News per Miccia corta

22 - 02 - 2009

Giovani, non di Saló. Storie di adolescenti nella Resistenza

 

(Liberazione, domenica, 22 febbraio 2009)

 

 

 

 

 

Bianca Bracci Torsi

 

 


Una umida mattina di fine ottobre 1943, arriva a Mestre la solita frotta di scolari provenienti dai paesi vicini: insonnoliti, infreddoliti, coi libri sotto il braccio e in tasca la merenda che l'inventiva delle mamme riesce a garantire nonostante i razionamenti alimentari del tempo di guerra, si dividono in gruppi chiassosi diretti verso le rispettive scuole. Nessuno, o quasi, fa caso a un ragazzo dell'Istituto tecnico che a metá  strada svolta e sparisce, nessuno lo vede raggiungere, rapido e guardingo, il filobus che va a Treviso. Si chiama Primo De Lazzari, ha 17 anni, vive coi genitori a Marcon dove ha costituito, con amici e compagni di scuola, un gruppo impegnato in azioni di propaganda e di disturbo contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti.

 

Nonostante l'etá  che a quel tempo gli procurato l'appellativo "Bocia" (ragazzino, in dialetto veneto) che resterá  il suo nome di battaglia, è "bruciato": nel gergo partigiano significa sospettato e sorvegliato dalle milizie repubblichine, per cui la sicurezza sua e dell'organizzazione impone un cambiamento d'aria. Primo sceglie l'aria del Battaglione Garibaldi Ferretto che opera, appunto, nel trevisano. I genitori, che lo pensano a scuola, saranno tempestivamente informati da un messaggio laconico e sommario secondo le regole della clandestinitá . Lo rivedranno dopo la Liberazione. Molti anni dopo Primo De Lazzari, dirigente dell'Anpi e autore di alcuni pregevoli volumi sul fascismo e la Resistenza, dedica gran parte del suo tempo alle scuole romane dove spiega e racconta il fascismo, la guerra, l'esperienza partigiana, la Costituzione. Da questi incontri nasce l'idea di far conoscere agli scolari di oggi i loro coetanei che scelsero di combattere per la libertá , affrontando i disagi, il rischio costante della morte, il pianto delle madri, in un'etá  che li metteva al riparo dal richiamo alle armi della Repubblica di Saló e dai rastrellamenti tedeschi. Nasce cosí il libro Ragazzi della Resistenza (Teti editore, pp. 165, euro 14), arricchito da una prefazione pensata e sentita di Massimo Rendina, che De Lazzari dedica al suo piú caro amico e compagno d'armi, "Dolfino", sedicenne, ferito in combattimento e finito a bastonate dai fascisti della Brigata Cavallini alla vigilia della Liberazione.

 

Avevano 16 anni anche Ora e Velia, cresciute insieme a Castel Tesino, che il comandante della Brigata Gramsci non riesce a rimandare a casa, fucilate, dopo atroci torture, dalle SS del capitano Hegenbart.

 

Piú piccoli, ancora bambini di 12 e 13 anni, gli scugnizzi delle quattro giornate di Napoli che si calano nelle acque del porto per recuperare fucili e munizioni gettate dall'esercito italiano in fuga, raccolgono bombe a mano abbandonate per strada per fermare i carri armati tedeschi. Hanno 12 anni "Belpasso", rimandato indietro per tre volte dai partigiani del Battaglione garibaldino "Fronte della gioventú" di Udine, morto in seguito a ferite, "Topolino" staffetta del Battaglione Garibaldi Evangelista che riesce, con le sue chiacchiere a ingannare le sentinelle dei posti di blocco, Ugo Forno che nasconde due pistole con le quali partecipa all'ultimo scontro il giorno della liberazione di Roma e cade in combattimento al ponte ferroviario sull'Aniene e Alfredo Luna che porta sulla canna della bicicletta le armi dei gappisti di Osimo e Loreto.

 

Alcuni di loro venivano da famiglie antifasciste, altri avevano incontrato, a scuola o in fabbrica, compagni poco piú grandi ma giá  militanti, c'era chi aveva raggiunto il padre, il fratello maggiore, il fidanzato partigiani e chi riuscí a nascondere la sua attivitá  alla famiglia. In tutti, in tutte, a volte passati direttamente dalle battaglie fra bande di ragazzini alla guerra vera, c'era la baldanza dell'etá , la voglia di essere considerati "grandi" dai partigiani che quasi sempre li respingevano, trattandoli da "bambini". La paura veniva dopo, quando quei bambini, quelle ragazzine avevano conosciuto la durezza della guerra di guerriglia e acquisito la consapevolezza delle proprie responsabilitá  verso i compagni e verso il compito che si erano assunti, ma si cresceva presto in quegli anni, si diventava adulti in fretta, condividendo con gli adulti rischi e diritti, si imparava anche a reagire alla paura come ogni combattente, di qualsiasi etá . Anche con sistemi che fanno sorridere i ragazzi di allora, diventati adulti davvero, come Teresa Vergalli staffetta diciassettenne nella pianura di Reggio Emilia, che ricorda divertita di aver avuto in dono un rivoltella calibro 6, elegante quanto inefficiente, finita chissá  come in un deposito di armi, cosí piccola da poter essere nascosta nel reggiseno dove lei la teneva col proposito di uccidersi in caso di cattura, convinta «che morire di un colpo secco non era niente in confronto di essere torturata» e di quello aveva paura.

 

E' una delle tante storie che il "Boccia" racconta con le parole dei documenti militari o con quelle di chi allora le visse o ne fu testimone, tante storie diverse che ricostruiscono un pezzo importante di quella "guerra dei cento fronti" che anche la presenza di ragazzi e ragazzine rese "guerre di popolo".

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