News per Miccia corta

27 - 01 - 2009

L'ultimo monito di Foa ``Impariamo a ricordare``

 

(la Repubblica, martedí, 27 gennaio 2009)

 

 

 

 

 Il testo che qui pubblichiamo è parte di un'intervista rilasciata da Vittorio Foa, scomparso tre mesi fa, alla redazione del mensile "Una cittá ", che ora l'ha raccolta in un dvd disponibile su richiesta (www.unacittá .it)

 

 

VITTORIO FOA

 

 


Quando è stata istituita la giornata della memoria, al principio ho avuto qualche dubbio, piú che per i rischi della retorica, per l'imposizione esercitata sui ragazzi di ricordare qualcosa a data fissa. Mi pareva una specie di compito scolastico che non corrispondeva al valore delle cose. Penso adesso che la giornata possa tradursi in un'occasione. Forse bisogna pensare al modo di avvicinarsi a questa memoria.

 

Una domanda che mi pongo è come io viva il ricordo in un'epoca segnata dall'oblio. Il passaggio del tempo attenua fortemente il vigore delle immagini e sopravviene in qualche modo qualcos'altro. Talvolta l'oblio puó sembrare un elemento provvidenziale. Si puó pensare che certi conflitti umani e sociali possano essere superati soltanto attraverso l'oblio, attraverso cioè la dimenticanza di determinate cose.ሠun'osservazione che proviene da Renan, quando alla fine dell'Ottocento disse che la nazione francese è potuta nascere in quanto è stata dimenticata la Notte di San Bartolomeo e in quanto è stato possibile non contrapporre le vittime di San Bartolomeo alla monarchia francese. Altrimenti sarebbe stato impossibile.

 

Questa domanda sull'oblio me la pongo, perché non c'è niente di male che si attenui il vigore di una memoria, la drammaticitá  di una memoria. Non è questo che mi preoccupa. La cosa che mi inquieta è un'altra, e cioè subentri la negazione dei fatti: questo è intollerabile, i fatti non possono essere annullati. Il secondo rischio è la banalizzazione dei fatti. Mi rendo conto che si possano ricordare i fatti in modo diverso, peró anche qui c'è un modo inaccettabile di banalizzare, che è in qualche modo un'ipocrisia.

 

Come si puó impedire che l'avvento dell'oblio possa in qualche modo cancellare o modificare qualcosa dei nostri ricordi? Ecco, l'oblio si puó vincere, secondo me, in un solo modo: se cioè il ricordo della memoria non è solo legato alle vicende che vengono riprodotte e che si ritiene di dovere riportare all'attivitá  mentale della memoria, ma anche alla ragione per cui l'evento viene rievocato. Che cos'è che oggi mi spinge a pensare alla Shoah? C'è qualcosa di diverso dalla spinta che mi muoveva ieri o no? Bisogna pensare che ci sono le domande di oggi; la memoria non è soltanto la ripetizione delle domande di ieri.

 

Voglio dire qualcosa sull'Italia. Nel nostro paese v'è stata una campagna razziale. Non è stata una cosa da poco; ha cacciato dalle scuole tutti i bambini, ha cacciato gli insegnanti, ha cacciato dal lavoro tutti gli ebrei. La mia famiglia è stata costretta all'emigrazione. Come hanno reagito gli italiani? Qui vi è stato veramente un silenzio colpevole. Io ho vissuto l'esperienza del giuramento dei professori universitari: alcuni professori universitari hanno rifiutato di giurare, altri hanno accettato di giurare in condizioni di disperazione. Non vi è stato allora su questo nessun commento. Poi, quando hanno cacciato via i professori ebrei dalle scuole e dalle universitá , non vi è stata una sola parola di solidarietá . Ció che piú mi ha colpito è che nel 1945, quando cioè tutto era ridiventato normale, nella gran moltitudine di intellettuali antifascisti, comunisti, socialisti, azionisti, non c'è uno solo che abbia detto una parola per un amico, per un collega fatto partire. Perché? Esiste una tentazione italica di sentirsi sempre vittime, in qualunque circostanza, cioè la colpa è sempre degli altri, noi siamo sempre puliti.

 

Qui c'è un punto sulla memoria che a me pare imprescindibile. La memoria richiede il riconoscimento. Se il riconoscimento non c'è o è manchevole, la memoria non funziona e non è possibile nessuna riconciliazione. L'esempio di Mandela è stato abbastanza chiaro. Ma il fenomeno è piú esteso. Io ricordo come gli etiopici non capissero perché l'Italia non abbia riconosciuto i gas o le rapine. Io per questo chiederei che nella memoria si dia il primato assoluto al riconoscimento.

 

Riconosco il nesso profondo che esiste tra lo Stato di Israele e tutta la vicenda della Shoah. Peró non si puó pensare che al mio avversario interessi solo la forza e non la ragione. Devo abituarmi a vedere in tutti la ragione. Se io penso che la forza sia l'unico argomento valido, io non vado da nessuna parte. Ecco perché ho messo insieme le due cose: il riconoscimento del fatto e l'idea che la forza non sia l'unico rimedio praticabile.

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