News per Miccia corta

18 - 01 - 2009

``Io, scampato al lager per poterlo raccontare``. Intervista inedita a Primo Levi

 

(la Repubblica, domenica 18 gennaio 2009)

 

 

 

 

 

  

 

 

"Volevo sopravvivere anche e soprattutto per testimoniare ció che avevo visto". Comincia cosí, trent'anni fa, il lungo colloquio tra Primo Levi e uno studente che si preparava alla maturitá  con una tesina sullo scrittore. Nel flusso dei ricordi, anche la storia, mai scritta, del gesto di umanitá  di un kapó comunista verso un medico ebreo

 

 

 

 

VERA SCHIAVAZZI

 

 

 


Torino

 

«Marco, vieni, c'è Primo Levi al telefono...». Marco Viglino aveva diciannove anni e si stava preparando alla maturitá  in un liceo cattolico privato quando una sera dell'aprile 1978 arrivó, a sorpresa, la telefonata dello scrittore dalla quale è nata l'intervista inedita che Repubblica propone qui accanto. Trent'anni dopo, l'autore di quella intervista è diventato magistrato, mentre a Torino è nato il centro di studi che dovrá  raccogliere e catalogare il grande lascito di appunti e lettere dello scrittore. Un lavoro affidato alla direzione dello storico Fabio Levi che procede silenziosamente, con quello stesso stile schivo e riservato che caratterizzó la vita dello scrittore e - dopo la sua morte l'11 aprile del 1987 - quella dei suoi eredi, la vedova e i figli. Ma nelle scuole di Torino e del mondo l'opera di Levi assume oggi, mentre ci si prepara alle iniziative per il Giorno della Memoria, un nuovo significato.

 

 

MARCO VIGLINO

 

 

Torino

 

Mi ha colpito il suo desiderio di rendere testimonianza sulla tragica esperienza nel lager: quando è nato questo desiderio? «Questo desiderio, del resto comune a molti, mi è nato nel lager. Volevamo sopravvivere anche e soprattutto per raccontare ció che avevamo visto: questo era un discorso comune, nei pochi momenti di tregua che ci erano concessi. Del resto è un desiderio umano: lei non troverá  mai un reduce che non racconti. (No, mi correggo, ve ne sono alcuni che non raccontano; ve ne sono alcuni che sono stati feriti talmente a fondo che hanno censurato il loro passato, l'hanno sepolto per non sentirselo piú addosso). In primo luogo c'è il bisogno di scaricarsi, di buttare fuori quello che si ha dentro. Poi ci sono anche altri motivi... c'è forse anche il desiderio di farsi valere, di far sapere che siamo sopravvissuti a certe prove, che siamo stati piú fortunati, o piú abili, o piú forti».

 

Il punto di contatto tra i primi libri e quelli di fantascienza, mi pare possa essere la sua «indignazione», che prima è rivolta al lager e poi verso certe storture della civiltá . ሠgiusto?

 

«Sí, è giusto: è una domanda che mi fanno in molti e a cui veramente non sono il piú autorizzato a rispondere, perché non è detto che chi scriva sappia sempre bene "perché" scrive. Io ho due radici: una è il senso del lager e l'altra è il senso della chimica con le sue dimensioni. Avevo in mente di scrivere qualcosa sulla storia naturale ancora prima di entrare nel lager: giá  da studente sentivo un desiderio del genere (non come progetto chiaro e distinto, ma come vaga aspirazione) e trovavo un terreno fertile nel mio mestiere di chimico. Perció - dopo aver terminato Se questo è un uomo e La tregua - non è che io abbia "scritto" gli altri due libri: ho raccolto alcune idee e anche alcuni racconti che avevo giá  scritto prima. Per esempio, il primo racconto delle Storie naturali, quello del vecchio medico che raccoglie essenze, l'ho scritto prima di Se questo è un uomo. E... probabilmente sí, benché il tema sia diverso, anche gli altri scritti risentono dell'esperienza del lager, in una forma molto indiretta, in una forma di delusione profonda, di un ritirarsi dalla vita».

 

Tra i personaggi che si incontrano nei suoi libri, Lei mostra particolare simpatia e indulgenza verso alcuni che incarnano una certa "furbizia" o arte di arrangiarsi, come Cesare o il Greco.

