News per Miccia corta

23 - 01 - 2009

Come ricordare la Shoah dopo l'ultimo testimone

 

(Liberazione, venerdí, 23 gennaio 2009)

 

 

 

 

Guido Caldiron

 

 


«Intorno al Giorno della memoria si sono addensate in breve tempo molte questioni: se e in che forma si produca una memoria collettiva; che cosa significhi sollecitare una riflessione pubblica; come i tempi e i modi della memoria possano costituire l'agenda culturale di un'intera collettivitá ». «Il Giorno della memoria, contrariamente al fatto che abbia avuto una certa diffusione, denuncia attualmente una crisi, almeno su tre piani: a) la trasmissione della conoscenza del genocidio ebraico delegata ai testimoni diretti; b) la prevalenza del "dovere della memoria" rispetto alla dimensione della conoscenza critica storica; c) il fatto che questo rapporto squilibrato tra memoria e storia implica, nel tempo medio, un possibile rovesciamento e dunque la messa in questione della memoria stessa e delle voci testimoniali come suoi supporti essenziali». Nel suo nuovo libro, Dopo l'ultimo testimone , appena pubblicato da Einaudi (pp. 132, euro 10.00), David Bidussa affronta un nodo centrale del nostro tempo, il modo in cui la storia e la memoria attraversano il nostro vivere collettivo, le forme del dibattito pubblico, la stratificazione dei linguaggi politici. Cosí, uno degli "avvenimenti" che lo studioso che da anni lavora presso la biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli si trova da affrontare nella sua analisi è proprio quel "Giorno della memoria" che ricorda ogni anno la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio del 1945.

Ricorrenza istituita con una legge del luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha recepito la proposta internazionale di dichiarare quella data come giornata di commemorazione delle vittime dell'Olocausto, il significato del Giorno della memoria è definito con queste parole: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subíto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Interrogandosi sulla fine dell'"era del testimone", formula che è servita anche per dare il titolo a un celebre saggio pubblicato nel 1998 dalla storica francese Annette Wieviorka ( L'era del testimone , Raffaello Cortina Editore), vale a dire su come faremo a raccontare la Shoah quando i testimoni diretti di quella tragedia non saranno piú tra noi - «Quando rimarremo soli a raccontare l'orrore della Shoah, non basterá  dire "Mai piú!" né rifugiarsi tra le convenzioni della retorica. Serviranno gli strumenti della storia e la capacitá  di superare i riti consolatori della memoria» - Bidussa si sofferma proprio su modo in cui il Giorno della memoria è stato vissuto fin qui, evidenziando tutti i limiti e le potenzialitá  della costruzione di un "luogo della memoria" istituzionale.

Tra gli aspetti problematici sottolineati ve ne è uno evidente: «la convinzione che il Giorno della memoria riguardi solo la comunitá  ebraica e non sia un'occasione di riflessione pubblica sull'antisemitismo e sul razzismo». Un elemento che ha spesso accompagnato in questi anni la lettura "da sinistra" di questa data e la sua conseguente e contraddittoria valorizazzione. Sul fondo la difficoltá , non solo, ma particolarmente italiana, di affrontare questi temi senza farli precipitare immediatamente nel dibattito politico del momento. Perció, sottlinea Bidussa, «una parte della destra non si misura con il razzismo che ha segnato profondamente la sua fisionomia politica e culturale nel Novecento; l'altra parte fa finta di non sapere che quando si parla di "zona grigia", di mondo dell'indifferenza, è di lei che si parla. Entrambe pensano di risolvere il problema del genocidio ebraico ricorrendo alla retorica del "ben altro" ed evocando il Gulag». Questo mentre «la sinistra pensa che sia sufficiente includere l'antisemitismo nell'antifascismo per risolvere il problema, evitando cosi di affrontare le questioni che da piú di un trentennio hanno minato alcune fondamenta essenziali del suo schema mentale in merito a eguaglianza e differenza (peraltro senza mettere nel conto un confronto serrato con il suo antisemitismo, che non è nato casualmente, ha piú di un secolo di vita sia nelle file dei riformisti che in quelle degli intransigenti)». E, «il mondo cattolico, in una porzione che in questi anni è sempre piú aumentata, pensa che sia sufficiente predicare e praticare il perdono per risolvere il problema culturale del suo antigiudaismo, senza contare il fatto che, al suo interno, una minoranza numericamente consistente ha in mente di pensare Auschwitz come un luogo del martirio cristiano».

«Nessuno - scrive ancora l'autore di Dopo l'ultimo testimone - in realtá  mette in discussione il proprio profilo culturale e politico. E soprattutto nessuno percepisce il fatto che il proprio vocabolario non è capace di essere universalistico, da solo, se vuole riflettere su quell'evento». Sul fondo resta poi un quesito fondamentale, vale a dire «come si discute della storia del genocidio ebraico, in che forme, in che modo e con quali domande»?

