell'ottobre del 1980 sembrano passati decenni da quel momento, e a spiegare il mutamento non basta l'accumularsi progressivo delle tensioni e degli errori sindacali o l'aggravarsi della crisi economica. Era mutato qualcosa di piú profondo: nel modo in cui la societá  guardava agli operai, ma prima ancora nel modo in cui gli operai guardavano a se stessi. Lo segnalavano le testimonianze proposte da un libro di Giulio Girardi di quell'anno, Coscienza operaia oggi, voci disorientate e straniate. Lo avevano giá  segnalato nella maniera piú impietosa altre voci, raccolte sempre alla Fiat nei giorni del rapimento Moro: non è una bella immagine quella che queste interviste ci impongono, avevano scritto Brunello Mantelli e Marco Revelli, curatori del volume che le pubblicava (Operai senza politica). E' difficile, avevano aggiunto, forzarci ad amare questa classe operaia, riconoscere nel suo ostentato cinismo e nelle sue drammatiche divisioni lo stesso soggetto che dal "˜69 in poi ha segnato i tempi della vita politica italiana. Una storia si chiudeva dunque nel 1980 mentre un'altra era appena iniziata in una diversa concentrazione operaia d'Europa: l'agosto di Solidarnosc aveva appena dato il via al processo che avrebbe portato al 1989.Nella vicenda italiana il terrorismo aveva certo lasciato il segno, e alla Fiat aveva avuto proprio in quei mesi due eventi - simbolo. Nel 1979 era stato assassinato da Prima Linea Carlo Ghiglieno, dopo il ferimento di altri sedici dirigenti o capi dell'azienda. Nel febbraio del 1980 era stato ucciso dai carabinieri a Genova, assieme ad altri tre brigatisti, Lorenzo Betassa, a lungo stimato delegato di reparto: uno degli oltre sessanta dipendenti della Fiat che avevano scelto la lotta armata.Sul «fiume carsico che scorre fra il terrorismo e qualche frangia sindacale» si interrogava allora Walter Tobagi, una delle trenta vittime del terrorismo di sinistra in quell'anno terribile: assieme al vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, a Guido Galli, a Girolamo Minervini, o al generale dei carabinieri Enrico Galvaligi. Assieme ad agenti di polizia, a dirigenti d'azienda, a esponenti politici, ma anche a un giovane dell'Autonomia ucciso dai suoi compagni di Prima Linea per impedirgli di testimoniare, o a detenuti considerati spie e strangolati in carcere, come a Torino e a Cuneo. Frammenti di ferocia senza piú limiti, intrecciati nelle cronache di quei mesi alle ottantacinque vittime della strage neofascista alla stazione di Bologna o alle otto persone uccise dai terroristi neri dei Nar: fra esse il sostituto procuratore Mario Amato, un diciannovenne agente di Ps, un liceale di sinistra ammazzato sotto gli occhi dei genitori immobilizzati e imbavagliati, e il tipografo del Messaggero Maurizio Di Leo ucciso (come altri) per errore. Il 1980 annuncia peró la disfatta, non il trionfo del terrorismo: scandita dal rapido inseguirsi delle prime confessioni dei pentiti - da Patrizio Peci a Marco Barbone, da Roberto Sandalo a Michele Viscardi - e da arresti a valanga. Ma come stava mutando, come era mutata intanto la societá  che si apprestava - pur senza accorgersene ancora - a uscire dall'incubo? All'Universitá  statale di Milano, ove era stato appena assassinato Guido Galli, Walter Tobagi coglieva i segni di una trasformazione tanto sotterranea quanto radicale. Residuali ormai i segni del passato, annotava: priva di accenti realmente umani la discussione politica, evidente per mille indizi una «diffusa diaspora culturale», una «confusione di valori che aggredisce ogni giorno migliaia di giovani», un privato anonimo (analoghi segni erano stati raccolti all'Universitá  di Roma all'indomani dell'assassinio di Bachelet da un altro acuto cronista, Alfonso Madeo). Si rileggano almeno due libri di quel 1980: Un paese senza di Alberto Arbasino, amarissimo congedo dal decennio precedente, e Il trionfo del privato, che raccoglieva saggi diversi. Nel giro di pochi anni, osservava Galli della Loggia, l'atmosfera della societá  italiana appare completamente mutata: spenta ogni fiducia nella possibilitá  di cambiamento, agonizzante l'interesse per le ideologie. Il riflusso, insomma. La politica e l'impegno abbandonati per il divertimento, il corpo, la moda (della «nuova religione del corpo» discutevano in quell'anno antropologi, filosofi e