News per Miccia corta

19 - 01 - 2009

Mauro Palma: Cesare Battisti, un caso emblematico

 

(il manifesto, 15 gennaio 2009)

 

di Mauro Palma


Il dato deve far riflettere; non puó essere esorcizzato con la selva di espressioni indignate che si sono subito levate nel panorama politico italiano. Una richiesta italiana di estradizione di una persona - Cesare Battisti - condannata alla piú severa pena del nostro ordinamento è rifiutata non per aspetti procedurali o perché non si riconosca la validitá  di una sentenza, pur emessa al termine di un processo svoltosi n assenza dell'imputato, bensí perché a tale persona viene riconosciuto lo status di «rifugiato politico».
Annota il ministro della giustizia brasiliano, nel commentare la propria decisione che è tradizione del Brasile concedere tale status ogni volta che esiste «un fondato timore di persecuzione politica» contro la persona in oggetto.
Qui si pone un nodo ineludibile per le autoritá  italiane: la capacitá , nel passato e anche oggi, di rendere internazionalmente difendibili le norme varate negli anni dell'emergenza degli anni Settanta-Ottanta e ancor piú la cultura e le prassi di cui esse sono state allo stesso tempo il consolidato e il lievito.
Non puó sfuggire, infatti, che non solo la vicina Francia ha di fatto considerato, negli anni della presidenza di Mitterand e anche in quella di Chirac, quantomeno dubbiose sia le procedure, sia l'ambito culturale e le disinvolte attribuzioni della responsabilitá  penale delle azioni di una banda armata a ogni suo componente, quantunque secondario. Ma che anche altri, non pochi, stati hanno negato l'estradizione di persone che nel loro territorio si erano stabilite, sottraendosi all'espiazione della pena comminata e ricostruendo lá  un nuovo percorso personale, con modalitá  tali da far comprendere in modo inequivoco la rottura con le ipotesi del proprio passato. E' stato il caso del Canada, del Nicaragua, della stessa Gran Bretagna.
Quindi, anche se fa amaramente sorridere il riferimento che le agenzie riportano circa la nota del governo brasiliano a possibili apparati di repressione italiani legati alla mafia e alla Cia che motiverebbero i timori sull'incolumitá  di un Battisti estradato in Italia, questa vicenda puó essere l'occasione per cogliere alcuni aspetti che aiutino a andare avanti superando in positivo la lacerazione prodotta in quegli anni.
Il primo è che non si superano quelle vicende, non si elaborano quei lutti con l'esasperazione giudiziaria, bensí con la capacitá  di capire come sia necessario recuperare a conflitto finito, una capacitá  di lettura di motivazioni, errori, drammi e dolori inferti, reazioni da parte dello stato. Recuperare la necessitá  di ritessere il filo di lettura di quelle vicende, proprio perché non sia piú possibile - come purtroppo è avvenuto - dichiararsi ancora in continuitá  con esse.
Il secondo è che il delitto comunque politicamente motivato, anche se tale motivazione puó apparire a molti surrettizia, è da sempre oggetto di maggiore incisivitá  da parte dell'autoritá  statuale nel momento in cui il pericolo incombe, ma è anche, da sempre, almeno dal mondo greco in poi, oggetto di maggiore benevolenza da parte statuale una volta sconfitti i nemici di un tempo, perché è interesse della collettivitá  stabilire una cesura con l'esperienza vissuta e recuperare al contesto sociale coloro che sono stati sconfitti.
Il terzo è che quanto si è prodotto in quegli anni, come norme e come prassi, ancora incombe sulla cultura della nostra giurisdizione - e le reazioni a volte scomposte ne sono testimonianza. Soprattutto nell'immagine che di essa si ha al di lá  delle Alpi. La cultura della collaborazione premiata, dell'assunzione delle dichiarazioni di un collaboratore come elemento probatorio, dell'attribuzione di responsabilitá  per concorso morale, in una versione piuttosto estesa di tale concetto, dell'automatismo nell'attribuzione del massimo della pena edittale, senza alcun bilanciamento con possibili attenuanti: tutti elementi a cui noi in alcuni anni ci siamo abituati, con ben pochi a sollevare perplessitá  sulle possibili ricadute sulla cultura della giurisdizione. Tutti elementi che hanno determinato un numero enorme di sentenze tendenti al massimo e che peró hanno altresí determinato spesso diffidenza - a volte anche eccessiva o preconcetta - nei nostri interlocutori stranieri.
Infine, l'ultima riflessione è che tornare sempre al passato, non con occhio storico e interpretativo, ma sostanzialmente punitivo, è un non senso, nel contesto della finalitá  che gli ordinamenti semplicemente liberali e moderni attribuiscono alla sanzione penale. Riportare in carcere quei protagonisti della lotta armata di trent'anni fa, non ha valore preventivo, perché nessuno puó certamente sostenere che una persona quantunque responsabile un tempo di gravi reati, tuttavia riconducibili a un periodo e a delle ipotesi, sbagliate, costituisca oggi un pericolo sociale. Non ha valore di rieducazione sociale perché si tratta sempre di persone che negli anni successivi hanno condotto - altrove - una vita normale, senza costituire problema per i paesi ospitanti. Ha valore meramente sanzionatorio, in un'accezione che si vuole presentare come doverosa rispetto alle vittime; in ció confondendo la sanzione del comportamento e l'affermazione chiara del male subito dalla vittima con l'ipotesi di una sorta di rimandato richiamo a un desiderio di vendetta; di cui certamente chi ha subito un dolore irreparabile non ha bisogno.
Meglio, quindi, rielaborare collettivamente quei lutti, ricostruendo quanto di positivo anche dalla loro negativitá  puó essere tratto. Con difficoltá , è vero, ma con il desiderio di non trovare conforto nella distruzione ulteriore di vite e di speranze.
Per questo, è bene riflettere su questa vicenda e è bene farlo sperando sempre che non una vita in meno sia sottratta, bensí una vita in piú sia recuperata.

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