News per Miccia corta

23 - 01 - 2009

Primo Levi, un racconto per capire cos'è l'orrore

 

(la Repubblica, venerdí, 23 gennaio 2009)

 

 

 

STEFANO GIOVANARDI

 

 


«Ho vissuto la mia vita nel Lager piú razionalmente che ho potuto, e ho scritto Se questo è un uomo per tentare di spiegare agli altri, e a me stesso, gli eventi in cui mi ero trovato coinvolto, ma senza particolari intenti letterari». Cosí nel 1986 Primo Levi rispondeva a Philip Roth, che lo era andato a trovare a Torino per intervistarlo. In quelle poche parole c'è forse per intero la formula principe dell'impegno etico, civile ed estetico dello scrittore: capire e spiegare, anche ció che è mostruosamente incomprensibile e inspiegabile; esercitare ad ogni costo la razionalitá  al suo livello piú alto, che è la capacitá  di discernere, classificare, sistematizzare, anche in situazioni estreme, tragicamente inaudite per l'essere umano e per la sua storia; e non "mistificare" i risultati di quella strenua attivitá  con la consolazione della dimensione estetica, con quelli che egli chiamava «intenti letterari»: quasi che la quota di falsificazione geneticamente connessa - per quanto discreta essa sia -, alla letteratura mal si accordasse con la testimonianza autobiografica, che per poter «spiegare agli altri» doveva essere innanzitutto integralmente veritiera.

E infatti bisognerá  aspettare il 1982 per veder uscire il suo primo e unico vero "romanzo", quel Se non ora, quando? frutto di una «scommessa» con se stesso, come rivela ancora a Roth: «Dopo cosí tanta autobiografia piú o meno camuffata, sei o non sei uno scrittore in piena regola, capace di costruire un romanzo, creare personaggi, descrivere paesaggi che non hai mai visto? Provaci!».

Ma si trattava, appunto, di una scommessa, quasi di un gioco, seppur ancora tutto impregnato della tragedia dell'Olocausto (di nuovo a Roth: «Avevo intenzione di divertirmi scrivendo una storia "western", ambientata in un paesaggio insolito per l'Italia»). Ció che per lui contava davvero restava la comunicazione in diretta del suo sforzo, per molti versi eroico e forse infine vano, di far entrare nel dominio della ragione sovrana gli orrori di cui aveva dovuto esser testimone.

Di famiglia appartenente alla borghesia ebraica torinese, non ancora uscito dall'adolescenza, gli era toccato il trauma dell'antisemitismo e poco dopo delle leggi razziali. «I nostri compagni di scuola "ariani" ci prendevano in giro», racconta allo scrittore americano, «dicendo che la circoncisione equivaleva alla castrazione, e noi, almeno a livello inconscio, tendevamo a crederci». Ma anche su questi punti cosí dolenti, mantiene intatta la sua onestá  intellettuale. Due anni prima aveva infatti detto a Tullio Regge, nel bellissimo dialogo pubblicato da Einaudi: «Di tutti i miei compagni d'universitá , studenti e studentesse, non ce n'è stato uno che mi abbia chiamato "ebreo". Hanno tutti percepito le leggi razziali o come una sciocchezza o come una crudeltá , o tutt'e due». E aveva appena riconosciuto: «Ho avuto la laurea con lode e sono convinto che questa lode mi sia stata data per un 40 per cento per merito mio e per il resto perché i professori, quasi tutti vagamente antifascisti, avevano trovato quel modo per esprimere il loro dissenso».

Con lode, com'è noto, si era laureato in chimica nel 1941, a ventidue anni. Ma prima la guerra e poi Auschwitz gli impedirono di diventare lo scienziato che avrebbe voluto. Si accontentó perció di essere un «tecnico» e si applicó sempre al suo lavoro con dedizione e rigore: come il muratore italiano suo compagno d'internamento, che odiava i nazisti, ma che se doveva costruire un muro nel campo, lo faceva con assoluta perizia e precisione, non certo per complicitá  con gli aguzzini, ma per «dignitá  professionale». E Faussone, l'operaio suo dichiarato alter ego ne La chiave a stella, è appunto il campione di un culto del lavoro ben superiore a qualsiasi consapevolezza politica, a qualsiasi scelta di campo ideologica: un culto squisitamente morale, che ha a che vedere con la missione esistenziale dell'uomo, sul senso del suo lasciare un segno, del suo inviare, agendo, un messaggio al microcosmo che lo attornia, e che peró è specchio dei vari macrocosmi sovrordinati, cosí come l'individuo dovrebbe sempre essere specchio dei tratti migliori dell'umanitá .

Coscienza civile, si è detto. Ma per Primo Levi le cose erano forse addirittura piú semplici. Per lui bastava esercitare la ragione, al meglio delle sue facoltá  analitiche e sintetiche, e tutto sarebbe venuto di conseguenza. Lui intanto, con la ragione, è riuscito, se non a sconfiggere, almeno a ritenere possibile Auschwitz, e dunque a integrarlo nell'eterna vicenda di orrori e meraviglie che scandisce la storia dell'uomo.

Uomo lo scrupoloso muratore e uomini i suoi carnefici. Se questo è un uomo, appunto.

Non è stato ancora del tutto sciolto il dubbio sul volo nella tromba delle scale della sua casa torinese che nel 1987 ha posto fine alla sua vita: se si sia cioè trattato di suicidio o sciagurato incidente. I piú propendono per la prima ipotesi, ma c'è ancora qualcuno cui piace pensare che la volontá  indomita di testimoniare, capire e spiegare non avrebbe consentito allo scrittore una fuga cosí eclatante e definitiva. Certo, a leggere la piú volte citata conversazione con Philip Roth, avvenuta appena un anno prima della morte, nulla fa presagire un esito cosí drammatico. Ma se anche infine avesse ceduto, dichiarando a se stesso e al mondo una sconfitta invano elusa per quarant'anni, rimarrebbe intatto, e anzi forse ulteriormente esaltato, il valore etico del suo messaggio: anche se si è condannati dentro dalla violenza cieca degli uomini, si puó continuare a sentirsi uomini. E nell'uomo sperare.

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