News per Miccia corta

22 - 02 - 2009

Simboli di guerra, il Kalashnikov

 

(la Repubblica, domenica, 22 febbraio 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prodotto in Unione Sovietica a partire dal 1947, è l'arma piú diffusa al mondo con settanta milioni di pezzi. Pratico, economico e - purtroppo - efficiente, è stato imbracciato da russi, vietcong e mujahiddin afghani. Il suo mito, come dimostra un libro in uscita, nonostante le nuove tecnologie, non tramonta

 

 

 

GUIDO RAMPOLDI

 

 


Sidiqullah era uno di quei comandanti Taliban che sul finire della guerra americana in Afghanistan, ormai nell'aria il collasso dell'emirato, sgattaiolavano attraverso il confine e si affacciavano nella cittá  pakistana di Quetta per cercare un nuovo lavoro. Avevano combattuto i russi per conto degli americani, i tagichi per conto dei pakistani, ancora i tagichi per conto dei Taliban. Ora rischiavano di restare disoccupati. Ma agli americani avrebbe fatto comodo contare su unitá  pashtun nel sud del Paese, e quei guerrieri erano sul mercato. L'affare ovviamente includeva anche i loro uomini (Sidiqullah ne aveva lasciati settanta in Afghanistan); oltre al salario l'acquirente avrebbe dovuto versare un ingaggio abbastanza cospicuo, non meno di mille o duemila dollari a ciascun soldato, e molti di piú al comandante e al suo luogotenente. Questa somma corrispondeva ad una sorta di assicurazione sulla vita, in caso di morte avrebbe offerto alla vedova e agli orfani una possibilitá  di sopravvivenza in un Paese dove una donna sola non sa come sfamare i suoi bambini. E comunque equivaleva a meno di quanto garantiva l'emirato, che versava regolarmente il salario alle famiglie degli uccisi. Ma tutto sommato quei comandanti non costavano poco. Tanto piú perché si dubitava fossero combattenti valorosi. Gli arabi di Al Qaeda non li consideravano tali, e forse a ragione. Soldati di ventura, mancavano di vere motivazioni. In battaglia evitavano i rischi, se potevano. Ma il mestiere lo conoscevano, su questo non v'era dubbio. Sidiqullah aveva cominciato a trafficare tra i kalashnikov quando aveva otto anni, come vivandiere dei mujahiddin in guerra contro l'Armata rossa. A dodici non sapeva né leggere né scrivere ma poteva smontare e rimontare un'arma, qualsiasi arma, alla velocitá  con la quale un suo coetaneo recita le tabelline. A venti, quando lo incontrai a Quetta, comandava settanta Taliban, era ancora analfabeta, e dava per scontato che avrebbe continuato a combattere negli anni a seguire, magari sotto altra bandiera: «So fare solo la guerra. Bene, peró».

 

Non so che fine abbia fatto il comandante Sidiqullah, se abbia trovato l'ingaggio che cercava e per quale datore di lavoro combatta adesso, ma non escluderei che oggi stia dalla parte di chi paga meglio: senza dubbio i Taliban. Duecento dollari al mese contro i cento, spesso virtuali, pagati ai poliziotti afghani (che peró arrotondano con corruttele e piccole ruberie). Ovviamente combattere la Nato comporta un rischio alto di "premorienza", come direbbe un assicuratore. Ma in un Paese in cui ancora nel 2004 l'etá  media era di 44 anni, anche quel rischio è relativo.

 

Mi è tornato in mente Sidiqullah leggendo questo Kalashnikov, il fucile del popolo scritto dal corrispondente di guerra Michael Hodges, direi con un ritardo di una trentina d'anni. Sidiqullah non era il Popolo, inteso come soggetto nazionale che muove la storia, ma un rappresentante medio di una delle due caste che dominano l'Afghanistan dalla notte dei tempi, i guerrieri e i sacerdoti. E le guerre di liberazione, di cui il kalashnikov spesso è stato il protagonista, sono finite da un bel pezzo. Né l'Ak, il suo nome tecnico, è la nuova fionda di David, giacché anche i forti e i potenti, ove occorra risparmiare, lo comprano per armare i loro alleati minori. ሠancora un'icona, su questo Hodges ha ragione: ma un'icona ormai vuota. Varie estetiche terzomondiste vi ricorrono per raffigurare una lotta nazionale e internazionale, una guerra di popolo, una ribellione di oppressi contro i colonialisti, gli imperialisti, i potenti oppressori. Ma questa rappresentazione non corrisponde piú ad una pratica. Reso inconfondibile dal calcio ricurvo, il suo profilo è stampato nelle gialle bandiere di Hezbollah libanese: ma sono armi molto piú sofisticate, innanzitutto i razzi anticarro, che hanno permesso alla guerriglia sciita di contrastare l'esercito israeliano nella guerra del 2006. Anche Bin Laden esibiva il kalashnikov nelle sue prime apparizioni afghane: ma affidandosi ai mitra Al Qaeda non sarebbe certo riuscita a portare un attacco devastante come gli attentati dell'11 settembre 2001. Sono invece tecniche non tradizionali e strumenti non convenzionali che hanno reso di nuovo temibile il terrorismo arabo. Gli stessi Taliban, il cui armamento in genere è considerato rudimentale, portano ancora a tracolla il kalashnikov ma dispongono di tecnologie belliche di qualitá  ben superiore alla dotazione dei soldati pakistani che li affrontano nelle Aree tribali.