 

«Anzitutto questi personaggi agiscono in un contesto tutto particolare, che è quello della fine della guerra: ora, su questo fondale, direi che si puó essere abbastanza indulgenti. Non ammetterei, oggi, un Greco; lo eviterei, mi terrei lontano da lui, ma in quel momento lo sentivo quasi un maestro. Egli soleva dire: la guerra è sempre. E poi ancora mi diceva: "Vedi le scarpe belle che io ho: è perché sono andato a rubarle nei magazzini dei russi. Tu sei uno sciocco, non sei andato a cercarle". Io rispondevo che pensavo che la guerra fosse finita e che i russi avrebbero provveduto. "La guerra è sempre", mi ripeteva, e, allora, io ero d'accordo con lui. Oggi sarei piú severo nei suoi riguardi, cosí anche nei riguardi di Cesare: ma la furbizia di Cesare era cosí solare, cosí aperta, cosí ingenua in fondo e cosí innocua che mi sta bene ancora adesso. Non sarei un censore tanto severo da escluderla, in quella forma: furbizia cosí "italiana", sempre mescolata con bonomia. Cesare ingrassava i pesci con l'acqua, poi peró, davanti ai bambini affamati della donna russa, glieli regala. Questo fa parte di un'arte di vivere che è vecchia come il mondo e davanti alla quale non si puó essere troppo severi».

 

Quella carica di ribellione che sta alla radice dei primi due libri si è attenuata con gli anni oppure no?

 

«Io contesto "quella carica di ribellione": di indignazione sí; di ribellione purtroppo no perché non c'era modo, almeno per chi era al mio livello. Ribellioni in senso tecnico ve ne sono state, in alcuni lager: l'episodio che ho raccontato di quell'impiccato che muore gridando "io sono l'ultimo!" si ricollega a una ribellione che c'era stata in un altro campo: i prigionieri avevano fatto saltare i forni crematori pochi giorni prima e costui, di cui non conosco neppure il nome, era implicato nella faccenda, probabilmente aveva procurato dell'esplosivo. Riprendendo, l'indignazione sí persiste, ma diciamo che si è ramificata. Sarebbe stupido oggi continuare a vedere il nemico solo lí, solo il nazista, anche se a mio parere è ancora il principale. Peró il mondo di oggi è molto piú articolato che non quello di una volta. Non erano bei tempi quelli in cui io ero giovane, peró avevano il grande vantaggio che erano netti; l'alternativa amico/nemico era molto netta e la scelta non era difficile. Oggi lo è molto di piú. Perció anche l'indignazione persiste, ma è... erga omnes. Verso molti, non piú verso "quelli"».

 

Nella famosa lettera al suo editore tedesco, lei dice che non puó capire i tedeschi e quindi non si sente di giudicarli.

 

«No, ho detto che non li capisco, ma li giudico sí».

 

E come, allora?

 

«Li giudico male: sí, anche i tedeschi di oggi. Non tutti, naturalmente; io ho molti amici tedeschi, anche per il fatto che parlo la loro lingua, e mi interessano, e mi rifiuto di giudicarli in blocco. Peró devo dire che, statisticamente, sono un paese pericoloso. Sono un pericolo intanto perché sono divisi in due e questo essi non lo accettano: pochi fra i tedeschi accettano questa divisione. E poi hanno delle virtú che diventano pericolose: questa loro straordinaria passione per la disciplina (che a noi manca - ed è male - ma loro ne hanno troppa!) per cui sono pronti ad accodarsi a chiunque comandi, mi fa paura».

 

Com'è che allora, sempre in quella lettera, lei dice che i tedeschi, oltre ad essere pericolo, sono speranza per l'Europa?

 

«Ecco... la lettera io l'ho scritta molti anni fa, nel ᯿½60, sulla corda dell'entusiasmo che avevo provato io per il fatto che un editore tedesco aveva accettato di pubblicare la mia testimonianza, e anche a seguito di vari contatti che avevo avuto allora con i giovani tedeschi degli anni Sessanta. E mi era sembrato che la Germania fosse veramente un'altra. Sembrava una roccaforte della democrazia, allora: oggi un po' meno, anzi molto meno».

