News per Miccia corta

10 - 03 - 2009

La memoria negata della Germania comunista

 

(la Repubblica, martedí, 10 marzo 2009)

 

 

  

Il nuovo senso identitario unisce vittime e colpevoli: gli autori di oggi si trovano a dover conciliare l'esperienza della caduta del Muro con il bisogno di continuitá 

 

 

VANNA VANNUCCINI

 

 


La Ddr era un Unrechtsstaat, un "non Stato di diritto", o uno Stato legittimo in cui avvenivano cose contrarie al diritto? Vent'anni dopo la caduta del Muro questa domanda non ha ancora trovato una risposta comune nei due ex Stati tedeschi, ed è il tema di una variegata memorialistica che sará  al centro della Fiera del Libro di Lipsia. Biografie, saggi, diari che nascono da un senso di "identitá  DDR" che era sempre mancato prima, tanto che Honecker, che per stimolare il patriottismo dei suoi concittadini aveva dovuto far leva sull'"identitá  tedesca", aveva restaurato il Teatro dell'Opera e lo Zwinger a Dresda, aveva perfino riportato "il vecchio Fritz" sulla Unter den Linden (la statua a cavallo dell'imperatore Federico II di Prussia che le maestre mostravano alle scolaresche senza nascondere una certa perplessitá : non era un uomo buono, ammonivano).

Il nuovo senso identitario unisce vittime e colpevoli. Perché chi scrive la propria biografia deve conciliare l'esperienza dell'89, in cui tutto cambió da un giorno all'altro, con il bisogno di continuitá  che ognuno ha. "Quando i tedeschi dell'ovest sostengono che la DDR era un Unrechtsstaat, il contrario di uno Stato di diritto, a noi dell'est fa l'effetto che ci dicano: è tutta colpa vostra. Avete avuto lo Stato che meritavate. Siete stati complici, mitlaeufer, non vi siete ribellati" spiega il teologo Richard Schroeder, autore del libro il cui titolo suonerebbe come I piú importanti errori dell'unitá .

Le delusioni e le frustrazioni sono forti tra i dissidenti di allora, gli eroi delle marce di protesta che in poche settimane portarono alla caduta del Muro, amareggiati per essere stati messi da parte, a volte perfino irrisi perché avrebbero voluto "contare" nel processo di unitá . "Di quella rivoluzione pacifica nessuno parla piú" dice Christian Fuehrer, il pastore della Nikolai Kirche di Lipsia. "Eppure fu un evento unico nella storia tedesca, espressione di uno spirito che meriterebbe di avere accesso ai libri di scuola ed essere esportato piú dei Tornado e della tecnologia militare". Secondo Fuehrer, nella DDR stiamo assistendo ad un fenomeno psicologico analogo a quello nella Germania federale nel dopoguerra: la cesura storica è diventata una censura personale. Nessuno parla piú in famiglia o sul posto di lavoro di com'era la DDR: "Probabilmente le persone si vergognano di non aver fatto abbastanza, di essersi adattate, ritirate nella nicchia del privato. E' anche vero che la gente tende a dimenticare. Durante la fuga degli ebrei dall'Egitto, molti cominciarono ad avere dei rimpianti quando le condizioni si fecero troppo dure. Almeno in Egitto avevamo da mangiare, dicevano". La politica non ha fatto nessuno sforzo di riflessione. Al punto che nella cronologia ufficiale dell'unificazione è stato dimenticato quel fatidico 9 ottobre quando Lipsia avrebbe potuto diventare un'altra Tienanmen. Quella sera, 70.000 persone partirono dalla Nikolai Kirche e marciarono sotto le finestre della Stasi scandendo "Siamo il popolo. No alla violenza". Wir waren dabei, noi c'eravamo, è il titolo della testimonianza di Fuehrer.

A spiegare alla "Generazione Unitá ", la generazione nata dopo la caduta del Muro e appena diventata maggiorenne, che cosa successe vent'anni fa, ci prova anche Guenter Schabowski, "der Maueroeffner", l'apritore del Muro. Il pregio del suo libro -intervista, intitolato Abbiamo sbagliato quasi tutto, sono la sinceritá  e la chiarezza – per nulla scontate in qualcuno che faceva parte del cerchio piú ristretto del regime e che ora fa la storia degli "abbagli" di quel gruppo dirigente. Schabowski rievoca tra l'altro quella conferenza stampa passata alla storia, quando annunció in diretta le "facilitazioni di viaggio" per chi voleva lasciare la DDR, provocando inintenzionalmente l'assalto al Muro di centinaia di migliaia di berlinesi. "Nel 1961 avevamo costruito il muro per salvare la DDR . Ora lo aprivamo per lo stesso fine, quello di allentare la pressione e stabilizzare cosí il regime", scrive. Tra i vecchi compagni Schabowski non si è fatto molti amici con questo libro, riceve lettere di insulti e minacce. "La DDR non è mai esistita" dice un graffito nel centro della capitale. Meglio non si potrebbe sintetizzare l'amarezza dei tedeschi dell'est per essere stati sbalzati fuori dalla storia. Qui c'era il Palast der Republik, un edificio di acciaio e cristallo brunito che nella DDR era un simbolo di modernitá , demolito pietra su pietra negli ultimi anni (causa ufficiale: la presenza massiccia di amianto). Al suo posto c'è un vuoto, simile al vuoto sul quale era sorto, quando Honecker lo fece costruire nel posto lasciato dalla demolizione dello Schloss, la residenza degli Hohenzollern.

Per gli storici, questa memorialistica della DDR è una miniera di come funzioni la memoria dei popoli, un vero e proprio laboratorio in corpore vivi. In un libro è riportata una citazione di Napoleone: "la memoria storica è la somma delle bugie su cui una societá  trent'anni dopo si mette d'accordo". Prendiamo i dossier della Stasi. Erano stati i tedeschi dell'Est a volerli aprire. Ma tutto il clamore che è stato fatto su di essi in occidente ha finito per dare l'impressione ai tedeschi dell'est che l'occidente puntasse il dito contro di loro, e che la Vergangenheitsbewaeltigung (l'elaborazione del passato) della DDR venisse fatta solo dagli occidentali. "Per capire come fosse la vita nella DDR – dice Schroeder - occorre usare il grigio. Il bianco e il nero danno un'immagine falsata. Anche noi abbiamo avuto giorni felici".

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