News per Miccia corta

04 - 03 - 2009

Sloveni senza lingua l`italianitá  forzata

 

(Liberazione, mercoledí, 04 marzo 2009)

 

 

 

 

 

 

Tonino Bucci

 

 


Ema non ci sta. Non ci sta a farsi risucchiare da una Trieste che ha perduto il fascino antico della cittá  multiculturale. Non ci sta a seguire lo stesso destino, volgare e tragico, della sorella Fani, caduta nella seduzione della propaganda fascista. Non ci sta, per dirla tutta, alla rassegnazione. No, non si abituerá  mai alla persecuzione di cui è fatta oggetto la sua gente, la comunitá  slovena, i renitenti all'italianizzazione forzata. In una Trieste monocorde sul finire degli anni Trenta, all'apice dell'impero coloniale fascista subito dopo l'impresa etiopica, si svolge Qui è proibito parlare (Fazi Editore, pp. 400, euro 19), il nuovo romanzo di Boris Pahor, classe 1913, triestino di nascita, bilingue, ex docente di lettere italiane e slovene, membro attivo della resistenza antifascista slovena e deportato nei campi di concentramento nazisti.

I fasti della cittá  mitteleuropea d'una volta sono spariti, ormai imperversa il conformismo di regime. Sotto la politica dell'assimilazione forzata Trieste ha smesso d'essere il crocevia di culture che era, luogo d'incontro tra comunitá  diverse, italiani, sloveni, croati, tedeschi, ungheresi, greci, ebrei. Lo sperimenta sulla propria pelle, anzi sul proprio corpo, la protagonista del romanzo (titolo originale in sloveno Parnik trobi nji ), Ema, giovane ragazza disoccupata segnata dai drammi familiari. Attraverso le sue parole di donna prende corpo la storia sua privata e quella dell'intera comunitá  slovena costretta al silenzio. Vive dapprima il dramma individuale della solitudine. A Trieste è nata, ma ora si sente come straniera nella sua cittá . E' la prima volta che ci ritorna da quando il padre, ferroviere, era stato costretto con tutta la famiglia al seguito a trasferirsi altrove. Ci ritorna sola, disoccupata, in cerca di un impiego da dattilografa, costretta ad alloggiare in una stanza misera nel quartiere piú degradato della cittá . Ema desidera ritrovare un legame, «far parte di una comunitá  è una difesa importante, non si è soli. Non essere soli: è questo che ci dá  un senso di sicurezza». Ma non sopporta doversi ritrovare nelle messe clandestine in sloveno, in una chiesa catacombale degli armeni, con altre ragazze slovene dall'aria rassegnata, tutte domestiche a servizio nelle famiglie borghesi. E' ironica, sarcastica:«Distinte signore, vi offriamo manodopera femminile che si dedicherá  anima e corpo alle esigenze delle vostre case, vivendo in castitá  come suore in convento, vale a dire che non sottrarrá  al suo impegno nemmeno quella parte di energia che di solito richiedono i peccati della carne». Ma poi Ema si accorgerá  di giudicare con troppa severitá  quanti, fra i connazionali di lingua slovena, ricorrono a sotterfugi pur di mantenere in clandestinitá  il diritto a parlare. Non tollera che per praticare la propria lingua ci si debba ridurre a incontrarsi nella chiese, nelle sedi clandestine, nei raduni in montagna. «Che ci sbattano tutti in prigione. Tutti. Ma prima scendiamo tutti in piazza. Tutti gli sloveni in piazza. tutti gli abitanti dei villaggi per le strade, con il bestiame, con gli attrezzi da lavoro. Bloccare il traffico. Gridare. Cantare. Innalzare barricate. Morire tutti, se è necessario, piuttosto che accettare, nel ventesimo secolo, l'umiliazione di dover riunire due dozzine di liceeali per insegnare loro la lingua madre di nascosto». Ma si renderá  conto che il suo intransigentismo per gli altri è, per molta parte, provocato dal suo bisogno individuale di riscattarsi dalla sconfitta del padre. Ma soprattutto di non fare la stessa fine di sua sorella Fani, diventata fascista, traviata, alla fine morta in un tragico incidente sotto il treno Oriente express.Ema punta il dito sulla debolezza altrui per timore di scorgervi la propria. Tutto cambia quando sul molo, per caso, conosce Danilo. Anche lui è sloveno, membro di una rete clandestina antifascista. Con lui Ema incontra la politica ed entra nell'organizzazione clandestina. Intanto in Europa scoppia la guerra e stavolta, se l'Italia di Mussolini entrerá  nel conflitto, non sará  come in Etiopia. Il regime potrebbe avere il tempo contato.