Claude Lanzmann, il regista francese che all'Olocausto ha dedicato Shoah , pubblicato nel nostro paese da Einaudi, un documentario di nove ore e mezzo realizzato in oltre dieci anni di lavoro e basato su piú di trecento ore di interviste, ha potuto attingere a testimonianze dirette. Cosí, con il passare degli anni, inesorabilmente, i testimoni scompaiono e il suo film resta a raccontare l'Olocausto. «Diciamo che gli anni passano e Shoah resta lí a parlare a tutti - ha spiegato a Liberazione il regista - Del resto quando ho iniziato a lavorare al film io stesso avevo solo qualche idea, poi, via via, le cose si sono andate definendo e ció che ho appreso e scoperto l'ho raccontato direttamente. Anzi, lo hanno raccontato coloro che ho intervistato, persone che sono tornate a quella parte terribile della loro vita e l'hanno rivissuta, se cosí si puó dire, davanti alla macchina da presa. Cosí i loro gesti, le loro stesse parole sono scaturite da un esame profondo e radicale di quanto avevano visto e subito. C'è chi si è messo a cantare o fischiettare le arie che sentiva nel campo, chi ha costruito con i gesti il senso di ció che aveva vissuto. I loro volti e le loro voci sono lí oggi per tutti coloro che le vogliono sentire e le vogliono vedere. Di questo sono sicuro: Shoah non potrá  morire o essere cancellato».

Uno spirito ben diverso da quello di Lanzmann è alla base del progetto internazionale lanciato da oltre dieci anni da Steven Spielberg con la Shoah Foundation. Fondata nel 1994, con i proventi del film Schindler's list , la Survivors of the Shoah Visual History Foundation, è un'organizzazione senza scopo di lucro, il cui impegno è quello di filmare e archiviare interviste ai sopravvissuti dell'Olocausto in tutto il mondo. «Stiamo lottando contro il tempo a causa dell'etá  avanzata dei superstiti», ha spiegato Spielberg, prima di aggiungere che la sua è anche una sfida rivolta alle nuove generazioni. «L'antisemitismo mi ha segnato profondamente, mi ha fatto sentire che non ero al sicuro all'esterno della mia abitazione. E ora voglio mettere in guardia i ragazzi verso queste tendenze».

Pur con traiettorie diverse, Lanzmann rivendica un approccio creativo e cinematografico mentre Spielberg si è dato come obiettivo quello della creazione di un archivio di testimonianze che guarda al futuro, i due registi hanno scelto di dar voce a chi, a vario titolo, ha vissuto la stagione delle deportazioni e dell'Olocausto. Sul piano dell'analisi degli storici il tema della memoria diventa invce piú complesso. In un'intervista di qualche anno fa la storica francese Annette Wieviorka sottolineava ad esempio come sia «necessario comprendere che la memoria cosí come siamo ormai abituati a concepirla, non è un dato di fatto assoluto, ma piuttosto il risultato di una specifica situazione storica. La memoria diffusa, insegnata, praticata e per certi versi istituzionalizzata è nata dal lavoro degli studiosi, ma anche da una specifica contingenza storica. Una situazione che si è manifestata nel 1989 e si è esaurita nel 2001. Il riemergere delle tensioni, le crisi economiche, i contrasti e le incertezze sociali segnano la fine di un concetto generico, buonista e tranquillizzante di memoria e pongono l'interrogativo di come riformulare una concezione autentica della memoria».

Resta, ancora inevaso, il quesito posto da David Bidussa: «che cosa accade della testimonianza quando scompaiono i testimoni diretti?». «Restano - spiega lo storico - dei racconti e la capacitá  o la volontá  di attivarli da parte di un pubblico che nella sua maggioranza è costituito da spettatori. Rimangono le domande, la curiositá , la capacitá  di osservare, di riflettere, di rappresentare. E rimane il «mestiere di storico», fatto di scavo nei documenti per ricostruire nella forma piú dettagliata la scena, sapendo che comunque permane un margine di non detto e che nessun documento fornirá  una versione esaustiva e definitiva di com'è andata. Naturalmente quando non si intende usare la storia per ridisegnare un passato di comodo. Se invece è proprio questo l'obiettivo nel comporre il discorso pubblico, allora prevale una ricostruzione che non «turba il sonno», che consola ed esalta e che consente di salvarsi. Il passato diventa un racconto docile non tanto perché fondato sull'oblio, ma piuttosto sull'indifferenza e l'irrilevanza. Oppure sulla retorica che dice « mai piú». E bene sapere che in quella retorica scompaiono molte cose: il contesto, l'analisi degli atti, lo scavo nella mentalitá . In sostanza la societá  concreta».

Un approdo che sarebbe molto lontano dagli interrogativi che la Shoah pone ancora oggi al nostro mondo. Perché, come ha scritto lo storico Enzo Traverso nell'introdurre il primo volume della Storia della Shoah (Utet), «la Shoah nasce dalle viscere sociali e culturali dell'Europa, non è né un incidente di percorso né una "malattia" e neppure il risultato dell'irruzione di forze "irrazionali" nel cuore della civiltá . Figlia dell'Europa, la Shoah ne rimette in discussione la storia e la civiltá . In questo senso, essa continua a interrogare il nostro presente». Non solo. Come ha spiegato Georges Bensoussan in Auschwitz en héritage? (Editions mille et une nuits): «La storia della distruzione degli ebrei d'Europa pone quesiti oggi divenuti fondamentali. Interroga l'archeologia della nostra modernitá , le strutture disciplinari di imprigionamento e di rigetto, pone domande sul peso del conformismo in una societá  individualista di massa, indaga il primato del biologico sul politico, vale a dire l'era moderna nella quali ci troviamo. Per non contribuire alla memoria vana dei benpensanti, questa storia deve mettere in discussione le pratiche sociali, i linguaggi e i codici che ci muovono, rompere il senso comune dell'evidenza e rompere questo spazio criminale che abitiamo ancora oggi. Infine deve interrogare lo Stato: senza la legge che esclude, senza la burocrazia che scheda si è ancora al massacro e ai crimini di guerra. Non alla Shoah».

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