 

Paradossalmente, oggi è molto piú facile che ad imbracciare il "kala" sia un poliziotto che un ribelle. Cosí è certamente nell'ex Terzo mondo, che ha prodotto l'Ak in infinite versioni (cinesi, irachene, egiziane, pakistane, jugoslave, ceche, solo per stare alle piú vendute). Invece in Occidente è diventata un'arma della criminalitá  comune. Hodges sostiene che avrebbe invaso gli Stati Uniti e conclude che «alla fine nemmeno l'America è al sicuro dal kalashnikov. Adesso è l'Ak a dettare le sue regole». Ma il giornalista pare travolto dalla fascinazione per l'oggetto del suo libro, giacché francamente non si comprende per quale motivo quel mitra costituirebbe un pericolo maggiore di altre armi, magari piú piccole e piú idonee ad un contesto urbano. A parte queste esagerazioni, resta il fatto che con settanta milioni di pezzi il kalashnikov è l'arma piú diffusa nel mondo. E questo successo merita di essere indagato.

 

L'Ak 47 (dove la A sta per Automatico; il K per il cognome del suo inventore, il russo Michail Kalashnikov; e 47 per l'anno in cui entró in produzione, in Unione Sovietica) somma le caratteristiche fondamentali di ogni grande invenzione commerciale: semplicitá , praticitá , efficienza, basso costo. Ha appena otto parti mobili e si smonta con pochi gesti (liberare la sicura del caricatore, rimuovere il caricatore, caricare, liberare la sicura sul lato destro, spingere in avanti il meccanismo di caricamento, smontare meccanismo di caricamento e otturatore). Raggiunge una spaventosa potenza di fuoco, 650 colpi al minuto. Costa poco (cento dollari il modello bulgaro, non molto di piú altri modelli asiatici; paradossalmente il russo, prodotto nella fabbrica di Izevsk, oggi è il piú costoso e all'estero non ha mercato). Non è molto preciso ma ha una notevole forza d'impatto. E non si inceppa neppure nelle condizioni ambientali piú avverse. Quest'ultima caratteristica fu fondamentale per le sue fortune. I russi lo scelsero, dopo una specie di competizione con un altro prototipo, perché, dopo essere stato sepolto nella sabbia, al contrario dell'arma rivale continuava a sparare. Imbracciato dai vietcong vinse trionfalmente la guerra del Vietnam, contro l'M16 americano che pativa il fango e la foresta pluviale, e si inceppava o non sparava affatto. I marines che riuscivano a impossessarsene, in genere dopo aver ucciso un nemico, si liberavano dell'M16; e l'abitudine era cosí diffusa che quando la stampa cominció a scriverne l'esercito americano tentó di imbavagliarla. I suoi proiettili hanno una tale forza d'urto che i giubbotti antiproiettile dei soldati americani venivano trapassati. Tale era la fiducia in quell'arma che un vietcong, il compagno Phuong, fu insignito come "Eroe delle Forze armate del popolo" per aver compiuto un'impresa in realtá  immaginaria: avrebbe abbattuto con una raffica un bombardiere B52, la cosiddetta "Fortezza volante".

 

In quegli anni venne ascritta all'Ak, o alla sua leggenda, anche la discreta prova offerta dai guerriglieri palestinesi in uno scontro sanguinoso con l'esercito israeliano (la battaglia di Karameh, in Giordania). Ma piú tardi gli israeliani entrarono in Libano e catturarono ai palestinesi arsenali pullulanti di kalashnikov, una fornitura russa. Rivenduti agli americani, furono girati da quelli ai loro alleati in Afghanistan, i mujahiddin afghani e gli arabi che combattevano l'Armata rossa, sicché la guerra all'inizio vide gli uni e gli altri affrontarsi con le stesse armi, i kalashnikov di fabbricazione sovietica. Gli arabi ne apprezzarono le qualitá  al punto che il fondamentalismo islamico lo adottó come simbolo. I suoi predicatori itineranti diffusero nel mondo un messaggio che suonava cosí: «la Vera Fede va diffuso con la parola e con la spada, e la spada oggi è il kalashnikov». Se ne convinsero anche le moschee inglesi dell'islam piú radicale, che come scoprirono all'inizio di questo decennio i servizi segreti britannici, presero ad esporre un facsimile di Ak, santa icona di militanza. Ma questo tentativo di trasformare il kalashnikov in significante è tardivo. Estratto dal suo campo ideologico di provenienza, quel mitra è diventato un prodotto commerciale, cosí neutro che pochi anni fa l'Amministrazione Bush ne acquistó sessantamila pezzi e li distribuí ai poliziotti iracheni addestrati dagli americani.

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