News per Miccia corta

31 - 01 - 2009

Il processo che divise l'Italia. Dopo trent'anni Il Diario di Adelaide Aglietta

 

(la Repubblica, sabato 31 gennaio  2009)

 

 

 

 

 

ADRIANO SOFRI

 

 


A «questo Stato» si sentivano estranei e stranieri i radicali e la loro segretaria politica di allora, Adelaide Aglietta. Al contrario dei praticanti della lotta armata che sognavano di far prevalere la propria violenza su quella, vera e immaginata, dello Stato, i radicali erano da sempre fautori della nonviolenza e difensori strenui della legalitá  contro l'illegalitá  di fatto dello Stato. (...) Pensavano di proporre, e di essere, l'autentica alternativa alla venerazione della violenza politica "rivoluzionaria", nella quale denunciavano, al di lá  del riconoscimento della spinta iniziale a un mondo giusto, la parodia e il complemento della violenza delle istituzioni. La lotta armata era ai loro occhi il nemico che l'illegalitá  dello Stato prediligeva e assecondava per nutrirne il proprio disprezzo per la democrazia.

 

Fra le innumerevoli cose che troverete "incredibili" in questa lettura ci sará  forse una dissociazione radicale (uso questo aggettivo, radicale, nel riferimento a quel partito) da questo Stato spinta a rivaleggiare con quella rivoluzionaria e armata, e a rivendicarsene ben altrimenti profonda. Ci si chiederá  come quella rivendicazione di nonviolenza avrebbe potuto fermare o arginare una deriva sfrenata della violenza politica, trasportata ormai da un rincaro convulso di ferocia e gratuitá , e vinta solo dalla forza pubblica militare e dall'implosione della tempra umana dei suoi militanti. La risposta è realisticamente facile se la si commisura al contesto cui le cose erano arrivate, per esempio in quel 1978, ed è indefinibile se si risale all'indietro, come ogni interrogativo sulle origini, su «che cosa è cominciato prima».

 

Sta di fatto che in misura e forma diversa, anche decisivamente diversa, l'adesione alla violenza politica ha impregnato pressoché tutte le correnti ideali e le forze politiche della nostra storia, compresa gran parte del mondo cristiano e cattolico, e, fra le forze organizzate, la minoranza radicale è stata la piú coerente testimone pratica della concezione nonviolenta. La quale fu messa a una prova imprevedibile, fortunosa e azzardata dal sorteggio del nome di Adelaide fra quelli dei giudici popolari del processo torinese. Che venisse estratta la segretaria di un partito politico, e di quel partito, sembró a qualcuno la correzione di qualche zampino maligno nel gioco della sorte. La designazione veniva dopo una estenuante sequela di rinunce da parte di altri candidati a far parte della giuria. Rinviato nel 1976, il processo doveva inaugurarsi il 4 maggio del 1977. Alla vigilia, appena una settimana prima, venne assassinato il presidente degli avvocati torinesi, Fulvio Croce, che aveva approvato la difesa d'ufficio degli imputati brigatisti, nonostante il loro rifiuto. La gran maggioranza dei giudici popolari designati, titolari e supplenti, certificó allora la propria rinuncia, adducendo, come ricorda l'ironia di Guido Barbaro (ndr, il magistrato che aveva presieduto la giuria nel processo torinese al nucleo storico delle Br) «incontrollabili ragioni di salute che, sotto il termine tecnico di "sindrome depressiva", mascheravano il reale stato psicologico: la paura. Del che io direttamente non ebbi dubbi quando una giovane signora cadde lunga distesa al suolo, pur se sorretta dal vigile consorte, quale segno di risposta alla convocazione nel mio ufficio».