Il romanzo non si esaurisce alla sua cifra letteraria. Trascina il lettore nel clima storico di un'Europa che sperimenta il fallimento dei trattati di pace risalenti alla fine della Prima guerra mondiale. E' il principio dello Stato mononazionale, affermato sulla carta dopo il 1918, che non ha retto alla prova dei fatti. Le frontiere dei nuovi Stati che nascono dopo la Grande guerra non vengono affatto a coincidere con quelle delle popolazioni. Saranno quest'ultime, piuttosto, a doversi adattare ai confini politici. Da qui nasce il dramma di sloveni e croati che dopo la disgregazione del vecchio impero austriaco, si ritrovano in territorio italiano. «Il problema della popolazione "allogena" - le parole sono di Sandi Volk, storico contemporaneo della Venezia-Giulia e autore di Esuli a Trieste (edizioni Kappa Vu) - venne affrontato con l'assimilazione, l'espulsione, ovvero lo scambio di popolazione, e con la colonizzazione dei teritori nazionalmente misti o "allogeni" con popolazione appartenente alla nazione "statale". Questi tre approcci furono generalmente sincroni, paralleli e strettamente correlati tra di loro». Il nazionalismo delle classi dirigenti italiane - di cui il fascismo rappresenterá  la versione esasperata - individua il suo nemico nello Stato unitario di sloveni, croati e serbi che sta nascendo a ridosso dei suoi confini. L'occupazione e l'annessione della Venezia-Giulia si compie all'insegna del sacro egoismo nazionale, di un'Italia "proletaria" che cerca spazi vitali e di una brutale politica di italianizzazione forzata delle cosiddette popolazioni allogene.

Cosa nasconde la maschera d'italianitá  imposta a Trieste lo si scopre nel viaggio d'iniziazione della protagonista del romanzo di Pahor. Con ripetuti flash back il lettore viene a conoscenza di una sequenza storica. Delle atrocitá  commesse a Fiume e sulle isole ai tempi dell'impresa dei legionari di D'Annunzio, dei primi atti del fascismo, dello scioglimento di tutte le istituzioni slovene e croate, cinquecento associazioni culturali e sportive, e oltre trecento cooperative. Chiusi giornali e riviste, soppresse le scuole, allontanati professori e insegnanti, discriminati vescovi di lingua slovena. Violenze e massacre come l'incendio appiccato nel '20 dai fascisti al Narodni Dom, il centro culturale sloveno della cittá , dopo aver sbarrato le porte e impedito ogni via di fuga alla gente chiusa all'interno. «Gli austriaci ai tempi in cui occupavano l'Italia settentrionale non avevano mai commesso atti paragonabili all'incendio del Narodni Dom». Per non parlare dell'operazione sistematica di italianizzazione dei toponimi e dei nomi di battesimo, dei cognomi dei vivi e di quelli dei morti sulle lapidi nei cimiteri.

Non c'è altra via che resistere in clandestinitá , Ema se ne convince sempre piú, a costo di cadere nelle mani della polizia e di affrontare l'onta degli interrogatori. E come ogni altra resistenza anche quella raccontata da Pahor deve affrontare il nodo dei mezzi. «Era successo dopo che gli sloveni sottoposti alla giurisdizione italiana, resisi conto che per vie legali non si cavava un ragno dal buco, avevano cominciato a opporsi alla violenza con la violenza». Quale possibilitá  di difenderti ti rimane - si chiede Ema - se dappertutto, dove sorgono case di cultura slovene, s'innalzano roghi? E se addiritturanon ti è permesso esistere pubblicamente come sloveno? Qui il romanzo s'intreccia con la storia e lungo il racconto s'incontra la vicenda dell'attentato di matrice slovena al giornale fascista Il popolo di Trieste , principale organo della campagna antislava. Inizia il tempo degli attacchi. «No, non me ne pento - dice Danilo, l'amante di Ema - ma per certi versi mi vergogno di aver adottato simili metodi, sebbene sia stato il piú forte a insegnarci come si cosparge la benzina e si appicca il fuoco».

Boris Pahor accompagna Ema in questo viaggio della ribellione, non solo nelle sue scoperte politiche ma persino nella scoperta della dimensione erotica nel rapporto con Danilo. Un viaggio portato avanti con coraggio in tutte le sue conseguenze.

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