News per Miccia corta

22 - 02 - 2009

Dittatori del terzo millennio

 

(la Repubblica, domenica, 22 febbraio 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La democrazia , scrisse il politologo Fukuyama quasi vent'anni fa, sta diventando "la forma finale di governo dell'umanitá ". Da Robert Mugabe in Zimbabwe al venezuelano Hugo Chá¡vez, mai previsione fu piú clamorosamente smentita

 

 

 

VITTORIO ZUCCONI

 

 


Perennemente e prematuramente annunciato come morto, il dittatore resiste, risorge e prospera, mimetizzandosi e trasformandosi, nel mondo che si illude, a ogni generazione, di avere finalmente espulso il virus. Soltanto per riscoprire che, come i virus, esso muta, si adatta al tempo e all'organismo in cui cresce e mai riesce e debellarlo, continuando a pagare, dall'equivoco del dictator temporaneo nelle emergenze della Roma repubblicana ai nuovi autocrati verniciati di legittimitá  elettorale, l'incapacitá , o la non volontá , di definire chi e che cosa siano un despota, e un regime illiberale. Basta tornare alla sera del venerdí santo 1865, nel teatro Ford di Washington, per ricostruire quanti e quali equivoci produca il concetto di «dittatura». Fu quella sera che John Wilkes Booth scaricó sulla nuca di Abramo Lincoln la sua Derringer calibro 44 al grido di «sic semper tyrannis», e cosí sia per tutti i tiranni, usando la celebre e apocrifa sentenza di Bruto pugnalatore di Cesare.

 

Per Booth, sudista sconvolto, Lincoln era nient'altro che un volgare despota. Un tyrannus, un dittatore che aveva imposto con la forza delle armi gli interessi del nord industriale.Fu un abbaglia tragico, avrebbe sentenziato la storia. Eppure 130 anni piú tardi, nel 1995, sulla T-shirt di un altro assassino, quel Timothy McVeigh che avrebbe ucciso 168 persone nell'attentato dinamitardo di Oklahoma City, comparve stampata la stessa frase, diretta al governo nazionale: Sic sempre tyrannis. E se a ogni mente lucida appare ridicolo considerare tiranni Lincoln, o Clinton, presidente nell'anno della strage, ancora oggi, in questo 2009, definire, riconoscere, eventualmente contrastare le dittature rimane un problema che né la filosofia politica, né la pratica opportunistica dei governi che alternativamente corteggiano e combattono i despoti, ha risolto.

 

Il nostro mondo pullula ancora di despoti, autocrati pseudoeletti, regimi autoritari, satrapi o dittatori di regni ombra virtuali e transnazionali come quello della «jihad terrorista». Almeno 32 nazioni, sulle 192 rappresentate alla Nazioni Unite, un sesto, formano la squadra ufficiale dei Paesi governati da personaggi, oligarchie, sistemi che variano dalla sanguinaria dittatura di Omar al-Bashir in Sudan, alla variante semicostituzionale di Hugo Chá¡vez in Venezuela, conservando anche all'Europa un importante posto di disonore nella Bielorussia di Aleksandr Lukashenko. E poiché è impossibile contare la Repubblica popolare cinese fra le democrazie, anche nel suo "marketismo-leninismo", sommando la popolazione di tutti gli Stati sottoposti a governi molto lontani dalla definizione di democrazia, vediamo che almeno un abitante su tre della Terra vive sotto un regime illiberale.

 

Non è precisamente quel panorama che gli studiosi di geopolitica avevano disegnato all'inizio degli anni Novanta, quando la decomposizione dell'impero sovietico aveva fatto pensare addirittura alla fine della storia. Fa quasi tenerezza rileggere ora quello che Francis Fukuyama scriveva tre anni dopo il 1989 in un saggio poi divenuto vangelo, prima di essere brutalmente smentito. «Non stiamo soltanto assistendo alla fine della Guerra Fredda - sentenziava uno dei protoevangelisti della setta neo-con - ma siamo alla universalizzazione delle democrazie liberali occidentali come forma finale di governo dell'umanitá ». E se qualche ritardatario in questa corsa alla "occidentalizzazione" si fosse attardato lungo la strada, avrebbe provveduto una spintarella armata a cambiare i regimi piú recalcitranti e ad esportare la democrazia.

 

Il problema contro il quale questa ingenua e presuntuosa visione di un mondo occidentalizzabile s'infrange è che la dittatura è un concetto molto piú sfuggente di quanto anche i suoi teorici vorrebbero. Uno di quei dilemmi che ricordano quello della pornografia, difficilissima da definire, ma facilissima da riconoscere. Il totalitarismo brutale e onnivoro, raccontato dal russo Evgenij Zamyatin nel suo Noi, ispiratore del 1984 orwelliano, appartiene largamente agli incubi del Ventesimo secolo, alla caricatura chapliniana del dittatore che gioca a palla col mondo, ai fabbri sanguinari dell'homo novus, fosse esso nazista, fascista o leninista. Le dittature moderne, come per anni furono la Corea del Sud, Singapore, l'Argentina peronista prima di degenerare nella ferocia di Videla o le presidenze messicane invariabilmente assegnate sempre allo stesso partito dal contraddittorio nome di Partito rivoluzionario istituzionale, non si reggono, o non soltanto, sulle forche o sul tribalismo selvaggio dei Tikriti di Saddam Hussein. Sono dittature "di sviluppo", o consensuali, come il Venezuela, dove la presenza di un forte, anche se implicito, sostegno della maggioranza silenziosa ha reso sempre piú scivolosa e ambigua la natura del neodittatore.