 

Alla vigilia della ripresa, sono ben sedici i certificati medici che lamentano la folgorante "sindrome depressiva" di chi è chiamato a giudicare "in nome del popolo italiano". In tutto l'arco preliminare del processo, su un centinaio di candidati si conteranno sulle dita di una mano quelli che non si saranno tirati indietro. Quella reazione era stata oggetto di una disputa non nobilissima, fra quanti ritenevano di denunciarla come la vile diserzione da un dovere civico e quanti ne giustificavano l'umana - troppo umana - difesa della privata esistenza. Ancora una volta, il sospetto di un feticismo statalista (per di piú per conto terzi) da un lato, la deplorazione dell'italianissimo "tengo famiglia" dall'altro. Preludio alla messinscena del conflitto fra "fermezza" e "trattativa", di lí a un anno, nella vicissitudine di Moro, aperta nel pieno dello svolgimento del processo torinese. Quando si diffuse la voce del sorteggio del nome di Adelaide Aglietta, un coro pressoché unanime di suoi colleghi, segretari dei partiti parlamentari (tutti uomini, del resto, il che facilita la vocazione stentorea alla virilitá ) si levó a proclamare il dovere di adempiere alla missione civile del giurato, e a sbarrare a lei l'eventuale via di fuga. Non fu solo unanime nella presa di posizione, il coro, ma cantó le stesse parole. «Senza esitazione».

 

Quelle parole, che si volevano inflessibilmente coraggiose, potevano suonare stridule e sinistre, di fronte a una responsabilitá  che faceva tremare e doveva far pensare e ripensare. Leonardo Sciascia, per il quale la giustizia, e cioè l'ingiustizia, fu l'ossessione di una vita, colse subito un punto che quei frettolosi e drastici pronunciamenti avevano del tutto mancato, per eccesso di zelo e difetto di immedesimazione: che la paura per sé e la propria incolumitá  andava assieme, e poteva perfino venir dopo, la paura per la responsabilitá  di giudicare. La giustizia pubblica, e laica, è l'inevitabile e circoscritta eccezione al precetto morale: «Tu non giudicherai»; e si capisce che non possa essere maneggiata a cuor leggero dal cittadino che non abbia scelto per sé la professione del giudice. Tanto meno in un giudizio che deve riguardare atti circoscritti e provati, ma in realtá  coinvolge persone verso le quali si puó avvertire il massimo di lontananza e il massimo di vicinanza insieme.

 

«Che cosa puó spingere un uomo a diventare un terrorista?» Questo paradosso è il caso di Adelaide, che sente angosciosamente il peso di dover giudicare, e sente anche - per imputati, ripetiamolo, sui quali non pesava ancora nessuna imputazione di omicidio - il rovello di capire come siano arrivati alla loro scelta, avendone conosciuto o potendone immaginare un punto di partenza non cosí dissimile dal proprio. «Senza esitazione», sará  la bandiera retorica ispiratrice della fermezza, e del rigor mortis, cui si vorrá  improntare il corso tragico del sequestro di Moro, quasi temendo di ammettere con se stessi la propria vacillazione, e volendo serrare gli altri nella gabbia ferrea dell'inflessibilitá . Anche Adelaide impiega quella parola, per indicare subito quello che riconosce come giusto: «Non ho quindi avuto esitazioni nel comprendere quel che dovevo fare». Ma fra il riconoscere il proprio dovere e il compierlo c'è ancora un buon tratto. C'è la paura per sé, e la decisione di vincerla. C'è l'angoscia per la propria famiglia, per le proprie bambine. C'è il proprio ruolo di responsabile di un partito, e di protagonista di battaglie decisive, scelte per convinzione e non imposte da un sorteggio. I referendum scandalosamente rigettati dalla Corte Costituzionale, l'impegno per la depenalizzazione dell'aborto, la decisione di cessare le attivitá  nazionali del Partito. E c'è quella paura di giudicare- Bisogna passare attraverso la tempesta del dubbio - l'espressione non fu di un disfattista nicodemita, ma di Giuseppe Mazzini - per scegliere ció che si sa giusto.

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