News per Miccia corta

17 - 01 - 2009

Morte accidentale di Pinelli

 

(il manifesto)

 

di Gabriele Polo




Ci sono vicende di cui si √® parlato talmente tanto da crederle ¬ęesaurite¬Ľ; e che hanno segnato una generazione al punto da risultare estranee - o persino fastidiose - a chiunque non le abbia vissute in presa diretta. Di tutto ci√≥ che ruota attorno alla morte di Giuseppe Pinelli - dalla strage di piazza Fontana all'uccisione del commissario Calabresi - supponiamo di conoscere tutto. Tutto, tranne una verit√°¬† giudiziaria che sembra essere stata possibile solo per le sentenze che hanno condannato Bompressi, Pietrostefani e Sofri su indicazione di Leonardo Marino. In realt√°¬† il rischio √® di aver dimenticato quasi tutto e di non riuscire pi√ļ a comunicare alcunch√© a chi da quelle vicende non √® stato attraversato.
Giuseppe Pinelli √® morto la sera del 15 dicembre 1969, precipitando da una finestra del quarto piano della questura di Milano. In quel luogo vi era arrivato tre giorni prima, col suo motorino, per un ¬ęcolloquio informale¬Ľ, presto diventato interrogatorio di ora in ora sempre pi√ļ pressante. Da ¬ępersona informata¬Ľ a indiziato cui viene negato il sonno, a corresponsabile della strage del 12 dicembre, quella che pose fine all'innocenza del movimento nato nel '68, quella che - secondo le autorit√°¬† del tempo - ¬ę era del tutto coerente con lo spirito e la tradizione anarchica¬Ľ. Fu per ¬ęvendicare¬Ľ il ferroviere anarchico (o ¬ęfare giustizia¬Ľ) che tre anni dopo Luigi Calabresi venne ucciso.
Tutto questo √® noto e anche un ventenne di oggi lo sa (o pu√≥ saperlo facilmente). Ci√≥ che √® andato un po' perso o che in molti non hanno mai saputo √® il peso di queste vicende, il loro contesto, persino il senso delle parole spese allora. E un'infinita serie di ¬ęparticolari¬Ľ sulle inchieste svolte attorno alla morte di Pinelli che dicono moltissime cose sul rapporto tra i poteri in questo paese (quelli palesi - giudiziario, esecutivo, legislativo - e quelli occulti). E, forse rafforzano la convinzione che nessuna giustizia sia possibile in Italia quando di mezzo ci sono la politica e i suoi manovratori.
Con La notte che Pinelli (appena uscito in libreria, edito da Sellerio) Adriano Sofri affronta tutto questo. Non lo fa da una posizione comoda, rinchiuso com'√® da pi√ļ di un decennio in una condanna che lo considera il mandante dell'omicidio Calabresi; con tutto il mondo mediatico a soppesare - e usare - ogni sua parola per decretarne il pentimento o l'irriducibilit√°¬† a seconda di quanto faccia comodo l'una o l'altra cosa nelle contingenze della politica. E con il peso del protagonista del tempo, che cerca di raccontare a chi non ¬ęnon sa la storia di ieri¬Ľ ci√≥ che fece e disse una generazione (e lui in essa).
Eppur lo deve fare: per Pinelli (¬ęDevo pagare un debito nei suoi confronti¬Ľ), per se stesso (¬ęSono corresponsabile delle parole scritte e dette allora su Calabresi¬Ľ), per amore di verit√°¬† (¬ę√°ňÜ agghiacciante rileggere le carte dei processi¬Ľ). E per una ragazza di vent'anni, ¬ęeletta¬Ľ rappresentante di una generazione tanto lontana da quei fatti quanto da essi condizionata.
A questa studentessa di giurisprudenza si rivolge per tutto il libro, in prima persona, perch√© raccontare a chi non sa (o sa pochissimo) serve anche a chi narra nella ricostruzione di eventi e interpretazioni. Come in una canzone del 1958, scritta da Calvino e musicata da Liberovici, un ex partigiano prova a narrare a una ragazza ¬ędalle guance d'aurora¬Ľ la sua vita all'et√°¬† di vent'anni; quando ¬ęoltre il ponte in mano nemica¬Ľ, vedeva ¬ęl'altra riva, la vita¬Ľ.
La vita di Giuseppe Pinelli fin√≠ attraverso una finestra, perch√© la strage doveva essere anarchica, perch√© il mostro-Valpreda era pronto per essere sbattuto in prima pagina, perch√© la politica romana pretendeva i colpevoli e prescindere dai fatti. Se piazza Fontana √® il peggior trauma della storia repubblicana, la morte di Pinelli ne √® il corollario: i due misfatti aprono una scia giudiziaria nutrita di falsit√°¬†, approssimazioni, meschinit√°¬†, bassezze. Sono le famose ¬ędeviazioni¬Ľ che diventano il culto di una classe dirigente crudele e violenta quanto cialtrona. E se i processi per la strage alla Banca dell'agricoltura si susseguono in un progressivo reciproco annullarsi, se la pista anarchica si sgonfia dopo qualche anno ed emerge la trama nera (impastata con quella di stato), le indagini e le udienze per la morte di Pinelli rivelano ricostruzioni contraddittorie e farsesche (Dario Fo ne trarr√°¬† la memorabile Morte accidentale di un anarchico), per approdare al consueto nulla di fatto. In cui l'unica certezza - una trama che si dispiega fino a oggi - √® che le questure sono tra i luoghi meno sicuri per un cittadino italiano. Ma in cui si svela anche quel bassissimo profilo di una classe dirigente (quella che occupa il ¬ęponte¬Ľ, quella oltre cui c'era la vita intravista dalla generazione del '68) per cui lo stato √® principalmente un luogo d'interesse privato, un'entit√°¬† tenuta in piedi da manovre di ogni tipo pur di garantire l'ordine e gli interessi costituiti. Anche violando le leggi dello stato.