 

Un'inchiesta condotta nel 2008 dall'ottimo Atlantic Monthly fra i quaranta piú autorevoli specialisti di politica internazionale, senza distinzione di simpatie politiche, aveva prodotto un esito deprimente: il 73 per cento fra di loro, dunque 30 su 40, considerava «arrestata» nel mondo la marcia della democrazia liberale come l'Occidente la interpreta e soltanto il 27 per cento vedeva prospettive di una sua ulteriore diffusione. «L'attaccamento della Cina all'autoritarismo non dá  segni di cedimento, Russia e Venezuela si sono affidate a uomini forti, mentre le speranze di una rivoluzione democratica in Libano, Georgia e Ucraina sono cadute» concludeva l'inchiesta. Robert Kaplan, autore alternativamente accusato di ultraconservatorismo, di pessimismo, di romanticismo, di anarchismo, giá  nel 2000, prima che si abbattesse la scure del terrorismo, si era chiesto in un suo saggio se la democrazia non fosse, nella storia dell'umanitá , altro che «un momento effimero e passeggero», in un mondo destinato a tornare all'altalena fra l'anarchia e il dispotismo, le due forme di governo storicamente dominanti nei millenni.

 

In questo tempo di ansie e di sconvolgimenti economici globali, mentre riaffiora subdolamente o violentemente l'altro filone classico della "non libertá " civile, la teocrazia integralista, la tentazione del pessimismo è forte. Senza arrivare agli esempi estremi di totalitarismo satrapico e di culto della personalitá  in stile Corea del Nord, il ritorno prepotente del potere esecutivo dei governi è invocato ovunque come ultima speranza.

 

Accaniti liberisti, dunque in teoria liberali, fino a ieri, oggi accarezzano soluzioni dirigiste, rinazionalizzazioni di banche e industrie, colossali e forzose trasfusioni di danaro pubblico nell'economia privata, nel nome di quella «salvezza nazionale» che è sempre stata l'anticamera delle dittature emergenziali, secondo la formula dell'antica Roma. Salvatori sempre piú facili da sposare che da abbandonare, secondo la battuta di un uomo politico democratico, Robert Strauss, che ammoniva: «Fare all'amore con un dittatore è come fare all'amore con un orso. ሠl'orso che decide quando è stanco».

 

Il desiderio di uomini forti e decisionisti affiora anche nelle democrazie piú solide, scassinate dal grimaldello delle emergenze. I casi di Vladimir Putin o di Hugo Chá¡vez sono soltanto i piú smaccati. Despoti esecrati come Mohammar Gheddafi sono riaccolti e corteggiati per le loro ricchezze, nonostante i loro regimi siano impresentabili. Il presidente Hosni Mubarak, che progetta di lasciare l'Egitto in ereditá  al proprio figlio come un'aziendina, è uno dei pochi attori positivi, e quindi coltivati e accettati, nella mischia arabo-israeliana e con la stessa indifferenza alla natura dei loro governi si accettano i presidenti del Pakistan, nonostante una realtá  politica interna che nessuno finge somigli a una democrazia.

 

I tentativi di introdurre governi elettivi a forza, dove la democrazia non si sia sviluppata organicamente e spontaneamente, hanno prodotto la finzione della democrazia tribale in Iraq dopo la pioggia di danaro americano sui capi tribú e a Gaza la vittoria di Hamas.

 

La «canaglia» Ahmadinejad, indicato unanimemente come un demente tiranno teocratico, non ha, neppure nelle elezioni pilotate dagli ayatollah, certamente meno legittimitá  popolare del corteggiatissimo Gheddafi o dei celebrati reggenti autoreferenziali del Partito comunista cinese. Quel trionfo della democrazia che nel 1989 pareva inevitabile, oggi, ben oltre i 32 «dittatori» ufficialmente insigniti del titolo, non appare piú cosí ineluttabile. Non soltanto nell'Africa dell'orrendo Mugabe, ma in quello stesso Occidente dove forme di tardo bonapartismo e di cesarismo da telegiornale stanno seducendo elettori confusi e spaventati. L'ipotesi che la accountability dei governi, cioè il loro dover rispondere delle proprie azioni al pubblico, ai media, alla magistratura, sia una condizione innaturale della nostra specie, torna a trovare credito. E la magnifica promessa di un governo «del popolo, dal popolo, per il popolo» fatta da Abramo Lincoln resta, per il resto del mondo, il sogno che John Wilkes Booth spense a colpi di Derringer nella nuca.

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