teologi sin alla Cittadella cristiana d'Assisi). Sempre nel 1980 esplodeva in forme totalmente nuove e gioiose il Carnevale a Venezia e in moltissime altre cittá , e sul Corriere della Sera Luigi Lombardi Satriani si interrogava su ció che quell'esplosione, per contrasto, rivelava: angoscia, inquietudine, disperato bisogno di fuggire a una cultura lugubre che aveva segnato anche l'infittirsi dei morti per eroina, o dei suicidi. Si interrogava anche sul comparire all'interno di quello stesso carnevale di diffusi fenomeni di violenza, gratuita e distruttiva quanto anonima. Non stupisce allora la presa immediata, in controtendenza, del primo meeting di Rimini di Comunione e Liberazione dedicato alla pace e ai diritti degli uomini: l'integralismo di cui era certo intriso poteva apparire male secondario rispetto alla capacitá  di tenere in primo piano grandi temi.Il rifluire dell'onda degli anni Settanta lasciava scorgere, sotto la superficie, piú profonde macerie. Nel 1979 era affiorata la tangente Eni-Petromin, il 1980 si annunciava con lo scandalo dell'Italcasse - che portava ad arresti numerosi ed eccellenti - e proseguiva con la scoperta di colossali evasioni alle tasse petrolifere (finiva in galera anche l'ex comandante generale della Guardia di finanza, e venivano evocati altri scheletri nell'armadio). Coinvolto sempre piú da vicino, usciva allo scoperto a ottobre anche Licio Gelli, che rilasciava una lunga intervista all'ospitale quotidiano di via Solferino. Mai prima d'ora - osservava Massimo Riva, interpretando un sentire diffuso - si era veduta tanta corruzione radicarsi cosí dentro e cosí largamente nelle strutture dello stato. Alla fuga all'estero dei fratelli Caltagirone, colpiti da mandato di cattura per bancarotta fraudolenta, Franco Evangelisti - beneficiario della loro benevolenza e allora ministro, oltre che braccio destro di Andreotti - dava impareggiabile testimonianza di quel clima in un'intervista di Paolo Guzzanti pubblicata da Repubblica: A Fra', che te serve? Normalitá  per normalitá , esplodeva anche il primo scandalo del calcio-scommesse, che mandava il Milan e la Lazio in serie B e famosi calciatori dietro le sbarre. Per altri versi, l'introduzione della ricevuta fiscale al ristorante e altrove provocava prima furibonde serrate e poi una silenziosa e massiccia evasione destinata a segnare culture e abiti mentali, mentre centinaia di aziende - come si scoprí - utilizzavano false fatture dell'Iva. Un paese senza, appunto. Alle elezioni regionali di quell'anno i votanti scendevano per la prima volta sotto il 90% e crescevano fortemente le schede bianche e nulle, mentre il congresso della Dc di febbraio sanciva con un «preambolo» l'ulteriore esclusione dei comunisti dal governo. E irrigidiva cosí un sistema giá  bloccato, alimentando ulteriormente la crisi della repubblica. Fu anche l'anno di Craxi, che si impadroní definitivamente del partito e inizió ad agire in grande. E fu - per altri versi - l'anno di Silvio Berlusconi, che diede il via a Canale 5 e segnó un goal al novantesimo minuto acquistando i diritti di trasmissione del «Mundialito» (un torneo fra nazionali di calcio inventato in Uruguay): e conquistó cosí grande visibilitá  e potere contrattuale nei confronti della Rai.Sono drammatiche e al tempo simboliche, peró, le immagini piú significative di quei mesi: ci raccontano il dramma della Campania e della Basilicata colpite dal terremoto del 23 novembre, 6000 vittime. Ci riconsegnano l'improvvisa e clamorosa denuncia televisiva del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che chiamó in causa - a partire dal dramma del Belice - colpe gravi e prolungate di un intero sistema politico. Ammoní a cambiare rotta, e sembró tremare il Palazzo: nella ricostruzione di quelle zone si amplificarono invece enormemente, e in forme inedite, i guasti precedenti. E la degenerazione di quel Palazzo.Ovunque si ponga lo sguardo, dunque, quell'anno di confine sembra proporci un confuso e disordinato intreccio di indizi.Talora effimeri, frutto superficiale di smarrimenti d'epoca, talora piú profondi. Molti rinviano soprattutto al passato, molti altri anticipano scenari futuri. Sembrano annunciare l'incubazione del nostro presente. Occorrerá  tornarvi a lungo, con pazienza e rigore.


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