Di esempi, nelle carte attraverso cui Sofri ricostruisce le inchieste sulla morte di Pinelli, se ne trovano fin troppi: bugie e rapporti paradossali, collusioni e veleni: un miscuglio che sarebbe persino ridicolo, non fosse agghiacciante. Cos√≠ che la conclusione del libro √® lapidaria. Alla domanda della ragazza, ¬ęCosa pensi sia successo quella notte al quarto piano della questura?¬Ľ, Sofri risponde ¬ęNon lo so¬Ľ. Perch√© l'unica cosa che sa √® che Pinelli non si √® suicidato n√© √® stato un ¬ęmalore attivo¬Ľ (che significhi poi non √® riuscito a spiegarlo nemmeno l'inventore del termine) a ¬ęlanciarlo¬Ľ nel vuoto. Perch√© conosce la verit√°¬† politica di una morte da altrui provocata, ma non quella giuridica che deriva dalla ricostruzione dei fatti: tanto hanno fatto che √® impossibile trovarla, la verit√°¬†, nei processi ¬ępolitici¬Ľ dell'Italia dei ¬ęmisteri¬Ľ. Questo ci fa intendere Sofri, parlando di Pinelli, ma - forse - anche di s√©.
E qui comincia un altro libro dentro il libro. √°ňÜ quello sulle parole, sul loro significato che fa i conti col tempo, sul loro uso, cio√® sulla comunicazione. √°ňÜ la parte che va oltre Pinelli, che narra come la sua morte ricadde sui ventenni di allora, che si misura con ci√≥ che essi dissero e fecero. E, tra essi, l'autore, Adriano Sofri. √°ňÜ la parte che ci spinge verso l'omicidio Calabresi, in cui il commissario passa da essere il corresponsabile della morte di Pinelli alla vittima di un altro delitto politico. √°ňÜ la parte che giornalisti e politici pi√ļ guardano con cattivo interesse, per ¬ęscrutare¬Ľ e ¬ęusare¬Ľ con modalit√°¬† dovrebbero far riflettere sul degrado raggiunto da queste due professioni (che pur sull'uso delle parole si fondano).
Un giorno ¬ępentito¬Ľ, un altro ¬ęirriducibile¬Ľ, questo si racconta di Adriano Sofri a proposito dell'omicidio Calabresi. E lui si arrabbia molto - come ha recentemente detto a Concita De Gregorio sull'Unit√°¬† -, perch√© in fondo dice da anni la stessa cosa: che non √® il mandante n√© il responsabile dell'omicidio Calabresi, che quello non fu un atto di terrorismo ma un assassinio politico, che si sente - invece - corresponsabile per le parole dette e scritte del clima di linciaggio in cui quell'omicidio matur√≥ e avvenne. Corresponsabile, non pentito. Perch√© le parole hanno un peso ma non sono pallottole. Forse sono ¬ępietre¬Ľ, probabilmente costruiscono cortocircuiti che producono misfatti, ma non ne sono la causa principale, perch√© pronunciate in un contesto preciso che contribuisce a farle nascere, in quel caso scagliate contro un opprimente coagulo di poteri. Di cui non si pu√≥ ignorare l'invadenza fingendole ¬ęneutre¬Ľ e ¬ęassolute¬Ľ. Come affermava nel 1998 Norberto Bobbio - citato da Sofri nel suo libro - a proposito dell'appello da lui firmato nel 1971 insieme a centinaia di intellettuali contro le mostruosit√°¬† dell'inchiesta che ha finito per archiviare la morte di Giuseppe Pinelli, un testo in cui si denunciavano 'commissari torturatori, magistrati persecutori, giudici indegni': ¬ęSe tanti hanno firmato un appello che √® indubbiamente una denuncia molto premente e violenta di quelle che sarebbero state le azioni di Calabresi, probabilmente a quel tempo c'erano delle ragioni per cui l'hanno fatto¬Ľ. E, poi: ¬ęNon ho nessuna difficolt√°¬† - proseguiva Bobbio - a chiedere scusa oggi del tono di quell'appello a coloro che hanno avuto ragione di sentirsene offesi, a cominciare dalla vedova Calabresi e dai suoi figli. Ci√≥ non toglie che io continui oggi, come allora, a riconoscere nella strage di Piazza Fontana un episodio infame di cui dovrebbero chiedere scusa agli italiani non coloro che lo denunziarono e non furono ascoltati, ma i promotori, gli autori materiali e tutti coloro che hanno impedito sino a oggi di conoscere la verit√°¬†¬Ľ.
Promotori, autori materiali e ¬ęsoggetti impedenti¬Ľ risultano a oggi ufficialmente ignoti. E ancor oggi qualcosa di vero - La notte che Pinelli lo conferma - sta solo in parole pronunciate nella furia del momento e nella speranza di oltrepassare quel ¬ęponte in mano nemica¬Ľ.

√°ňÜ uscito in libreria ¬ęLa notte che Pinelli¬Ľ (edito da Sellerio), il libro di Adriano Sofri che racconta da protagonista del tempo tutto ci√≥ che accadde attorno alla morte di Giuseppe Pinelli: dalla strage di piazza Fontana all'omicidio del commissario Luigi Calabresi. L'ex leader di Lotta continua, ¬ęn√© mandante, n√© pentito¬Ľ, si dice ¬ęcorresponsabile delle parole scritte allora¬Ľ. Un libro romanzo per i ventenni di oggi
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