 

Come reagiva vedendo i compagni di sventura andare ogni giorno alla morte a causa della selezione: lo prendeva, alla fine, come un dato di fatto, o questo le procurava ogni volta lo stesso dolore e lo stesso disgusto?

 

«Ci si incontrava, al mattino, all'appello e quando ne mancava uno, era considerato di cattivo gusto andare a fondo, un po' come capita oggi quando uno muore di cancro: non se ne parla volentieri. Era una forma di accettazione, in sostanza, per cui l'atteggiamento verso il compagno morto in selezione non era molto diverso da quello verso uno morto di morte naturale. Quel mio amico Alberto, di cui ho parlato a lungo, era in campo con il padre: era un ragazzo molto intelligente e insieme parlavamo sovente di queste cose, senza inibizioni e senza cedere a questa tendenza di negare la veritá . Pure, quando il padre fu scelto per la selezione, Alberto disse di essere sicuro che suo padre non era mandato nelle "camere" bensí veniva trasferito con altri prigionieri in un altro campo di convalescenza. E io ero stupito e impressionato nel constatare come il mio amico si fosse prontamente costruito un riparo, per celarsi una realtá  altrimenti intollerabile».

 

Data la mortalitá  elevatissima, pensa che la sua sopravvivenza sia dovuta a fortuna o ad altri fattori?

 

«Io penso che, in primo luogo, molto abbia giocato la fortuna. Inoltre non sono stato mai ammalato: mi sono ammalato piú tardi, in modo provvidenziale. Ed ecco come avvenne. Io, lavorando in fabbrica, rubavo al laboratorio ció che mi poteva servire per la sussistenza e puntualmente dividevo il bottino con Alberto; c'era infatti un patto tra di noi, per cui dividevamo fraternamente ogni colpo buono (ecco qui l'arte di arrangiarsi!). Un giorno che avevo rubato del tè in laboratorio, andai con Alberto a venderlo all'ospedale, dove ne avevano bisogno per gli ammalati. Ci pagarono con una gamella di zuppa, quasi gelata e giá  un po' intaccata. Probabilmente era stata toccata da un malato di scarlattina: io presi la scarlattina, fui mandato in ospedale e sopravvissi; Alberto che aveva avuto la malattia da bambino, non ne fu contagiato e morí in campo. Altro fattore fondamentale per me è stato quell'operaio, Lorenzo, di Fossano, che mi ha portato per molti mesi quanto bastava per integrare le calorie mancanti. Egli, che pure non era un prigioniero, è tornato molto piú disperato di me: era un uomo molto mite e molto pio, rozzo e insieme religioso, e era terrificato di quanto aveva visto, spaventato, ferito. ሠtornato in Italia da solo, a piedi, e non ha voluto piú vivere. Ha incominciato a bere e, a me che lo andavo a trovare spesso, diceva molto freddamente che non desiderava piú vivere, che ne aveva viste abbastanza. Morí tubercoloso; e infelice».

 

Qualche episodio insolito che ricorda e che non è stato detto nei suoi libri.

 

«C'era con noi un medico ebreo osservante. Lei sa che la religione ebraica prevede dei digiuni molto rigorosi: in quei giorni non si mangia niente e neppure si lavora. Questo medico alla sera - dopo il lavoro - disse al capo-baracca che la zuppa non la voleva, perché era giorno di digiuno e lui non la poteva mangiare. Il capo-baracca era un comunista tedesco, abbastanza indurito dal suo mestiere (aveva dieci anni di lager alle spalle), peró, colpito dalla forza morale del prigioniero, gli conservó la zuppa fino a quando quest'ultimo non terminó il suo digiuno. Questo atto di umanitá  mi aveva molto impressionato».

 

Puó stabilire un rapporto tra lei e gli altri scrittori di religione ebraica (Ginzburg, Bassani)?

 

«Un rapporto complesso c'è, evidentemente. L'ambiente di Natalia Ginzburg è il mio stesso ambiente; abbiamo parenti in comune; lei è nata Levi e suo fratello era il nostro medico. L'ambiente della borghesia ebraica torinese è quello in cui sono nato e cresciuto. Quello di Bassani è diverso; sia Bassani che i suoi personaggi appartengono ad un'altra borghesia ebraica, quella di Ferrara, che io conosco abbastanza poco. E che non mi piace tanto, perché erano una classe abbastanza consapevole dei propri privilegi, abbastanza esclusiva (vedi il famoso muro di cinta) e riservata e chiusa».

