News per Miccia corta

21 - 01 - 2009

Cinuant`anni fa il Concilio Vaticano II. La rivoluzione di un papa contadino

 

(la Repubblica, mercoledí, 21 gennaio 2009)

 

 Venne presentato come un pontefice di transizione. Ma fin dalla sua elezione si capí quanto le cose sarebbero cambiate per la Chiesa cattolica, per l'Italia e per il mondo Un saggio dello storico Alberto Mellon

La Arendt si stupí che "un vero cristiano" si fosse seduto sulla cattedra di Pietro

Roncalli è visto come il frutto docile del cattolicesimo tridentino

 

ADRIANO PROSPERI

 


Apparve all'orizzonte come «un Papa di transizione»: chi scrive ricorda di avere udito questa definizione dalla voce grave di un autorevole storico il giorno stesso dell'elezione papale del cardinal Roncalli. Ma in quell'ambiente di scuola ci fu uno studente che fece notare un gesto per quei tempi assai inconsueto: il saluto che da patriarca di Venezia il cardinal Roncalli aveva rivolto ai socialisti italiani riuniti a congresso nella sua cittá . Le cose che seguirono corressero e chiarirono: soprattutto, aprirono una quantitá  di nuove questioni per la Chiesa cattolica, per l'Italia e per il mondo. Per questo da allora si torna periodicamente a chiedersi chi fosse in realtá  Papa Roncalli. Non solo nell'ambito cattolico.

Ed è per questo, evidentemente, che un editore non sospetto di clericalismo come Einaudi ha aperto la sua collana di storia a un libro di uno studioso che da tempo si occupa della raccolta, dell'edizione e dello studio del corpus di fonti che riguardano Papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II (Alberto Melloni, Papa Giovanni. Un cristiano e il suo concilio, Einaudi, pagg. 348, euro 30). Il titolo del libro risponde alla domanda che ci poniamo. ሠuna risposta solo apparentemente sommessa: un cristiano. Certo, un cristiano un po' speciale, uno che ha avuto un suo concilio. Ma pur sempre un cristiano. La parola, logorata dall'uso popolare come sinonimo di essere umano, qui è aggressivamente ri-semantizzata. Assume il senso di cristiano dalla esemplare normalitá , tutto calato nel filone centrale di una religione millenaria, abbeverato alle fonti di una spiritualitá  antica e perenne che va dalla Bibbia agli Esercizi spirituali di Sant'Ignazio ai modelli antichi e recenti della cura pastorale tridentina.

Ma il lettore comune puó anche tradurla nella locuzione di «vero cristiano», nel senso in cui la usó Hannah Arendt nel 1965. Recensendo il Giornale dell'anima, l'opera che rappresentó un clamoroso successo editoriale, Hannah Arendt si chiese come fosse potuto accadere «che un vero cristiano si sia seduto sulla cattedra di S. Pietro». Che cosa sia un «vero cristiano» è materia che lasciamo volentieri ad altri. Oggi per la Chiesa cattolica papa Roncalli è ufficialmente un santo, attributo piú o meno equivalente a «vero cristiano». Certo, la santitá  appartenendo al papa per definizione, l'attributo speculare della santitá  del «vero cristiano» pone in qualche modo a rischio l'uso del titolo rituale del papato.

Ma restiamo alla domanda della Arendt. ሠa lei che risponde oggi Melloni dopo cinquant'anni di discussioni e dopo un paziente lavorio non solo suo sulle fonti roncalliane (di cui il lettore ha un saggio nella sezione conclusiva del libro); ma la sua risposta va soprattutto a quel mondo cattolico che non ha digerito la svolta del concilio. Il libro nasce e si pone all'interno della Chiesa cattolica del post-concilio e delle tensioni intorno all'ereditá  lasciata da quel concilio: da un lato i tradizionalisti del confuso arcipelago lefebvriano che hanno attaccato esplicitamente Roncalli come uno strumento della perenne congiura giudaica contro la Chiesa; dall'altro coloro che ne hanno rimpicciolito le dimensioni a quelle di un santino edificante, un «papa buono» (singolare aggettivo, se si pensa a tutti gli altri papi). Ma è facile intuire che non sono i nemici piú rumorosi ed esplicitamente indicati quelli che preoccupano l'autore. Se è cosí urgente per Melloni rintracciare dietro l'evento conciliare un progetto non impulsivo né casuale del pontefice è perché tutta l'ereditá  del concilio gli appare al centro di incertezze sostanziali e di interpretazioni riduttive.

