News per Miccia corta

14 - 12 - 2005

Strage di Piazza Fontana. Parlano i familiari delle vittime

(da ``La Repubblica,14 dicembre 2005, pagina I - Milano)


``Nella mia Piazza Fontana ci sono rabbia e speranza``

Luigi Passera è il presidente della Associazione familiari vittime

Sono stanchi, offesi, feriti. Delusi da una giustizia che «non è mai arrivata», e da partiti e istituzioni che li vogliono solo «usare e strumentalizzare». Ma non mollano. «Finché avremo vita - dicono i parenti delle vittime della strage di Piazza Fontana - continueremo a lottare perché la veritá  venga fuori». E coltivano una speranza: che qualcuno, finalmente, si decida a parlare. «Sappiamo che c'è chi potrebbe raccontare qualcosa che non ha mai detto prima, in modo da far riaprire il processo».


Di ROBERTO BIANCHIN

Ha passato i settant'anni Luigi Passera, tecnico dei telefoni in pensione, sposato con una figlia, presidente da sempre dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage piú misteriosa d'Italia. Ma parla con voce ferma, orgogliosa, ancora forte, che si incrina soltanto quando ricorda quel giorno, all'obitorio, che andó per riconoscere quel che era rimasto di Carlo, suo suocero. Carlo Saravaglia, 67 anni, quel 12 dicembre del 1969 era seduto a quel bancone, dentro la Banca Nazionale dell'Agricoltura, sotto al quale era stata messa la borsa con dentro la bomba.

Signor Luigi, sono passati 36 anni da Piazza Fontana, e non c'è ancora un colpevole. Sono stati tutti assolti. Le è passata la voglia di chiedere giustizia?
«Certe volte lo scoramento mi piglia. Ma quello che prevale è un sentimento di rabbia, perché giustizia non è stata fatta, e questo non lo potremo mai accettare. L'inchiesta, pure dopo tanti anni, a qualche risultato aveva portato. Quello che mi ha lasciato perplesso è stato l'atteggiamento di alcuni magistrati: ma come si fa, sia in appello che in Cassazione, a passare da una sentenza di condanna all'ergastolo all'assoluzione di tutti? E pensare che avevo stima e fiducia nella magistratura».

Lei che ha seguito tutti i processi, che idea si è fatto?
«Secondo me non c'erano dubbi sulle responsabilitá  della cellula veneta di Ordine Nuovo, su Zorzi, Freda, Ventura, Maggi, Rognoni. Lo disse chiaramente anche Carlo Digilio, uno di loro, che raccontó di come preparavano le armi e le bombe. E lo confermó Martino Siciliano, un altro dei loro, che era in contatto con i servizi segreti, e che poi prese 200 milioni da Zorzi per non venire a testimoniare».

Hanno goduto di coperture?
«C'era un problema politico, e c'erano di mezzo i servizi. L'Italia faceva parte della Nato, e a quei tempi c'era la paura dei comunisti. Credo che la Nato e la Cia ci abbiano messo lo zampino, tentando di impedire in ogni modo che in Italia andassero al governo i comunisti. Non è solo la mia opinione. Anche il giudice Guido Salvini ha espresso un parere analogo».

Ha mai creduto alla pista anarchica?
«No».

Perché?
«Facevo politica in quegli anni, ero iscritto a un partito di sinistra ed ero consigliere comunale a Corsico. Conoscevo bene la situazione politica del paese e non capivo perché dovessero essere stati gli anarchici. Conservo una documentazione sul ruolo di Ordine Nuovo e della Nato in Italia, che rende bene l'idea di quali fossero gli interessi dell'Alleanza Atlantica e di quanto la Nato fosse coinvolta nella storia di Piazza Fontana».

Crede davvero sia possibile riaprire il processo?
«Se viene fuori qualcosa di nuovo, sí. E sembrerebbe, stando alle informazioni che ho, che ci sia qualcuno che adesso vorrebbe dire delle cose che prima, per vari motivi, non ha mai detto».

Qualcuno, chi?
«Qualcuno degli imputati, o dei testimoni. Basterebbe che si decidessero a dire la veritá . Ma penso soprattutto a quell'insegnante di Treviso, Guido Lorenzon, che per primo indicó le responsabilitá  della cellula veneta».

Il sindaco Albertini non ha neanche sospeso il consiglio comunale per la commemorazione del 12 dicembre.
«Mi chiedo che razza di sindaco sia. Tra me e lui c'è un abisso. Pensare che ho conosciuto tutti quelli venuti prima di lui, da Aniasi a Tognoli a Pillitteri, e nessuno ha mai fatto una cosa del genere».

Amareggiato?
«áˆ dir poco. Quando abbiamo portato la corona di fiori, lui è venuto, è stato due minuti davanti alla lapide e se n'è andato senza neanche salutarci, senza dire una parola, eppure mi conosce bene. Poi, per riparare, fa sapere al nostro legale che vuol dare un contributo alla nostra associazione. Se lo tenga, non ci vendiamo. Abbiamo anche deciso di dare ad un'associazione benefica la somma che noi stessi abbiamo raccolto».

La manifestazione in teatro peró è stata bella.
«Sí, sí, tanta gente, per fortuna c'è un'altra cittá , c'erano anche i familiari delle vittime di Bologna. Siamo il paese delle stragi, purtroppo, tutte, tranne Peteano, rimaste impunite».

Non vi sentite strumentalizzati?
«Questo mi dá  molto fastidio. Noi non abbiamo mai voluto né vogliamo essere usati o strumentalizzati da nessuno. Siamo fuori dai partiti. Chiediamo solo rispetto e correttezza. A tutti. E vogliamo giustizia, democrazia e libertá ».

Ma ci crede ancora nella giustizia?
«La nostra battaglia, nonostante tutto, non è finita. Chiediamo ancora che venga fuori la veritá , e lo chiederemo con tutte le nostre forze fino all'ultimo respiro».
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