 

Per quale motivo la Ginzburg le ha rifiutato il manoscritto?

 

«Premetto che non le serbo rancore (ma forse sí, per un certo periodo gliene ho serbato). Ho pensato a tante cose: forse era satura di manoscritti - fare il lettore in una casa editrice è un brutto mestiere; si è costretti a falciare... poi... è un fatto che, pur conoscendola bene, non abbiamo mai chiarito».

 

Ha ancora dei contatti con i compagni del lager?

 

«Enick l'ho perso di vista completamente. Ho ritrovato invece quel Pikolo, quello del canto di Ulisse; con lui ci vediamo sovente; viene a fare le vacanze in Italia e fa il farmacista in un piccolo paese vicino a Strasburgo. ሠuno di quelli che hanno rimosso tutto: si è imborghesito completamente e non ama parlare di queste cose. Sono stato a trovarlo, l'ultima volta, con la Televisione italiana; gli ho chiesto di riceverci e mi ha risposto: te sí, ma le telecamere no. Poi peró ha accettato anche loro, ma non volentieri».

 

Che pensa dei giovani d'oggi?

 

«La differenza fondamentale tra la nostra giovinezza e la giovinezza attuale è nella speranza di un futuro migliore, che noi avevamo in modo clamoroso e che ci sosteneva anche negli anni peggiori, anche nel lager: la meta c'era e era costruire un mondo nuovo di uguali diritti, dove la violenza era abolita o relegata in un angolo, costruire il Paese per riportarlo a livello europeo. Invece, i giovani d'oggi, mi pare abbiamo molte meno speranze. In generale vedo che tendono a scopi immediati, e questo forse è anche abbastanza giusto, in quanto non distinguono un altro futuro. Mi pare, paradossalmente, che sia stata piú facile la nostra giovinezza, perché oggi sono troppi i mostri all'orizzonte: c'è il problema della violenza, il problema energetico, dell'inquinamento; il mondo è diviso in blocchi, c'è una totale incapacitá  di prevedere l'avvenire e nessuno osa fare previsioni sensate di qui a due anni. C'è sempre il problema atomico. Trovo che sono pochi i giovani che pensano di fare o studiare in qualche modo per un loro preciso futuro. ሠil senso del tramonto dei valori, per cui bisogna godere e bruciare tutto subito».

 

Come mai ha lasciato passare tanto tempo, quindici anni, da Se questo è un uomo alla seconda opera?

 

«Se questo è un uomo, edito nel "˜47 presso De Silva, uscí in duemilacinquecento copie: avevo delle buone recensioni, ma ho avuto cinquemila lettori (un libro lo leggono due persone in media). Dopodiché... non ho avuto piú incentivo a scrivere; mi pareva di avere fatto il mio dovere di testimone, di essermi scaricato delle mie tensioni e non sentivo il bisogno di scrivere altro. Solo dopo molti anni mi ha ripreso questo desiderio, perché si è ricominciato a parlare della Seconda guerra mondiale, e dei lager in specie, in modo diverso, in senso storico appunto. Verso il "˜60, o forse prima, si tenne un ciclo di conferenze sul tema e io mi sono ritrovato protagonista: molti allora mi hanno incoraggiato a raccontare anche la seconda parte della mia esperienza, cioè il ritorno dalla Russia. Ripresi la penna anche per un altro motivo: era cessata la Guerra fredda e ora potevo raccontare la veritá  completa, umana. Prima era impossibile parlare della Russia: o se ne parlava come dell'inferno o come del paradiso. E io non me la sentivo, in un ambiente cosí, di scrivere un libro-veritá  come La tregua. Solo dopo la distensione è diventato possibile scrivere di queste cose in un linguaggio non retorico».

 

Perché è nato Malabaila?

 

«Perché sarebbe stato scandaloso a quel tempo: non avrei potuto, io, lo scrittore di Se questo è un uomo venire fuori a quei tempi con aneddoti, storie fantastiche. Proposi allora questo pseudonimo all'editore, il quale accettó con entusiasmo, pensando forse di farne un "caso letterario": poi il caso non ci fu, ed io ripresi il mio nome».

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