ሠistruttiva una breve guida ai giudizi sul Vaticano II pubblicata in questi giorni dallo stesso Melloni insieme a Giuseppe Ruggieri (Chi ha paura del Vaticano II?: di questo libro si parla qui a fianco, n.d.r.). Se giá  nel 1972 in uno sconfortato bilancio di Paolo VI si affacció il timore che da qualche fessura fosse entrato nella Chiesa il «fumo di Satana», gli atti e i documenti dei pontificati successivi hanno riportato in auge gli strumenti e le condanne dottrinali dell'antico Sant'Uffizio in un clima di sospetto, con fratture a catena nella rete del dialogo tra chiese e religioni e con iniziative di aggressivo integralismo nella societá  civile: lo sanno bene gli italiani, condannati dalla fragilitá  delle loro istituzioni statali e dalla paviditá  delle forze politiche a subirne quotidianamente le conseguenze.

Melloni ha studiato il cristiano Roncalli in funzione del concilio. E ha scartato il genere biografico per non seppellire nei dettagli quel punto d'arrivo che gli sta a cuore: la ricerca sulla genesi della svolta storica che portó dal cattolicesimo dei «profeti di sventura» e degli anatemi contro i tempi moderni all'apertura confidente verso quella che papa Roncalli definí la famiglia umana «nella sua piú ampia composizione e armonia». Si trattó forse di una frattura con la tradizione, come vogliono gli accusatori espliciti e quelli silenti? Melloni lo nega: di piú, sottolinea come di quel cattolicesimo tridentino e dei suoi esiti di conflitto col mondo Roncalli fosse stato il frutto docile, l'apprendista fedele. Era stato sotto il segno della pastoralitá  severa di Carlo Borromeo che il figlio di una famiglia contadina del bergamasco si era visto aprire col seminario la porta di accesso alla cultura: e qui si era manifestato subito il suo attaccamento alla tradizione, non solo a quella antica delle fonti originarie del cristianesimo ma anche a quella degli ultimi secoli.

Potremo dunque vedere l'avvio tridentino-borromaico e gli esiti dell'«aggiornamento» conciliare come i punti estremi di una linea retta? Le linee di una vita non sono mai rette. Anche quella di un uomo come Roncalli, dotato di una indiscutibile e commovente fedeltá  alle sue origini conobbe svolte e fratture. Una svolta fu la scoperta della ricerca storica. Fu nel seminario che Roncalli scoprí il fascino di una «cultura erudita ed elitaria», ha scritto Francesco Mores (Angelo Roncalli chierico e storico a Bergamo, Edizioni di storia e letteratura). E la scoperta delle fonti, di quelle storiche insieme a quelle della spiritualitá  cristiana, in primo luogo la Bibbia, avvenne sotto il segno di Louis Duchesne e di John Henry Newman. Da quegli autori la condanna del Modernismo, che lo sfioró personalmente, lo costrinse ad allontanarsi. Ma la convinzione che un patrimonio di fede puó restare fedele a se stesso solo se è capace di interpretare i segni dei tempi doveva lasciare qualche traccia.

Seguí il trentennio di esplorazione del mondo con gli incarichi nella diplomazia vaticana che portarono Roncalli a Sofia, a Istanbul e a Parigi. ሠnei contatti con altre culture cristiane che Melloni rintraccia le radici del progetto del concilio. Quella intenzione che si palesó a sorpresa subito dopo l'elezione papale non era dunque il frutto di una decisione improvvisa, né aveva niente a che spartire con le speculazioni vaticane sul come chiudere quel concilio Vaticano I che era stato interrotto dalla breccia di Porta Pia mentre la proclamazione del dogma dell'infallibilitá  papale apriva altri tipi di fratture. La natura del concilio di Roncalli si era precisata nella sua mente in direzione del tutto diversa. E piú delle schermaglie con gli ambienti curiali sull'uso del latino, ne è documento l'allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, qui attentamente studiata. Ma lo è anche, sul piú ampio scenario del rapporto col mondo, il celebre discorso fatto da papa Roncalli la sera dell'11 ottobre 1962 alla folla romana raccolta in piazza San Pietro. In quella Roma della «dolce vita» felliniana, sullo scenario di un mondo inquieto e in rapido mutamento dove un presidente cattolico a Washington si preparava ad affrontare la crisi dei missili di Cuba, fu un papa nato nel mondo contadino dell'800 a trovare le parole piú ricche di echi per esprimere il desiderio di pace di tutti gli «uomini di buona volontá ».

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